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Avventura

Ayub, il principe invincibile

Pubblicato il 24/03/2020

anche se il momento è particolare, o forse proprio per questo, non dobbiamo distogliere lo sguardo su chi, comunque, combatte battaglie più impegnative della nostra.

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Ayub, mio figlio, ha sette anni.

E' in viaggio con suo padre, su una barca zeppa di gente. Con lui c'è suo cugino; so che rimarranno vicini.

Dopo la mia morte suo padre è tornato a prenderlo.

Ayub è un bambino forte. Suo padre l'ha portato via perché il nostro non è un paese per bambini.

Ma oggi non è un giorno per piangere. Ayub sta volando verso un paese in cui costruirà il suo futuro. Imparerà una lingua dolce; l'ascoltavamo alla televisione. Ad Ayub piaceva e la imparerà velocemente.

Buona notte, piccolo mio.

E' stata una notte difficile; il mare era agitato e i bambini piangevano, per il mal di pancia e per la paura. Se la gente vedesse un bambino su un barca scossa dalle onde... ma tant'è.

Il cielo era scuro, la luna coperta; il padre di Ayub cantava una canzone del nuovo paese, su una luna rossa. I bambini lo ascoltavano rapiti e pian piano si sono addormentati. I genitori li cullavano ed anch'io ho cullato Ayub. Si è addormentato guardando il cielo. Ci eravamo dati appuntamento lì.

Partire sulle famose "carrette del mare" è rischioso; anche io e mio marito ce lo eravamo detto, ma abbiamo risparmiato fino all'ultimo centesimo per andare via. Stanotte lui guardava il cielo e mi interrogava,per sapere se io condividevo la sua decisione. Certo che condivido; è la vita contro la morte.

La giornata è passata; i bambini hanno giocato e il tempo è stato clemente. Gli adulti aspettano con trepidazione l'arrivo e sanno che quello sarà solo un nuovo inizio, ma ogni inizio è speranza.

Adesso Ayub dorme vicino a suo cugino, Amir: il principe, nella nostra lingua. Che la vostra sia una vita da principi, piccoli fuggitivi.

Dopo giorni di viaggio, finalmente i miei cari hanno visto terra. Un'isola accogliente, in cui la gente continua a fare spazio per chi arriva in fuga da mille cose, che alla fine sono sempre la stessa: la guerra.

Ciao mamma, adesso che è finita voglio raccontarti com'è andata. Il viaggio è stato lungo ma Amir ed io avevamo tanti amici con cui gocare. La notte era peggio perché lo sai che il buio mi fa paura, ma papà cantava quelle belle canzoni. Io guardavo il cielo e sapevo che tu eri con me e così era più semplice.

L'ultima parte è stata brutta davvero perché c'è stata una tempesta e la nave stava per ribaltarsi. Papà mi teneva stretto ché quasi non potevo respirare.

Poi, quando ormai i grandi non ce la facevano più e la barca sembrava dovesse rompersi da un momento all'altro, è atterrata davanti a noi un'astronave. Fantastica,con luci rosse e blu. Ero senza parole. Non so da dove sia arrivata. Se è scesa dal cielo mi sono perso lo spettacolo, e mi mangio le mani per questo. Non potevo crederci, mamma: un'astronave è atterrata davanti a me e io non l'ho vista. Non capiterà più.

Dall'astronave sono scese delle barchette che si sono avvicinate e i grandi hanno cominciato a farci scendere. Papà ha faticato a lasciarmi andare. Mi teneva stretto fin quando una donna gli ha detto: "lascialo andare, così si salva." E lui mi ha lasciato. Mi ha preso in braccio un signore vestito di verde. Sul viso aveva una mascherina ma gli ho intravisto gli occhi. Sorridevano. Ha preso Amir e me, insieme. Ho alzato gli occhi in alto e papà ci salutava. Ho sentito che era solo un arrivederci.

Amir e io ci tenevamo per mano come due pivelli qualsiasi. Eravamo due pivelli.

Dall'astronave qualcuno parlava in arabo verso di noi e la sua voce risuonava su tutto il mare. Diceva di stare tranqulli, di non farci prendere dal panico. E' una parola, mamma. Quella voce nella notte nera è stata una ninna nanna; ci ha tolto la paura.

La mattina, siamo arrivati in quest'isola in fondo all'Italia. A terra c'erano uomini e donne vestiti di verde: sembrava provenissero da pianeti lontani. Pure loro avevano mascherine e guanti. Li guardavamo storti, perché non sapevamo che intenzioni avessero, ma quando ho visto come prendevano in braccio i più piccoli e come aiutavano a bere i più stanchi, ho capito di potermi fidare. Erano come me li avevi raccontati tu: buoni. Chissà da che pianeta arrivavano? Non ho avuto il coraggio di chiederglielo.

Sono piccolo, e alla mia età è molto importante che qualcuno sia buono con te.

Sembrava che avessero paura di noi, perché ci toccavano appena. Papà mi ha spiegato che temevano di prendere qualche malattia. Che strano: non siamo malati. Poveri, ma quello mica si attacca.

L'isola è verde, ma anche azzurra, perché è in mezzo al mare; e gialla, come il sole.

Papà deve tornare nella città in cui lavora. Il viaggio continua, mamma, ma non ho più paura. Quando sarò grande tornerò a Lampedusa.

La notte dello sbarco dall'astronave partivano raggi di luce che giravano sul mare. Erano un trucco degli extraterrestri per renderci più forti. Amir ed io ci siamo messi proprio davanti al raggio, e infatti adesso siamo fortissimi. Ogni sera uno degli uomini verdi viene a trovarci. Ormai non usa la mascherina perché siamo amici. Giochiamo a braccio di ferro e lui perde sempre. Per forza: noi siamo principi invincibili.

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