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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

ANGELI & POLLI

Pubblicato il 27/05/2018

I fraintendimenti di chi nasce pollo, si crede un angelo e diventa santo.

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Angeli & Polli

Più che sicuro, se nasci dietro l’Altar Maggiore e come nido hai una scatola di cartone con dentro le tonache fruste del Don e i batacchi dell’acqua santa otturati dal calcare - che in canonica non c’era più posto e per la perpetua ogni buco è porto - il tuo destino ce l’hai già segnato.

Pio il pulcino, rigonfio d’orgoglio e di speranza, rimira le sue piccole ali e non solo non ha dubbi, ma ha più di una certezza.

E tra le certezze di sicuro una è la più certa – sono un angelo!

E bada bene, non dico il mio idolo, quel marcantonio dell’angelo Gabriele che mi guarda bonario dall’alto dei suoi due metri e mezzo dell’antica tela, ma di sicuro un cherubino - che sono piccolo, tondo e dorato come quelli che gli svolazzano attorno.

Gesù, Giuseppe, Maria e gli altri astanti misericordiosi, muti come pesci, e se ne guardano bene dal contraddirlo che, povero lui, cosa vuoi mai pretendere da chi viene covato a intermittenza dalle bizzarrie del tempo e gli sbalzi di tensione - che sua madre la chioccia, solo qualche toccata e fuga di straforo e da lontano, che mica si deve sapere.

E così, a parte le stringate raccomandazioni scritte in un biglietto che l’orfanello aveva trovato nel suo ricovero - non cantare, non ti mostrare e soprattutto non scaccagliare , che quelli non solo sono segni tangibili e manifesti, ma pure puzzolenti - nessuno gli aveva insegnato a stare al mondo e meno che mai i giusti distinguo della specie e dei diritti, e allora lasciamolo cuocere nel suo brodo e buonanotte, che ci penserà la vita quando, per forza di cose e di evidenze, ci sbatterà contro il grugno.

Che poi, mica era sua la colpa, ma della perpetua – tutti i santi giorni che dio manda in terra, cara la mia gallina, mi sforni un bell’ovetto fresco per il Don e il resto amen.

Inutile dirlo, e seppur col mal di pancia, mamma chioccia ci aveva stretto il patto.

Ma un patto l’aveva stretto pure con la speranza miracolosa - e se un uovo lo do a te, l’altro invece lo metto a covarsi da solo proprio lì, dietro la mensa sacra, dove le trine e gli smerli nascondono le cose dismesse e le magagne, dove per doveroso rispetto nessuno ci avrebbe mai piantato il naso, dove il giorno ci piove un caldo raggio di sole, la notte ci piove la luce del faretto devoto al Cristo sulla croce e speriamo che, non dico la divina provvidenza – che sarebbe chiedere troppo - ma almeno un residuo d’acqua santa sfuggito al tappo del calcare ci metta del suo.

Che le galline sembrano sceme…

Ma quando gli torna il conto a loro, sceme non sono, e il giudizio, nel bisogno, gli sboccia in testa le idee luminose come fossero asparagi nel campo a primavera.

E così, mentre il tempo passa, non solo cambiano le misure – che Pio è cresciuto a più non posso - ma cambiano pure i colori - che prima era pallido come un lenzuolo dopo il bucato, e adesso invece pare un arcobaleno.

E non vorrei dirlo per non demolirti il castello, ma più che un angelo mi sa che sei diventato un galletto.

Quella che non cambia invece, è la fissa – che non c’è più cieco di chi non vuol vedere e più sordo di chi non vuol sentire.

E proprio mentre Pio svolazza verso l’alto per controllare se non i colori – che ormai l’ha capito sono fuori regola e meglio stenderci un velo pietoso - almeno le misure, un’ombra – a suo dire furtiva – e, sempre a suo dire, un rumore di passi sospetto.

E sarà pure cieco e sordo, ma a quanto pare l’istinto funziona e lo porta dritto dritto a fare la bella statuina con gli altri animali in quel di sant’Antonio.

Il tempo di un amen e l’ombra furtiva prende forma e sostanza.

Nella forma Pio ci vede il concreto di chi vive all’inferno, e nella sostanza ci vede il diavolo che, prima svuota la cassetta delle elemosine, e poi vuole portarsi via il suo idolo, l’angelo Gabriele.

Inutile dirlo, in un solo momento le raccomandazioni e i buoni propositi vanno a farsi benedire e prima che gli occhi, e soprattutto il cervello, gli dessero il tempo di mettersi a fuoco, gli uscì non solo il cuore dal petto, ma pure un chicchirichì talmente forte e potente che, unito all’eco e al rimbombo, si salvi chi può, perché pareva l’ira di dio.

Al povero diavolo non resta che filarsela a gambe.

A Pio invece onori e gloria ad vitam aeternam e si grida al miracolo.

E caro il mio angelo Gabriele ti chiedo scusa se mi gaso e senza né tanto né quanto cambio bandiera, ma sai com’è, i miracoli vincono i cherubini almeno 10 a 1 e sai com’è.

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Commenti degli utenti

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

Esordiente

Si, effettivamente una scrittura un tantino gasata! Ma, assi ben riuscito questo racconto. Segnala il commento

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Marco Fabbrini ha votato il racconto

Esordiente

Bello. Forse quello che mi è piaciuto di più.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Michelangelo67 ha votato il racconto

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di Sandra Morara

Esordiente