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Narrativa

Autoritratto con gli occhi chiusi e su un piede solo

Di Bah
Pubblicato il 09/02/2018

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Eccomi, questa sono io. 

No, non la donna di mezza età dai capelli rossi, che dorme con il braccio sugli occhi come se non volesse mai spalancarli sul mondo, e neanche l'uomo calvo con la pancia che le russa accanto sognando la cassiera del minimarket all’angolo. Non sono neppure il tredicenne con l'acne che si sta masturbando sotto le coperte poco prima che suoni la sveglia.

Più a sinistra, più in basso. Ecco, quella sono io: la ragazza sovrappeso con gli occhiali e lo zaino, che sta scavalcando la finestra dopo avere lasciato sul letto un biglietto con scritto "fottetevi tutti".


Sono nata a Beaumont, Montana, un buco di nemmeno duemila anime quasi al confine con l’Idaho, l’apoteosi del nulla, il posto ideale per ricercati dall’FBI, asceti o suicidi. Era il 1968, mia madre aveva diciassette anni e non aveva mai sentito parlare di hippie, LSD o rivoluzione sessuale. La sua, di rivoluzione sessuale, fu bere un’intera cassa di birra doppio malto con il suo migliore amico Guy e perdere la verginità sul sedile posteriore della Buick Skylark di famiglia. Otto mesi e tredici giorni dopo, in quella stessa Buick bloccata dalla neve sulla strada per l’ospedale della contea, la mia testolina affiorava dalla vagina di mia madre tra le sue imprecazioni e le note di "Think" che Aretha cantava alla radio.

“Cristosantissimo, ma quanto è grande?”, erano state le prime parole di mia madre appena mia nonna le aveva depositato tra le braccia la figlia sporca di placenta.

Vorrei poter dire di avere avuto un’infanzia felice, ma sono incapace di mentire - almeno sulla mia infanzia. Si può dire che fossi orfana di padre: tornava a casa talmente tardi la sera, che non lo vedevo mai, e quando c’era per tacitare il senso di colpa mi ingozzava di dolci che mi facevano marcire i denti da latte e gonfiare come un panda.

“Questa bambina mangia troppo”, diceva mio nonno guardando con preoccupazione la nipote strizzata in maglioni taglia nove anni quando ne avevo solo cinque e bottoni sul punto di saltare dalle asole come tappi da bottiglie di champagne.

Mia madre non mi aveva mai prestato molta attenzione, salvo la volta in cui, per distogliermi dalle boccette di profumo che mi ostinavo a toccare mentre lei si stava lavando i capelli, mi aveva dato una spinta che mi aveva fatto cadere contro la cassapanca di legno di ciliegio del bisnonno. La cicatrice che ho sulla fronte ha la forma di cometa.

Non sono mai stata brava a socializzare: l’occhio pigro che ogni tanto se ne andava per i fatti suoi a esplorare il mondo, il grasso che ballonzolava ogni volta che mi muovevo e mi mozzava il fiato dopo cinquanta metri di corsa, il declamare a sorpresa gran parte di "Howl" di Ginsberg (che avevo sottratto dalla biblioteca comunale convinta che fosse un romanzo gotico), non mi rendevano la candidata ideale ad amica dell’anno a nove anni. E nemmeno in seguito, se è per questo.

“Ma cosa diavolo ha questa bambina che non va?” si interrogava mia madre. Ecco perché aveva deciso di fare un altro figlio: si meritava una seconda occasione.

L’otto dicembre 1980, mentre Annie Leibovitz fotografava per la copertina di "Rolling Stone" un Lennon ignaro che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno di vita, io me ne stavo in mutande sulla bilancia dello studio di un dietologo di Helena, che si diceva costernato, ma non era in grado di compiere il miracolo che mia madre chiedeva per Natale: fare dimagrire la sua bambina di almeno quindici chili.

“Per una volta vorrei che facesse l’angelo o la pastorella alla recita della scuola, invece che il bue”, piagnucolava mia madre con il mascara che le colava dagli occhi azzurri e la messa in piega che si sgonfiava per l’umidità. Fuori dalla finestra i fiocchi di neve cancellavano a poco a poco i colori. E i colori mi fecero pensare all’arcobaleno, l’arcobaleno a "Over the Rainbow" cantata da Judy Garland nel "Mago di Oz", Judy Garland alle scarpette rosse e le scarpette rosse a “nessun posto è bello come casa”. Nessun posto è bello come casa un cazzo. Per la prima volta pensai alla fuga.

All’inizio fu il corso di danza pomeridiano: dopo una pallida manifestazione di interesse, mia madre non si domandò mai perché non avevo preteso né tutù né scarpette, né fece caso al fatto che non una volta mi aveva visto fare prove in casa o saggi a scuola. Poi fu il gruppo di studio con Ashley e Miranda, le quali erano davvero mie compagne di classe, ma non mi avevano mai rivolto altre parole all’infuori di “smamma, quattrocchi” e “muori, cicciona”. Il tempo, invece, lo passavo in biblioteca a leggere e a studiare cartine stradali. Sapevo che Seattle distava 558 miglia, San Francisco 1.097, Los Angeles 1.169 e New York la bellezza di 2.242. Troppo per il solo mezzo di locomozione che avevo a disposizione: la bicicletta.

In attesa della patente, avevo escluso l’autostop dopo che un vecchiotto premuroso mi aveva infilato la mano nelle mutande chiedendomi di succhiarglielo; ma io avevo estratto il coltello a serramanico che avevo preso - ehm - in prestito a mio cugino e gli era passata la voglia, di farselo succhiare. Avevo quindi ripiegato sul Greyhound, che non passava da Beaumont, ma dalla vicina Waycross: un paio di volte al mese pedalavo fino a Waycross, salivo sul pullman con il walkman incollato alle orecchie e sulle spalle lo zaino in cui un libro viaggiava sempre in compagnia di panini al burro di arachidi e Coca-Cola, e mi spingevo sempre più in là sulla mia mappa personale. Mi allenavo alla fuga come gli atleti alle gare e quando fossi stata pronta, non sarei più tornata - croce sul cuore, potessi morire.


Ho camminato per città sconosciute compiendo sempre lo stesso rituale: sceglievo una persona, la osservavo a lungo e poi ne imitavo i gesti e il modo di esprimersi. Non ero più l’adolescente cicciona quattrocchi, ero il ragazzino che volava sullo skate masticando gomma, la donna raffinata che provava un paio di scarpe con la commessa inginocchiata ai suoi piedi come se stesse rendendo omaggio a una regina, la ragazza con la sigaretta che raccontava alle amiche il primo appuntamento con un certo Thomas. Ero tutto ciò che non potevo essere a Beaumont e il mondo intero era la mia città.

Adesso, appena diplomata, con la vecchia Buick messa a punto da mio cugino e perfino qualche chilo in meno, dispiego la cartina stradale sul cruscotto mentre il sole sorge oltre il parabrezza, e punto il dito 2.242 miglia a sud-est rispetto a dove mi trovo. Poi accendo il motore e parto piano. Alla radio Madonna canta "Live to tell". Abbasso il finestrino e lascio la città che si sta svegliando mostrando il medio al cartello che dice “Benvenuti a Beaumont”. Benvenuti a Beaumont un cazzo. Fottetevi tutti.

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