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Narrativa

Assenzio e Madeleine. Episodio 2, Stagione 4

Pubblicato il 01/01/2021

Ariminum Circus in versione multimediale è qui: https://www.wattpad.com/story/246636837-ariminum-circus

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Finito lo spettacolo, la folla si riversò sulla spiaggia. Invano Jay cercò Helen e Daisy, prima all’uscita del circo, quindi nei dintorni del tendone: le due gemelle si erano dileguate. Stava per ampliare la ricerca dirigendosi verso il porto, quando qualcuno mise un morbido braccio sotto il suo. Il cuore gli balzò in petto. Ma era il Pescivendolo. «Lasciale perdere. Andiamo al Mocambo insieme al Piccolo Ed. Vi offro un cranio di assenzio».

Jay, benché con riluttanza, accettò la proposta. Ma chi non beve in compagnia…

«Muninn e Huginn?» chiese.

«Non so, ho visto che volavano via».

«E il Maestro? Il Capitano? Dove sono?».

«Avevano delle faccende da sbrigare al Grand Hotel. Preparativi per la cerimonia funebre».

«Cerimonia funebre?».

«Sì, in memoria del robottino morto. Sono stati piuttosto vaghi e andavano di fretta. Non ho insistito, non mi è sembrato il caso. Comunque, poi ci raggiungono».


Pochi minuti dopo, Earnest, Ed e Jay erano al Mocambo, alle prese con i rispettivi bicchieri di assenzio bianco della casa accompagnati da una madeleine, ciascuna di una forma differente – e con un differente sapore. Testimoni viventi di quelle virili amicizie ariminensi nutrite dal desiderio di parlare veramente solo con quei pochi con cui lo si può fare senza proferire verbo. Un lato della loro personalità che faceva il paio, uguale e contrario, con l’insopprimibile anelito al confronto dialettico su qualsiasi tema. Fenomeno non così strano, se si pensa che il più grande chiacchierone della storia, Platone, ha anche affermato che solo attraverso il silenzio si può arrivare a condividere la Verità.

L’inutilità del parlare di Jay era palese: se avesse aperto bocca, non per bere, ma per esprimere quanto aveva in testa, avrebbe per l’ennesima volta evocato Daisy – le ragioni incomprensibili, anche a se stesso, dell’amore che provava per la Piratessa, l’enigma fantasmatico di quell’attrazione irresistibile. Avrebbe manifestato lo sgomento per il rifiuto che lei aveva opposto all’idea di una nuova vita insieme e soprattutto per la prossima partenza della giovane donna a fianco di un marito che pensava unicamente al golf. Una prospettiva che non gli lasciava scampo. 

Tutta la faccenda pareva al Piccolo Ed stravagante, dato che lui non credeva nell’amore come specifico rimedio per i mali che affligono gli individui e tantomeno come generico toccasana per l’umanità. Ci credono alcuni infatuati, riteneva, appartenenti alla bassa forza del pensiero. Gli spiaceva che anche l’amico rientrasse nella categoria. Ma aveva una granitica certezza: proprio come la sorella di sangue, la guerra, l’amore è lo scoppio di una crisi latente. Può durare pochi mesi o molti lustri, non cambia la sostanza. Finisce, come tutte le cose di questo mondo. Poi si riprende ancora a vivere al solito ritmo e al solito modo fino ad accumulare, dopo un certo numero di anni, gli elementi di crisi per un nuovo cataclisma. E ancora la guerra e l’amore passano: restano i solchi e le zolle, i corpi e i cuori; la terra, anche se devastata dai combattimenti, non tramuta il contorno delle sue rughe – al massimo le approfondisce, le imputridisce, le fa marcire; e lo stesso accade all’anima degli uomini dilaniati dall’amore. Solo l’avvento di una nuova era potrà spezzare questo circolo immodificabile: un’era finalmente senza amore e senza guerra, perché i robot avranno sostituito il genere umano.


Tu non capisci, taceva Jay. Per capire avresti dovuto essere al mio posto l’altra sera. Eravamo rimasti io e lei, nel parco del Grand Hotel, al termine di una giornata al mare. In lontananza Rod Stewart cantava Hot legs, una colonna sonora quanto mai appropriata al momento. Daisy portava un due pezzi bianco (per la precisione: un Dr No-Bikini nella versione chiamata “Blooming esplosion” perché, pur ispirato a quello bianco famoso portato da Ursula Andress in 007 Licenza di uccidere, è ricamato con parole tratte dal monologo di Molly Bloom nelle pagine finali dell’Ulisse, in modo tale che ogni riga scritta da Joyce sbocci nel disegno di fiori sempre diversi: gigli, camelie, stelle alpine. Righe peraltro illeggibili: sono cucite a mano con un filo di cotone candidissimo, N.d.R.). La mise perfetta per un aperitivo al Mocambo: ma anche a bordo piscina sulle sue curve offriva un gran bello spettacolo. E le lunghissime gambe valevano da sole il prezzo del biglietto.

Poi la mia dea si è alzata, senza dire niente, ha indossato un paio di jeans attillati e si è avviata a fare una passeggiata. L’ho accompagnata a piedi per il sentiero delle alte marruche fino all’incrocio con la strada maestra, la Via del Montone Abbandonato. Camminammo fino a Bellaria. La luce tenue della Luna nuova seguiva al dolce Crepuscolo. Ai lati della via maestra, presso le case coloniche, si separavano i chicchi di grano dalla pula. Ogni tanto nella penombra si presentava il profilo di un carro colmo di strame, e la bianchezza d’acciaio dei buoi si appressava con l’alito mite del presepio. In un’atmosfera comunque pesante, va detto, con tutto quel fertilizzante chimico in giro, sparso dai droni spandiconcime (gli Exacta CL con terminale Isomatch Tellus di Kverneland, dotato del sistema di geo-referenziazione e di un apposito software per il dosaggio variabile, N.d.R.), mano a mano che i trebbiatori satellitari terminavano il loro lavoro.

Ci addentrammo fra le campagne, nella quiete fra il passaggio di uno sputacchiante plantoide (il robot ispirato alle radici delle piante per l’esplorazione dei suoli, N.d.R.) e l’altro (la macchina è in grado di muoversi nel suolo costruendo il proprio corpo. Il processo consiste in una stampante 3D miniaturizzata all’interno dell’apice radicale robotico che consente la deposizione di strati successivi di un materiale termoplastico, imitando così la crescita naturale, N.d.R.), appena velata dal ronzio proveniente dalla rete di sensori e antennine (con cui gli agricoltori tengono sotto controllo i dati relativi alla temperatura, al livello di acidità dei terreni, al grado di maturazione delle sementi e milioni di altri, N.d.R.).

Oddio, anche i robobuoi made in Sant’Arcangelo (“robobuoi dei paesi tuoi!”, era lo slogan scelto dalla Direzione marketing della ditta produttrice, la Acme, N.d.R.) non erano proprio in classe A, quanto a rumorosità.

Giunti in una piazzola di sosta delimitata da qualche panchina male igienizzata, un lampione rachitico a tentare di rischiararlo con scarsa fortuna, ci salutammo tristemente. Lei salì su un monopattino elettrico, lo sbloccò usando una tessera di bike sharing e tornò all’albergo imboccando uno stradello che tagliava per i campi. L’orrendo assemblaggio di carne e acciaio scomparve per il viottolo bianco, sotto la piccola Luna. Lasciò alle proprie spalle un effluvio di profumo: lo storico Carnation di Floris, con quelle persistenti note di geranio che, mi aveva confessato l’eterna nipotina, le ricordavano l’odore leggermente putrescente emanato dalla pelle mai del tutto sanificata di Nonno Emilio.

Aspettai una decina di minuti che parvero ore, nella folle speranza che potesse ripensarci e venire ancora da me. Nel mentre, osservavo la terra che portava il colore disseccato dell’inverno. Il silenzioso fumare in un vapore violetto dagli avanzi di quel mondo dimenticato al freddo degli spazi siderali. Le nuvole dormire sopra le creste del Cliff e dei Seven Mice accavallati e ristretti; e sotto il Cielo pieno di stelle, ma vuoto di risposte alle mie domande, sentivo solo la stanchezza delle strade consumate giacere in mezzo alla pianura fosca. Ormai l’ora si era fatta tarda, non c’era un’anima viva in giro. Qualcuna morta, forse sì. Le casette erano disperse come lapidi di un cimitero nella monotonia della campagna attraversata da banchi bassi di nebbia. Rassegnato alla solitudine, ripresi il sentiero verso il mare, fra le alte marruche – le stesse che infestano ogni viottolo, mulattiera e tratturo della Romagna. Sono fra l’altro allergico alle maledette marruche e starnutii di continuo. Finalmente giunsi alla mia destinazione, il litorale.

Superai Sand Ship (il quartiere egizio di casette costruite sulle dune con bottiglie in plastica riciclate per mantenere la temperatura interna costante e per offrire un riparo più solido, rispetto a quelle tradizionali in argilla dei ghetti di Ariminum, contro le tempeste di sabbia che periodicamente spazzano la zona denominata per questo motivo Bellaria - la classica ironia ariminense..., N.d.R.). Mi distesi sotto le stelle, risoluto a dormire in quel luogo, sul morbido materasso di una duna, coperto solo dal lenzuolo della luce lunare. 

Fu un sonno breve e agitato. Aprii gli occhi che ancora era notte. Il Gran Carro! Un carro funebre? Che strana sensazione vedere quel corteo astrale in un’altra zona del Cielo, diversa da quella dove lo avevo lasciato poche ore prima! Le stelle ardevano come i lumini dei morti. A parte una, la più fiammeggiante delle stelle vaghe dell’Orsa. Una cometa? La cometa pestifera, quella letale più ancora di tutte le altre comete, la cometa dell’amore? mi chiedevo. 

Se lo è, saremo in molti a soffrire. Il passaggio di una tale cometa potrebbe durare a lungo, anche tutto l’inverno. E che cosa cambierà su questa spiaggia stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i feriti, i torturati e gli abbandonati vagheranno, stelle dannate arse dal fuoco dell’amore, non più in Cielo ma nell’Ade della Costa di Pollock, i piedi lambiti dalle alghe tenere, lucide e nuove, al Sole silenzioso della primavera che è sempre la stessa? Perché certo il Sole sorgerà ancora, oltre il Cliff e le colline, come d’abitudine. Passerà i tetti delle cascine uno a uno, passerà i pioppeti, le alte marruche e poi tornerà quassù, su queste dune, vaneggiavo. Mi sovvennero le parole di Fellini: tutto è automatico, tutto è ripetuto, tutto è perpetuo! L’eterno ritorno dell’identico…


Earnest ascoltava quel muto dialogo, sornione, mollemente adagiato sulla poltrona Camaleonda di B&B color panna - un pezzo unico, sistemato in un angolo del locale. Il Piccolo Ed era sorpreso. Credeva che sarebbe intervenuto con una battuta, un aforisma o anche una metafora del genere: “Gli amori? Un pullulare di bolle in fondo a una fonte perenne! Alcune bolle vanno più in su, altre scompaiono subito. La vostra è stata una bollicina evanescente, come quelle di uno champagne scadente”.

Scrutò il Pescivendolo. Intravide un lieve moto delle spalle, forse un mero arruffio dei peli. Si protese verso di lui. Muoveva le labbra soltanto per dire... Niente. Era stato una specie di soffio. Pareva tranquillo, eppure là, nell’ombra della poltrona, il corpo flessuoso era scosso da un fremito. Che modi felini, gli ricordava un gattopardo. Ecco, si guardava intorno. Arricciava il naso, quasi fiutasse nell’aria un odore particolare. Ma no, quella macchia di polvere bianca proprio sulla punta del naso indicava altro. Lesto il vizioso si ripulì con due dita che provvide infine a leccare con metodo. Poi rialzò la testa, come per traguardare un pericolo in arrivo dall’ingresso. Un cane? Un poliziotto?

Con un riflesso condizionato, anche chi lo scrutava allargò la propria visuale, per renderla coerente a quella dello scrutato; quindi Ed aprì bene i padiglioni auricolari e spalancò pure i restanti cancelli della percezione, cercando di immedesimarsi nel Pescivendolo e di provarne le stesse impressioni, ritrovando il mondo esterno nelle sensazioni visive, uditive e tattili del compagno di bisbocce. Ne penetrò la realtà mentale come quando si immergeva in quelle virtuali rese accessibili da strumenti elettronici collegati al sistema nervoso con spinotti innestati alla base del collo o attraverso collegamenti bluetooth.

All’innescarsi del processo empatico venne sopraffatto: che largo respiro umano, anzi divino, si percepiva nella bianchezza di quel luogo! Aveva ragione il Capitano: le cose sensibili e le cose ultrasensibili andavano, diceva, come le onde dall’alto mare, a rinfrangersi lì melodiosamente. Per annullarsi in una spuma vaporosa che svaniva con il ritorno della bonaccia. Ma poi l’esperto spacciatore (e consumatore di dosi contenute, almeno così sosteneva, di cocaina e una quantità di altri farmaci) tornava a chinare la testa sul tavolino davanti a lui; di nuovo fiutava qualcosa e il biancore accecante ne squarciava il cervello. Aveva ragione Fellini: l’identico, il grande Sceicco del Tempo e dello Spazio, tornava perenne, incessante, inesorabile: e bianco.

In tutto quel candore il Piccolo Ed, Ed il misogino, Ed il misantropo, Ed il profeta di un mondo devoto solo agli Dei meccanizzati dotati di Intelligenza Artificiale e connessi in Rete nell’alto del Cloud, Ed ritrovò il senso del commuoversi che lo legava al gruppo di amici con cui condivideva alcol, droghe e discussioni interminabili. Esseri ambigui, bionici, vanitosi, ibridi, patologici, apostoli della metafisica e delle neuroscienze, era a loro che si sentiva affine. Non sapeva perché – amore e comprensione sono grandi misteri, se razionalizzati svaniscono – ma lo rimettevano al mondo. Forse perché gli facevano apparire il resto dei viventi come una macchia sbiadita e dimenticabile. Anche se doveva ammetterlo: guardava più allo spettacolo che offrivano, che alla loro più intima essenza. Ed il misantropo… ma sentiva che lo stesso valeva per gli altri. Perché nessuno vuole sapere cosa sei, solo cosa puoi essere. Quei vitelloni ne erano certamente consapevoli e stavano al gioco. Ma al termine della notte, quando monologavano ubriachi con se stessi, ne soffrivano sulla base dell’antico imperativo: essere accettati per quello che si è.

Decisamente, l’assenzio aveva sul Piccolo Ed uno strano effetto: ne risvegliava l’animo lirico e lisergico, quasi sempre nascosto all’ombra della spiccata propensione, che la vodka invece tendeva a esaltare, per la tecnologia, la cibernetica, la matematica – discipline, del resto, considerabili, nelle loro forme più elevate, come modi estremi di fare poesia.

O di drogarsi.

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Imago ha votato il racconto

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Alessandro D. Massa Larsen ha votato il racconto

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Bruno ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con i commenti di Silvia e Ondine, il monologo di Jay è piaciuto tanto anche a me. In generale, questo è un episodio dal contenuto insolito, arioso, un collage di immagini che definirei leggiadre, dentro il solito, piccolo mondo di AriminumSegnala il commento

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Marco Verteramo ha votato il racconto

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Ogni fine è un nuovo inizio, e vabbé, ma soprattutto ogni inizio è già una nuova fine Insomma, non ne usciremo mai... Buon 2021, in ritardo...prosit Segnala il commento

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Helenas ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Denso e sublime, la presenza dell'amore, seppur fragile e vano, è tema che aleggia per quasi tutto il brano.Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

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Dire senza dire. Ricordare. Dimenticare. Non sono forse queste le traiettorie che Ariminum Circus propone al Lettore?Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Andreasololettore ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Scrittore

Un diverso equilibrio, una diversa tensione (a conferma della bravura). Sarà una costante della quarta stagione?Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

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Stefano Sabattini ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Rispetto ai tuoi impeccabili racconti, qui ci sono meno citazioni e più umanità, è intriso di una velata malinconia e i dettagli hanno sapori più profondi e veri. E mi piace di più. A te i miei auguri sinceri Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Bello. Ho apprezzato molto il lungo monologo muto di Jay. L’uso della prima persona spezza la continuità del racconto, cattura l’attenzione e la sposta un po’ più in là. Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Molto carina la parte delle bolle :) Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente

Sempre davvero bravoSegnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Il concetto dell'amicizia, il desiderio di essere accettati pur mantenendo la propria unicità pennellato con i riflessi lucidi della tua poetica assolutamente unica. Mi è piaciuto molto. È stato il più bel inizio o fine anno!!! Ciao Federico!!!Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Per la fiducia, anche se ad una prima veloce lettura, questo episodio non mi sembra all'altezza dei precedenti, quasi tutti davvero magistrali Segnala il commento

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di Federico D. Fellini

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