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Narrativa

Armistizio privato

Di Claudia Brizzi - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 20/07/2017

10 settembre 1943. Ricordi di una nonna.

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Avevano bussato alla porta due giorni dopo la Grande Paura. Il tempo trascorso era bastato a far sperare ad Anita che sarebbe tutto finito lì, tanta paura, troppe lacrime e qualche strillo.

Al papà non avrebbe raccontato niente, mai e poi mai, ed era certa che la mamma non avrebbe spifferato nulla: glielo aveva giurato solennemente sulla testa di Gigetto, la gallina più giovane delle sette che popolavano il loro terrazzo. Gigetto era una piumosa femmina, ma da pulcini si assomigliavano un po' tutti, maschi, femmine, polli, galli e galline, e a lei era stato assegnato il sesso sbagliato. Verrà fuori un bel pollastro, aveva sentenziato il papà di Anita. Il primo uovo covato da Gigetto l'aveva smentito, ma tra le risate di moglie e figlia il nome della riscoperta gallina non era stato mai cambiato.
Che caschi la testa a Gigetto, aveva scandito la madre la sera stessa di due giorni prima, dopo che il ritorno di papà aveva attenuato i resti della Grande Paura. Che le caschi la testa giù dal collo se mi lascio scappare una sola parola. La mamma andava forte con le promesse.

Quella stessa notte Anita si era sciolta in un sonno profondo, senza sogni e senza incubi, forse, o forse gli incubi c’erano stati, ma le prime luci dell’alba li avevano confusi con la realtà.

Due giorni dopo avevano bussato alla porta e Anita, seduta sulle ginocchia del padre come quando aveva sei anni e tutti i dentini da latte ancora in bocca, aveva contratto tutti i muscoli fino a sentirli bruciare. Anita respira, le aveva detto il padre accarezzandole i lunghi capelli neri, respira respira respira, si era ripetuta lei. Le parole le rimbalzavano come palline da tennis dietro gli occhi, tra le orecchie e poi ancora dietro gli occhi, ping, ping, ping, respira, non è niente, ping, ping, niente. Si mise le mani alle orecchie cercando di fermare quelle palline impazzite e guardò il padre con un oceano di paura negli occhi. Vai ad aprire tesoro, forza, sarà mamma che torna con il pane. Le parole ferivano le orecchie come gessetti nuovi sulla lavagna.

Anita si alzò in silenzio e andò all’ingresso, le unghie le incidevano la pallida carne delle mani, i ricordi della Grande Paura la accoltellavano allo stomaco, proprio come due giorni prima. La prima coltellata allora gliel’aveva sferrata la voce del giovane vicino di casa di rientro dalla fabbrica in cui lavorava. Armistizio! Armistizio! La madre si era affacciata alla finestra. Armistizio! Che urli, Carletto? Armistizio! Hai sentito, Anita? Armistizio! La prima coltellata, a dirla tutta, non era stata poi tanto dolorosa per Anita. Armistizio sembrava una bella parola, suonava come un buongiorno la mattina di Natale, sapeva di buono come quel quadretto di cioccolato che l’amica Agnese le aveva regalato un paio di mesi prima. Armistizio.

Poi era arrivata la coltellata vera, quella dolorosa. Ed era arrivata al ritmo della Wehrmacht.

A sorreggere il pugnale era stata ancora la voce del vicino. Arrivano! Arrivano i tedeschi e ci portano via! Via via via, arrivano!

In quel momento era scoppiata la Grande Paura di Anita. Nella sua testa risuonava solo un nome, solo una parola, papà papà papà, papà che era ancora in caserma, papà ufficiale, e i baffi di papà contro un esercito in marcia. Milioni di palline avevano preso a rimbalzarle con violenza contro le tempie, poi si era fatto silenzio improvvisamente, forse era diventata sorda, forse era morta in quell’istante e nessuno se ne era ancora reso conto. Anita rivide le mani grandi del padre e le sue scarpe sgualcite, poi spense la luce e morì, sorda e cieca e inconsapevole, finché l’orrore non le tirò un pugno tra le costole. Con un urlo lacerante tornò in vita.

Ci vollero due uomini e le lacrime della madre per contenere la furia della ragazza. Vedendo la colonna tedesca marciare tra le strade, le sue strade, e calpestare i ciottoli su cui anni prima, una vita prima, imparava a camminare stringendo la mano del padre, Anita gridava e scalciava via il suo dolore e la sua impotenza, e tirava graffi alla madre, sferrando pugni all’aria acida di sangue che era costretta a respirare.

Poi la colonna armata era passata oltre senza portar via nessuno, incurante di Anita e della sua paura aveva proseguito la marcia, mentre la notte che si sbriciolava per le strade.

Il padre era tornato a casa e Anita aveva supplicato la madre di non dire nulla della sua crisi. Non voglio che papà sappia che ho avuto paura, Non devi vergognarti, è normale, Tu non dirglielo. Così parlava alla madre e parlava a se stessa, prima all’una e poi all’altra, o forse a entrambe insieme. Le voci si accavallavano nelle sue orecchie.

Anita ora era davanti alla porta, la mano sulla maniglia pallida.

C’è la mamma, ripeteva.

Premette le dita intorno al chiavistello e la penombra dell’ingresso fu illuminata dal sole pomeridiano.

La mamma e il pane.

Due ombre alte, troppo alte, si srotolarono sulla moquette.

Levati ragazzina.

Mamma?

Dov’è tuo padre.

Due fucili la spostarono bruscamente dalla porta, liberando l’ingresso. Senza aspettare un invito, quattro stivali lucidi entrarono in casa.

Di nuovo sorda, cieca, morta, viva, poi un urlo sibilò tra le labbra serrate di Anita, riempiendo di silenzio la casa violata.

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