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Narrativa

Aspettando l’orario di visita

Pubblicato il 02/11/2018

Per essere ricordati si deve lasciare più di alcune parti di DNA.

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Piove anche oggi, mi alzo dal letto con la schiena a pezzi. Le gocce di pioggia, che sbattono sulla finestra, m’infastidiscono. Non capisco perché investano tanta energia per infrangersi sul vetro e finire, attratte dalla gravità, sul pavimento. Spero che per l’orario di visita smetta di piovere. A parte Amorissimo nessuno sfiderebbe quest’acquazzone. Neanche io. Anzi, io avrei già firmato le dimissioni e sarei tornata a casa. Ciò che mi trattiene è vedere l’obiettivo davanti a me: le tre finestre al quinto piano del padiglione di fronte. Se gli esami saranno negativi, dopo l’operazione, potrò tornare a sperare. Sperare di diventare madre, anche se nel mio caso ci vorrebbe un miracolo. Come lo è questa pioggia per i boccioli rimasti sulla rosa; gli altri galleggiano nella pozzanghera, sopra le radici, e in autunno diventeranno nuova energia per l’arbusto.

Anche oggi l’infermiera mi ha picchiettato le braccia alla ricerca di una vena ricca di sangue. Sì, perché nelle mie vene pare non scorrere - rido da sola immaginandomi con i canini aguzzi e il viso pallido - l’ago aspira piccoli rivoli che sembrano appartenere a fiumi in secca. Al quarto tentativo la provetta si è riempita. Domani tutto ricomincerà da capo. Il ricovero doveva durare tre giorni. Ma contando quelli per la preparazione, i sabati, le domeniche e le festività, sono qui da DIECI GIORNI. Ormai conosco bene questo vecchio padiglione: il pavimento con le piastrelle esagonali, dai disegni geometrici su fondo nero, e i soffitti altissimi con gli angoli concavi. Quello destro, di fronte al mio vecchio letto di acciaio, ha una grande macchia che si allunga sull’armadietto; anche questo rigorosamente vintage.

La pioggia non batte più sul vetro, forse ha smesso. Guardo e piove ancora. Le gocce lunghe e dritte scivolano dall’ombrello sulle spalle e le braccia. Oggi chi è uscito da casa, tornerà fradicio. Non ho niente di meglio da fare che osservare il segno giallo lasciato dall’umidità e mi viene in mente una frase che mi ha detto mia mamma: «Una casa senza tetto è come una famiglia senza figli». Io non voglio una copia di me in miniatura o avere una seconda possibilità per realizzare i miei progetti. Mi piacerebbe insegnargli a pensare fuori dagli schemi e scoprire che a volte è l’unico modo per trovare una soluzione. Vorrei che fosse se stesso sempre e ovunque. E se non avremo figli? Diventeremo come quella coppia, dimenticata, e messa in un sacco nero da destinare all’inceneritore? Nessuno si è ricordato della loro esumazione. Si dice che il tempo attenui il dolore; a volte cancella anche le persone. Già. Accetta la realtà, non sei il Manzoni!

Sopra il tetto del PS c’è l’arcobaleno - sorrido, gli arcobaleni mi rendono felice - il rosso è molto più grande del giallo e del verde. Quest’anno la vendemmia sarà abbondante. Così diceva mio nonno. Peccato, che ricordi poche frasi dei miei nonni e nessuna dei bisnonni: anzi ho dimenticato anche i loro nomi e volti. Ma ricordo benissimo quelli dei miei amici e le avventure vissute insieme. Come l’agosto in cui scoprii di essere sonnambula. Che ridere quella mattina a colazione. Non ricordavo che Agata, rientrando tardi, mi avesse svegliato e neanche che avessimo parlato. Era ricoverata in quest’ospedale, la prima volta. Il giorno dopo l’operazione scherzava, sicura di aver sconfitto il Male. Dopo ci sono stati dei compleanni, un matrimonio, un trasloco e due ricoveri. L’ultima volta l’ho vista in una camera mortuaria piena zeppa di fiori. Ne sento ancora il profumo: dolce e acre. Per essere ricordati si deve lasciare più di alcune parti di DNA.

Sul marciapiede, tra le pieghe dell’asfalto, le margherite hanno superato il temporale e il calpestio distratto dei passanti. Così forti e delicate. Sembra passato un secolo da quando abbiamo deciso di avere un bambino. L’idea, che il nostro amore si materializzasse in un sorriso e due manine che ci avrebbero cercato, era un sogno. Eravamo pronti per diventare genitori. Ma è difficile conciliare desiderio, scienza e reali possibilità. Al momento imbottirmi di ormoni non è stata una buona idea. Gli effetti collaterali hanno battuto le possibilità di maternità per 2 a 0 e il sogno è diventato un incubo. Ma io ho Amorissimo che mi sostiene e rassicura, sempre, quando mi dice: «Se avremo dei figli, bene. Ma anche se non li avessimo andrà bene lo stesso. Io amo te, non l’idea di un figlio». Raddrizzo la schiena ed è come se mi avessero tolto un peso dalle spalle. Dopo due anni mi sento in sintonia con il mondo e penso ai bambini dell’Est Europa. Vengono in Italia per un mese: hanno bisogno di aria e cibo sano per difendersi dalle radiazioni dei luoghi dove vivono.

«Ciao, ti hanno dimesso?», mi chiede guardando il borsone a terra.

«Ciao, Amorissimo. No, ho firmato le dimissioni. Basta esami e visite. Torno a casa con te.»

Mentre mi avvolge in un caldo abbraccio, gli confido di voler ospitare un bambino di Chernobyl.

«Dobbiamo comprare il letto», dice dopo un breve silenzio.

«Ti amo.»


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Ghiren73 ha votato il racconto

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Mariluuu ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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SteCo15 ha votato il racconto

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Lucido, freddo: immagini come tagli di lama che feriscono e fanno soffrire. Niente fronzoli. Eppure coinvolgente e commovente.Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Rosalba Nappo ha votato il racconto

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Una lettura per immagini: poetica e reale. Brava!Segnala il commento

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Danilo ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Hollyy ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Gef Coco ha votato il racconto

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di Cellegato Guendalina

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