Le ho infilate al volo e sono uscito, silenzioso, poggiando solo le punte, come fa Gatto Silvestro, per non farsi notare.

Per le scale non ho incontrato nessuno, ma ho visto Oliver che stava ancora sognando praterie sconfinate e ossi succulenti, sdraiato in ufficio.  Mentre attraversavo la hall - in realtà è solo un corridoio, che porta all'uscita - con passo lesto, la macchinetta per Cialde Lavazza, mi ha dato un colpetto al braccio sinistro, sfilandosi il cassettino dello zucchero, intenzionalmente, e lanciandomi  un occhiata lavazzosa, perché dopo il primo caffè di alcuni mesi fa, ho deciso che sarebbe stato anche l'ultimo. 

Uscito su via Parini, ho sentito i miei passi allungarsi fra le case, incerti: ogni tanto calpestavo un sassolino che si frantumava sotto le scarpe, scricchiolando in un crepitìo improvviso.

Arrivato in fondo, ho attraversato via Pascoli e ho girato a sinistra puntando dritto verso il cestino dei rifiuti, che mi stava aspettando, per le solite due chiacchiere.

Gli ho affidato le immondizie degli ultimi due giorni, chiedendogli come buttava. 

Lui mi ha raccontato che da un mese gli cambiano il sacchetto due volte al dì, perché tanti escono a buttare l'immondizia la mattina presto, come faccio pure io.

Specialmente chi porta fuori il cane.

Poi gli ho messo a posto il sacchetto, che era stato infilato male, aggiustando i bordi esterni, con due mollette di legno, di quelle che si usano per stendere i panni appena lavati e l'ho salutato. 

Funzionano benissimo e ti proteggono dal contagio.

Il cestino mi ha ringraziato con due pieghe eleganti su fondo nero, disegnandomi un CIAO maiuscolo in rilievo.

Infine ho raggiunto la macchina, che mi ha portato a fare due giri intorno all'isolato, per sgranchire il motore, cercandosi anche un posto libero nella piazzetta alberata, lì accanto, perchè oggi c'è la pulizia strade.

Mi ha lasciato sotto il platano della cornacchie, che erano già impegnate in una discussione animata, a proposito di un torsolo di mela. Si sono fermate un attimo, girandosi verso di me, e hanno perso il torsolo, che mi è  caduto sul cofano della macchina, rimbalzando un paio di volte. Ci siamo fatti due risate in tre, mentre la femmina è scesa al volo, recuperando la colazione, senza fermarsi, con una presa elegante e sicura.

Poi ho girato i tacchi e sono tornato in albergo, seguito dal rumore dei passi:  qualche sassolino ha scricchiolato  ancora sotto le mie scarpe, facendo un'eco alle mie *Bamboo, che attraversavano via Parini,  cercando di fare meno rumore possibile.

Non ho incontrato nessuno, alla fine...

Ho fatto il corridoio di corsa, riuscendo a evitare la macchina del caffè per un pelo, con uno guizzo, e sono salito prendendo le scale due a due, col cassetto della Lavazza che si chiudeva indispettito, alle mie spalle.

Mentre infilavo la chiave nella toppa, ho sentito Oliver che mi abbaiava il buongiorno, da sotto.

Dopo scendo a salutarlo. 

Ho appoggiato le mollette sopra una pila di libri, e mi sono tolto le Bamboo.

Ora si riposano sotto la sedia.

Tutto il giorno mi sposto in pantofole, qui in camera, e so che stanno già  aspettando di fare il prossimo giro, domattina sul presto.

Dalle tapparelle entrano i primi raggi di sole, e credo che fuori niente sia cambiato.

La vita delle cose e dei fatti a continua a scorrere, a dispetto di tutto, e io gli sto dietro, cercando di capire cosa succede.

Tra poco tiro su le tapparelle e mi faccio un giro sul balcone, per vedere chi passa, così saluto anche i merli della casa di fronte. Hanno fatto il nido in una fitta siepe di bosso.

 È così fitta che neanche il gatto riesce a entrarci. Si chiama Flick, lui, e fa sempre la ronda del quartiere. Quando lo saluto, dal balcone, si gira verso di me e mi guarda per un attimo. Poi fa un miagolo di commiato, e torna a cercare i merli.

Siamo quasi amici, ma non ci frequentiamo: di quelle amicizie che fai da lontano, quando non sai come fare, per avvicinarti. Ma non è detto che la distanza allontani. La prossimità ha tante strade, basta ascoltarla in silenzio, senza agitarsi troppo.

E poi le cose ci dicono cosa fare, se ci prendiamo il tempo di ascoltarle. Quasi sempre.


*Le Bamboo sono dei mocassini di Gucci, che non ho mai sopportato, come brand, per lo stile, connotato da un eccesso barocco che si bea di una campionatura iconografica rinascimentale, accostando scene di caccia a volute, mascheroni, ghirigori, fiorellini e quant'altro, in una fantasia improbabile e smargiassa;

senza nulla togliere alla loro qualità di lavorazione, sempre accuratissima ed impeccabile.

E poi costano troppo. 

I miei sono in pelle scamosciata blu di Prussia, molto sobri, col tacco basso e la punta che si allunga, a becco di papera triste, e una fibbietta di bambù naturale, agganciata al mocassino con due piccoli anelli di ottone, che spiccano, con eleganza leggera, sul Blu della tomaia.

Ne sono venuto in possesso per vie traverse, ma assolutamente legali: un lascito, diciamo, non affettivo, né personale, ma dovuto al caso.