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Narrativa

asparagi

Pubblicato il 29/04/2018

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Ancora non ho capito perché non me l’hai detto. Cioè, un po’ lo capisco. Ti vergogni. E va bene. Ma insomma siamo adulti. Te lo ricordi, mi dicevi Quando avrai dei figli capirai. Ecco, ora i figli ce li ho. Siamo pari. E invece no. Non siamo mai pari. Pensi ancora di dovermi proteggere da qualcosa. Non lo vedi che sono in prima linea ormai? Siamo noi che facciamo da schermo a voi vecchietti. Non solo ai piccoli che vengono dopo. Vecchietti, sì, vecchietti. Che ti piaccia o no. Come se la mia vita, poi, fosse stata una linea bella diritta filata fin qui. E allora, dai. Ti pare che devo venire a saperlo così? Chiaro che ti giudico. Ma tutti giudicano tutti, non ti credere. Anche quelli che dicono di no. E tutti sopravviviamo al giudizio. Quasi tutti, diciamo.


È rimasto solo nello scompartimento di prima classe, finalmente. Ha atteso a lungo che altri due passeggeri scendessero per non essere disturbato o, peggio, ascoltato. Ché in treno chiunque si può fare gli affari tuoi con poca fatica. Adesso che si può parlare al telefono mentre si viaggia, si cammina. Non ci ha ancora fatto l’abitudine. Se riceve una chiamata mentre è per strada, per parlare, si ferma. Ha temporeggiato anche per un altro motivo. Potrebbe non essere una buona idea. Meglio arrivare da lei e dirglielo di persona. Se riesce a fingere più coraggio di quello che si sente addosso. Compone il numero sulla tastiera illuminata, finisce di convincersi con un ultimo sguardo fuori dal finestrino. Conta le striature lasciate sul vetro da pioggia e sporco durante la corsa. Con l’indice scrive una A nella condensa appiccicaticcia. Intanto che nessuno risponde. Forza. Una pausa non prevista. Capace di azzerare tutta la rincorsa presa per arrivare fin lì. Fa’ che risponda presto. Prima che quella cascina esca dalla cornice del finestrino. Prima che ci entri un altro palo dell’alta tensione. Riattacca.


Ti pare normale che sia qui, io, sui binari a prepararmi il discorsetto? Sarai tu che devi sforzarti di tirar fuori qualcosa di sotto quella corazza. Già me lo immagino come la metterai giù. La prenderai larghissima. Mi dirai – che so – di un compagno di collegio che è venuto a trovarti in studio. Non lo vedevi da più di trent’anni. Proprio quelle cose che detesti. Se non vi siete tenuti in contatto per tutto questo tempo una ragione ci sarà. Aveva una gran voglia di parlare del passato e, non sai neanche tu perché, gli hai dato corda. Lo sai perché. Eh, se lo sai. Siete finiti a cercare una spiegazione per quest’ansia di libertà che ancora, alla vostra età, vi insegue. Erano altri tempi quelli del collegio, è vero, ma neanche da giovani avete vissuto senza vincoli e responsabilità. E questo vi è mancato. Vi manca. Se pensi che ti interromperò, che ti leverò le castagne dal fuoco, ti sbagli. Ah no, che non ti rispondo adesso. Troppo comodo al telefono. Andiamo pure pure avanti. Alla fine avete riconosciuto che, nonostante il lavoro di prestigio, la carriera brillante, l’idea che vi siete costruiti di voi stessi ha sempre finito per dipendere dalla donna che vi stava accanto. Uh. Bella questa.


Non si è mai concesso la debolezza di parlare con sua figlia di certe cose. Lo rende nervoso sapere che si troverà allo scoperto. Basta però giocare con le parole. Ora o mai più. Immagina il nodo che si scioglie spontaneo, come tra due abituati a trovarsi così. E non risuona nella sua voce – come sa che gli può succedere – l’irritazione di chi si sente carpire un segreto. Anzi è quasi dolce mentre le racconta di come si sia innamorato. Di una donna poco più grande di lei. Non che sia una ragazzina, eh. Immagina di attendere una reazione che, con suo sollievo, forse non verrà. Gliela descrive, allora. Una donna dai capelli nerissimi, mediorientali. Da strega vorrebbe dire, ma si fermerà in tempo. Indossa vestiti colorati che lo mettono un po’ in imbarazzo. Sono ormai due anni. Se l’avesse incontrata quando era lui ad averne ancora trenta, forse. Ma ha poco senso figurarsi come sarebbe andata. Immagina di parlare di sé come di un vecchio, ma gli brillano gli occhi più che a un ragazzino. Che rischio corre a raccontare di lei. Deve immaginare anche di potersi fidare.


Prima che cominciamo voglio chiederti una cosa. Te lo ricordi quando siamo andati in campagna a Serravalle, da quel contadino che conosceva la nonna? Avrò avuto più o meno dieci anni. Volevi farmi provare la vita a contatto con la natura. Ero una figlia della plastica, mi dicevi. Mica come te, cresciuto dando la caccia alle galline. Quella volta lì, tu, con aria esperta hai chiesto al contadino dove fossero gli alberi di asparagi. E lui, Professore, ma non crescono sugli alberi! Allora ti sei precipitato a dire che, sì certo, tu intendevi i cespugli di asparagi! Io l’avevo studiato a scuola che crescono sotto terra. Che bisogna scavarli fuori con un attrezzo apposta, con cura, senza spezzarli. Mi scappava da ridere e un po’ mi vergognavo per te. Ero anche un po’ fiera di saperne di più. Per una volta. Ma non te l’ho detto davanti al contadino. E neanche dopo.


Porta avanti per sé il racconto di quello che le racconterà. Della giovane donna – che sorride e lo fa sorridere – tenuta a pagare per intero il conto di una storia dall’orizzonte breve. Della forza vitale che raccoglie grazie a lei e non è in grado di restituire. Compila l’elenco delle negazioni che si è costruito addosso. Non è mica un sognatore. Non può avanzare pretese né cambiare lo stato delle cose, lo sa bene. Nel Duemila avrà settant’anni. Da non crederci. Lui, non ci crede.

Annusa con fastidio l’odore metallico che viene dalle finiture del treno espresso. Si assesta sul velluto rosso polvere del sedile ormai sformato, e tira tutto il fiato che gli servirà. Fuori è così buio che non si orienta più. Ecco, crede di aver appena superato il ponte sul Po, il fiume è pienissimo con tutta questa pioggia. La golena sembrava già allagata, ma non ha visto bene. Colpa del riflesso sul vetro. Colpa della troppa luce dentro, se vede solo se stesso.


Eppure avrei potuto crederci. Perché l’avevi detto tu. Magari la maestra si era sbagliata. Magari avevo capito male io. Ma sì, che scema, gli asparagi crescono sugli alberi! Guardiamoci intorno e troviamoli.

Esscendi. Sei fermo in stazione già da cinque minuti. Vorrai mica restare su per sempre. Stavolta ti tocca.


Domani il tempo dovrebbe migliorare. Chissà se riusciranno a farsi una passeggiata in campagna. Come quella volta. Chissà se lei si ricorda. Forse no, avrà avuto cinque o sei anni. Quella volta dei carciofi. Che figura. Gli alberi di carciofi, aveva chiesto al contadino, dove li tenete? Voleva farle conoscere la vita di campagna. Un campagnolo di plastica, si era sentito. Ma poi era riuscito a dissimulare, come sempre. Lei era troppo piccola per accorgersene. L’aveva distratta con quegli aironi cinerini incontrati lungo il fosso mentre il mezzadro li riaccompagnava alla macchina con le loro cassette piene. Asparagi, ecco cos’erano!

Ma no, era troppo piccola per ricordarlo.

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