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Narrativa

Attese

Pubblicato il 05/01/2020

Racconto breve

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7 Voti

Il cielo era stato fin dalle prime ore del mattino una rincorsa di nuvole che si divertivano a oscurare il sole anemico di aprile e la tentazione di posticipare tutto quanto alla prossima settimana, o forse anche a mai, era stata forte.

Invece aveva fatto bene a partire.

Aveva fatto bene a partire oggi

Aveva fatto bene a partire sola.

L’Aurelia filava via tranquilla e sempre uguale con il suo asfalto rattoppato e rialzato ai lati, per colpa delle radici dei pini marittimi, piegati e stanchi come le prostitute in attesa lì, da anni.


Ho aspettato sempre.

Ho aspettato per minuti, ore, giorni.

Ho aspettato anche mesi. Anni ho aspettato.

Sorridente, fiduciosa.

Col ghigno sdentato di bambina quando mi lasciavi dai nonni, te li ricordi i nonni vero?

Certo che te li ricordi, erano a tua disposizione sempre.

I tuoi genitori.

Tuo padre, mani grandi e calde.

Tua madre, soffocata dalle grida dell’unica figlia pazza e violenta.

Entrambi schiacciati dal senso del dovere che tu ogni giorno contribuivi a far crescere, quei poveri vecchi pronti all’uso che diventavano nonni solo quando ti serviva.

Ti guardavo andare via e il tuo bel sorriso era il pane dei miei giorni a venire.


Quel giorno aveva chiesto un permesso per motivi familiari senza dare tante spiegazioni e aveva scelto il mercoledì perché lo odiava, le era da sempre sembrato il giorno più lungo della settimana, così neutro, lontano dai buoni propositi del lunedì mattina e da quelli cattivi del venerdì sera, indeciso e anche un po’ inutile, proprio come lei si sentiva.

La strada liberata degli alberi, adesso curvava di continuo, correndo tra una rupe a sinistra, che pareva volerle accarezzare la fiancata dell’auto e l’infinito, spalancatosi a destra; la scogliera lì sotto non la poteva vedere, ma se la immaginava,  alti scogli inospitali che si spaccavano qua e là per far uscire ciuffi di macchia mediterranea e poi mare, mare, mare.


Ho aspettato con la smorfia strafottente e smarrita dell’adolescenza.

Ferma immobile per ore davanti al portone ormai chiuso della scuola.

Lì dovevo stare e lì stavo, in piedi, sola, finchè dalla curva a gomito della strada sbucassi tu.

Trafelata, con i capelli neri che ti spaccavano il volto in cento pezzi e la bocca di sangue che vomitava insulti contro il mondo intero.


Aveva voglia di un caffè, ora che il libeccio aveva squarciato il cielo e spinto la pioggia ancora da cadere dietro di lei, oltre le colline.

Il traghetto partiva alle 13.45, doveva affrettarsi, il caffè lo avrebbe preso a bordo. Biglietto, imbarco, dieci, forse dodici auto a salire su quel traghetto, poi un'ora di respiri, appoggiata alla ringhiera appiccicosa di salmastro piena di bolle e ridipinta cento volte di smalto bianco, mentre guardava Piombino farsi piccola piccola con i suoi fantasmi arrugginiti. Lo zaino le pesava sulle spalle. I gabbiani festeggiavano.


Ti aspettavo sempre, anche quando eri lì con me.

E mi stringevi forte guardando l'orologio perché il tempo era il tuo legame con la vita, mercanteggiavi con me ogni momento che trascorrevamo insieme, eri brava a barattare con libri e giocattoli la tua assenza e io non avevo ancora imparato a leggere la bugia nell'angolo delle tue labbra.


Si era accorta solo quando le ruote dell’auto avevano toccato la terraferma, che quel caffè era rimasto un desiderio, ma adesso doveva andare e di strada ce n'era ancora.


Ogni tanto, negli ultimi tempi, squillava il cellulare, Emma c’era scritto, eri tu.

Alla E ti avevo registrato, non alla M di mamma, non te lo meritavi.

L’infermiere ti aiutava a chiamarmi ad intervalli regolati dalla morfina, ti eri trasformata in quello di cui avevi sempre avuto paura, eri diventata un fermo-immagine.

Io, invece avevo cercato di salvarmi, ma non so se ci sono riuscita.

La clinica dove ti mantenevo era molto, molto lontana dalla mia vita, l’avevo fatto per non darmi la possibilità di cadere ancora.

Poi, finalmente, sei morta.


Ceneri nere, bianche e grigie uscirono come coriandoli dallo zaino spalancato, esplosero nel vuoto e se ne andarono via, scapparono nel vento in quella parte così lontana dell'isola, disperse ovunque, libere, mentre lei continuava di agitare in aria il cilindro di alluminio che le aveva contenute perché si svuotasse completamente.

Nulla, non doveva rimanerci nulla.


Non ti sto perdonando, non lo farò mai.

Sto perdonando me stessa, ho scelto di non ritrovarti mai più, voglio che non esista un luogo dove venirti a cercare, dove portare i miei figli per dire loro, questa era vostra nonna, mia madre.

Non ti sto perdonando, non lo farò mai.


Iris risalì a passi grandi e leggeri le pietre bianche, ad un certo punto notò una crepa abbastanza profonda e cieca fra due sassi, si fermò e vi spinse dentro il cilindro chiuso fino a vederlo sparire, poi continuò a salire.

Un caffè la stava ancora aspettando.


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Commenti degli utenti

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

A tratti bello, intenso, ma la tua rabbia pare così potente, assoluta, da impedire la fruizione letteraria. Hai scagliato una maledizioneSegnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore
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RoCarver ha votato il racconto

Scrittore
Editor

Meraviglia assoluta!!! Da brividi, ho sentito tutto il rancore e tutto il dolore. Scrivi in maniera magistrale. Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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di Nina2009

Esordiente
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