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Umoristico

Barber shop

Pubblicato il 17/10/2020

Sessione di taglio di capelli con annesse considerazioni

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– Al solito? – Chiede Pino dietro i suoi occhialini alla Camillo Benso.

– Sì… – rispondo esitante.

D’altronde non potrei opporre resistenza, infagottato come sono nella camicia di forza un po’ lasca usata abitualmente dai barbieri.

A conferma del vecchio detto “il ciabattino va con le scarpe rotte”, la sua testa sembra un cespuglio folto di riccioli anarchici, sale e pepe, che lo fanno assomigliare vagamente a Bruno Lauzi. Pino però non canta. In compenso, come tutti i barbieri, parla.

Amilcare, in attesa del suo turno, incomincia una dissertazione sul match d’andata trasmesso alla tivvù la sera prima.

– Quella partita dovevano sospenderla, il campo faceva veramente schifo!

– Vabbè, l’arbitro ha detto che si poteva continuare. – Risponde Giulio cogliendo al volo l’inatteso assist.

– Ma va là, l’arbitro deve fare l’arbitro, non la primadonna.

– Lo conosci meglio tu il regolamento?

Mi sono sempre chiesto che cosa vengano a farsi tagliare, quei due anzianotti quasi calvi. Probabilmente, più che dalla mano di Pino, sono attratti dalla lettura gratuita dei quotidiani, specialmente quello dai fogli rosati che sproloquia di calcio come loro; certo non dalle riviste ammonticchiate sul tavolino, reperti preistorici le cui pagine sgualcite continuano a svelare le gesta amorose d’appannati VIP.

– Tant’è che si sono fatti male in due. Il prato sembrava una cava di fango con tutta quella pioggia… – interviene Pino a conclusione del dibattito.

Le sue forbici cinguettanti esplorano la mia capigliatura e le prime ciocche scivolano sul lenzuolo bianco. L’ornamento che mi rende così fiero in un attimo diventa rifiuto. Osservo il risultato della toelettatura e penso alla comune sorte che tocca a quasi tutti gli oggetti usati da un uomo, dopo la sua dipartita e la conseguente perdita del titolo di legittimo possessore. Per quanto comode, chi calzerebbe le scarpe di un morto? Chi userebbe il suo pettine o il suo astuccio degli occhiali? Come i capelli tagliati, di colpo gli oggetti tanto cari diventano scarto suscitando più ribrezzo che nostalgico ricordo.

– Lo volete un caffè? – Questiona Pino.

L’uditorio, improvvisamente dimentico d’ogni antagonismo, accoglie l’invito conciliatore con esultanza. Pino posa pettine e forbici, apre la porta, si sporge e fischia mettendosi due dita in bocca. Dal bar sul lato opposto della strada spunta un giovane con un grembiule. Il Lauzi che non canta ma che sa fischiare alza la mano mostrando quattro dita ben dritte. Non allude ai peli rimasti in testa a Giulio, ma al numero dei caffè ordinati.

La pausa ristoratrice mescola l’aroma tostato agli effluvi di talco e di dopobarba. Pino si rimette al lavoro con gesti premurosi: mi aggiusta il bavaglio intorno al collo e mi sposta delicatamente la testa da un lato e dall’altro per meglio compiere la sua opera di cesello.

– Avete incominciato a fare l’orto? – chiede ai due in attesa.

– Io ho messo i pomodori, ma tutta quest’acqua li ha annegati.

– È presto, bisogna aspettare la luna nuova. – Replica Amilcare a Giulio, e si lancia in una spiegazione sulle fasi satellitari degna di Frate Indovino.

La stirpe degli acconciatori possiede un repertorio retorico che spazia dalla politica ai motori, dall’agricoltura all’amministrazione pubblica, con una particolare predilezione per i giochi sportivi. Lo scibile del coiffeur assorbe per osmosi le competenze dei frequentatori del salone e il Barber shop diventa l’università dove si formano opinioni e prendono vita sempre nuove dottrine filosofiche. L’analogo istituto femminile, il “parrucchiere”, snobbato dai maschi in eccesso di peli, non è altro che una scuola secondaria di gossip o sala ricreazione per signore bisognose d’effimera bellezza.

Mentre alle mie spalle la discussione sulle virtù dell’ortolano assurge a trattato universale agrario, il ticchettio implacabile delle forbici m’ipnotizza. Mi assopisco accarezzato dal pettine e dal soffio tiepido del fon sapientemente dosato.

– Ecco fatto! – Esclama Pino riportandomi al mondo dei viventi con leggeri colpi di spazzola che mi liberano dai residui del taglio.

Mi guardo allo specchio e mi vedo sfocato. Con affettata sollecitudine il barbiere mi porge gli occhiali e si piazza dietro di me con uno specchio portatile mostrandomi tutto tronfio il frutto della sua arte.

Allora scopro, riflessa nel vetro, una testa ben composta, impomatata dal gel (“appena un filo”, così assicura Pino). Mi sembro Ken, il fidanzato di Barbie, piantato in asso dall’avvenente bambolina. Non glielo posso proprio dire a Pino, che mi sarei aspettato qualcos’altro. Umilierei il suo entusiasmo dicendogli “Un po’ più corti va bene, ma così sembro un manichino!”

Così sorrido e acconsento con un cenno del capo. D’altra parte è paradossale andare dal barbiere e sperare di uscirne con l’aspetto di uno che non ci è andato.

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Christina Carol ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Enrico Ruggiero ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

Scrittore
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Flying_Dan ha votato il racconto

Esordiente

Un modo di scrivere davvero interessante, mi piace il “barber shop” come un simposio in cui si ritrovano i personaggi più impensati. Grazie!Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Davvero una bella scrittura! Benvenuto.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Piaciuto :)))Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Esordiente

Bello il tuo stile pulito, senza fronzoli e forzature. Non mi hai fatto ridere, ma mi piace come racconti. Benvenuto in TypeeSegnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente
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[K] ha votato il racconto

Esordiente
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Melquiades ha votato il racconto

Esordiente

Questo sì che è un racconto umoristico !Segnala il commento

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di aldoviano

Esordiente
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