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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Assomigliare a un'idea, un'idea dell'Ikea.

Pubblicato il 02/06/2018

Frida non aveva grandi ambizioni, voleva solo essere "normale". Normale come un mobile dell'Ikea.

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«Mi chiamano Agrado. Perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita più gradevole agli altri».

«Proprio com'era mia mamma. Sempre pronta ad aiutare chiunque». pensò Frida alzando lo sguardo annebbiato di lacrime verso il televisore.

Trasmettevano Tutto su mia madre, di Almodóvar. Dal 48 pollici appeso alla parete del soggiorno, Agrado sembrava rivolgersi anche a lei, intenta a mettere ordine tra le centinaia di foto di famiglia ammassate alla rinfusa in una scatola di cartone telato. Le aveva sparpagliate tutte sul tappeto di lana grigia dell'Ikea: uno sfondo neutro, perfetto per quell'incerta sequenza di vuoti e di pieni che chiamiamo “vita”. Immagini di soldati, storie di bombe e di tombe, ma anche feste e divertimenti di bimbi, come quella in cui, a dieci anni, giocava a fare la mamma con il fratellino più piccolo ingozzandolo di stelline in brodo fin quasi a soffocarlo.

Ora, a quarant'anni, Frida era avviluppata in un asfittico involucro di carne, martoriato dai tatuaggi e inflaccidito dal dimagrimento. Inadatto a ospitare anche soltanto un embrione di vita. Il corpo di una ex grande obesa, bulimica dell'affetto di cui era stata privata, passata da centocinquanta a ottanta chili in due anni. Di quell'enorme zavorra non restava che una pesante camera d'aria sgonfia, larga e spessa. Maledettamente attirata verso il basso.

Le sue dita, rapide e ossessive, si muovevano tra le foto cambiandone continuamente la cronologia nel folle tentativo di modificare il passato per sovvertire il presente. C'erano anche dei ritratti di sua madre, morta cinque anni prima; non i soliti cheese tanto per compiacere l'obbiettivo, bensì le smorfie di una malattia precisa, feroce, inafferrabile. Di quelle che attorcigliano il cuore di chi guarda. Ovunque spostasse quelle foto, l'effetto non mutava. Il dolore si muoveva con loro.

Nel bel mezzo di quella danza diabolica squillò il telefono. Era Marta, una vecchia amica.

«Frida, sabato ho la mia prima prova di body suspension. Ti va di venire a tenermi la mano? Sai, sono un po' nervosa».

«Certo. Conta pure su di me».

Parcheggiarono l'auto davanti a un capannone, ex sede di una ditta inghiottita dal proprio fallimento, alla fine di una lunga strada a fondo chiuso. Un posto isolato, in periferia.

Superati i controlli di rito, entrarono.

Mentre Marta si spogliava dietro una tenda nera, gli occhi di Frida, appollaiata su uno sgabello troppo piccolo, correvano rapidi in ogni direzione: prima verso le schiene tatuate, poi i buchi _ non dei comuni piercing _ buchi veri, sangue che sgorga, altri buchi, acciaio che aggancia, cavi, tiranti che tirano, pelle che si scolla, corpi che si issano.

«Sì, lo voglio anch'io. Appendetemi.» gridò in preda all'esaltazione.

Un forte odore di disinfettante. Altri fori. Altro sangue. Altri ganci.

«Tutto a posto, Frida?» sussurrò l'operatore, accarezzandole il cranio ispido.

«Tutto OK.» rispose Frida, appesa in orizzontale, a poco più un metro da terra, a poco meno di un metro da Marta. Si tenevano per mano e sorridevano al vuoto. Beate in un luogo dove non esistono parole; dove, in un impeto di violenta compassione, il dolore stordisce la sofferenza.

Denudate fino a strapparsi la pelle: questo è il pegno da pagare per essere autentiche perché «una è tanto più vera quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa».

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Frida non Kalo si Issa lassù sul Liatorp.Segnala il commento

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