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Narrativa

Bianco

Di Howl
Pubblicato il 12/03/2022

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6 Voti

































non dirlo – esiste e sta marcendo nella tua testa – il pensiero – ti entra dentro a sangue – per il dolore stringi i denti, li scheggi – tutto passa ma tu – non – dirlo – chiedi il solito, butta giù in un sorso – ti si apre uno scenario, lo conosci bene, ti è fedele, sprangatelo negli occhi – con rabbia dimentica, tutto quanto, perché è per il loro bene – ti siedi e aspetti – non dirlo – una trama, striscia, non la vuoi affrontare – il demonio del passato, di come era tutto quanto pulito e salubre – aspetta – difettoso – ora – l’idea ti divora – pezzi di cranio – pezzi di stomaco – pezzi di frasi – comunicazione interrotta – ciò che si perde nella traduzione – aveva una foce e qualcosa verso cui dissolversi – non dirlo – balbetta, butta giù frasi a caso, divaga, costruisci il muro – come facevi tanti anni fa


c’è una voce nella mia testa a cui non riesco a mettervi freno, mi travolge. Ho una storia da raccontare, parla di un uomo con una voce nella sua testa a cui non riesce a mettervi freno, lo travolge. Io e lui, credo, siamo parte della stessa Persona. C’incontriamo attraverso la finestra del nostro PC portatile, come una sorta di specchio dentro uno specchio. Entrambi siamo uno l’ologramma dell’altro. Io scrivo, lui scrive. Io mi blocco, lui si blocca.

E poi c’è un terzo personaggio che chiamerò: La Voce.

Non è parte dell’atto meccanico dello scrivere, ha vita propria, come un tarlo si divora l’idea della storia.

È un elemento che ci accomuna, ma la Persona intera non siamo né io né lui. Nemmeno La Voce è la Persona. La Persona non è la finestra. Non è lo stile né lo scenario né il viaggio. Non è il pubblico.

La Persona è una proiezione, ciò che si differenzia da tutto questo e allo stesso è tutto questo. Il pubblico, voi, si voi che mi state ascoltando, vedete la Persona, perché vi sta leggendo la storia, e la storia che nel mio presente come ologramma è ancora ben lontana dall’essere conclusa e forse mai si concluderà, nella vostra realtà ha un punto. Una pausa ora. La persona che vi legge: una pausa ora.

Mi chiamo Marco e ho trentacinque anni, ho un torrente d’idee nella mia testa e credo di essermi perso in questa realtà alternativa che è nel processo di scrittura. Dall’altra parte c’è lo scrittore alle prese con il blocco dello scrittore e poi c’è La Voce che lo obbliga a non dirlo. Ma voi lo volete sapere,e già dalla prima riga.

Lo scrittore è di fronte alla pagina bianca, da un ora buona.


li stai annoiando – così non va bene – devi a pensare a qualcosa di concreto – delineare un percorso – due personaggi specchio l’uno dell’altro – più un antagonista – La Voce – il tuo primo lettore non capirà – forse sei pazzo – stai ascoltando la radio mentre scrivi – ti distrae – spegnila – sei stato un minuto a cancellare e riscrivere la frase – vai veloce – non pensare – non pensare – viene bene lo stesso – abbi solo pietà di loro – del tuo pubblico – stai barando – mi completi e non mi rispetti – troppo tempo a lasciar macerare le idee – ma quando tutto quanto è scolpito – va solo levigato – poco per volta – hai fatto il mio nome – mi distruggi – il senso di tutto questo è nel processo – un nome e un simbolo – una sventura – ora osserva


sono già passati diversi giorni da quando lo scrittore ha lasciato perdere la storia. Ha letto, ha osservato il mondo dentro la testa di altri e si è perso. Allo stesso modo, io, dall’altra parte. Se mi vedessi come qualcosa di più credo che imploderei, ma sono solo la vittima di un progetto più grande, un piano delineato, qualcosa che si spiega a poco a poco. La Persona che vive nel vostro presente ancora non esiste. È un’ombra delle mie aspettative.

Dentro di me, solo qualcosa di inutile che mi sta sfuggendo tra le dita. Dovrei mettere a fuoco la distruzione.

La Persona al di fuori, saprà domare la storia? Riuscirà veramente a portarla a compimento? Innescarla?

Le formiche sulla carta, ecco cosa sono queste parole! Sono un portale che ci unisce e ci rende consapevoli uno dell’altro. È dentro di me, e io sono dentro di lui.

Oramai siamo in ballo, e dimentichiamo il ritmo.

Lo scrittore preme i tasti, sparpaglia le idee, nel suo mondo è il ventuno di dicembre. Un wormhole che unisce due realtà temporali distinte. Due punti nell’Universo. Stiamo viaggiando nel tempo e siamo arrivati a voi per mezzo di un’unica Persona, tutta intera. Ma nel passato, c’è un lenzuolo bianco, steso davanti a me, da riempire con la concretezza. Mattoni.

Ho un nodo alla gola, e uno allo stomaco che con violenza mi stringono e mi inquietano. Non riesco a stare fermo, ho paura che dovrò ricominciare tutto da capo, perché non vedo una foce e se la vedo è in secca. È difficile da seguire questo delirio, ma c’è una prerogativa, ed è quella di rispettare l’idea. O fargli il funerale.

Credo mi riesca più facile liberarmi dalle imposizioni, non rispettare le consegne, fare altro. A questo punto, penso di far prendere alla Persona del vostro tempo una lunga pausa, crearvi lo stesso senso di disagio e incertezza che provo io adesso, ma poi opto per qualcosa di diverso, ossia quello di comunicarvi le stesse sensazioni esplicitandole. Quindi la Persona che ora sta leggendo la storia, continua a leggerla, senza ulteriori pause. Nonostante nel mio mondo, di pause frustrate ce ne siano parecchie. Ma questa non è una performance art, è un esercizio di scrittura creativa.


C’è un lenzuolo bianco steso fuori ad asciugare. Fermo nel gelo di una mattina di Gennaio. Lo osservo dalla finestra della mia camera.

È un unico, immenso, lenzuolo, in una facciata cenerognola, spaccata, decrepita. Deserta. Mi infastidisce, perché crea un’asimmetria allo squallore.

Vecchie persiane divelte e divorate dai tarli, occhi di un gigante millenario che sta morendo. L’odore fresco del lenzuolo precedono il fetore dell’immondizia, del mare marcio, e quello che io definisco il sudore stantio dell’intero quartiere. Certo, potrebbe rimandarmi a tante cose, ai ricordi delle domeniche mattina della mia infanzia, alla campagna, ma guardando il presente e ciò che provo adesso... odio che una cosa così innocua e senza valore mi rimescoli dentro una simile inquietudine.

Mi appunto alcune frasi, strano come tutto sia passato ora mentre le scrivo, mentre davanti allo schermo bianco non faccio altro che lasciare andare le dita sui tasti, cercando una rivelazione. Ci sono idee sfuggenti, ci sono storie che semplicemente non vanno da nessuna parte.


Sto osservando lo scrittore arrancare per trovare un fine ai suoi pensieri, allo stesso modo io mi osservo. Il paesaggio non cambia eppure credo che da qualche parte ci sia una direzione in cui volgere lo sguardo e trovare una rivelazione. Lo stesso suo scopo.

Provo a parlargli ma mi sembra inutile, ormai rimangono le rovine di un’idea tanto bella quanto pericolosa. Siamo entrambi circondanti da questo scenario, di cose lasciate a metà nei loro progetti. Strade che non portano da nessuna parte. Non dirlo dice La Voce.

E la persona che dirà di noi, che dirà il suo pubblico, a questo punto si staranno chiedendo dov’è la trama. Dov’è la traccia. Dov’è il paesaggio che cambia.


Eccolo.


Ci sono due personaggi, l’uno specchio dell’altro. Ologrammi di una persona. Questa è l’unica che vede il cambiamento, perché l’idea è maturata nella sua testa con il passare del tempo. Il tempo l’ha condotto sino all’ultimo giorno utile per scrivere, la sua vita al di fuori è assai diversa dal mondo dentro la sua testa, del quale i due personaggi che in realtà sono uno, fanno parte. Si affaticano ma non vedono la loro unica via d’uscita, l’unico scenario che vada la pena di essere menzionato. Il completo annullamento. Il foglio bianco. In quello non esiste nessuno, nemmeno la storia, né l’idea, niente. È pura immaginazione. È la perfezione. È ciò che manca. Nel momento in cui la Persona scrive, loro prendono vita, e prendono vita i loro dubbi, le descrizioni, i ragionamenti. Le parole sono il territorio in cui spopola La Voce. Le parole sono i suoi morsi. Nel foglio bianco essa non esiste, prende forma con l’inchiostro, ma oramai è troppo tardi per fermarla.

La Persona cerca in ogni modo di preservare questa rivelazione agli scrittori, un paesaggio di cui sono stati consapevoli solo per un attimo, nel momento in cui il lenzuolo bianco è comparso al di là della finestra. Non hanno compreso, non del tutto, hanno avvertito solo un senso di disagio alla parte bassa dello stomaco, ma non hanno saputo dare a questo un nome. Si sono fatti coraggio, hanno preso appunti, e hanno dato vita alla Voce. La Voce ha divorato il loro mondo, l’ha reso manifesto alla Persona stessa, l’unica consapevole, l’unica che possiede la vista. Il torrente.

L’unico modo che hanno per completarsi, le due parti di un’unica persona, è nell’annullamento. Essi non lo sanno, sono prigionieri di un mondo di illusioni, e più si sforzano, più cadono nell’oblio del non senso. La persona l’ha capito da tempo, era inutile lottare. I personaggi hanno preso vita, La Voce, ha avuto paura e ha pregato loro di non dirlo, ma era più un non farlo.


Ora siamo qui, alla fine della storia. Abbiamo lottato anche troppo.

Bisogna lasciare al più presto questo luogo, andarcene da dove siamo venuti.

Non dirlo.

Lo scrittore chiude il suo PC portatile e smette di esistere. 










































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Franco 58 ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

C'è qualche refuso nella prima parte, ma è il brano in cui ogni scrittore, o almeno, ogni persona capace di coltivare un rispetto sacrale per la scrittura, può identificarsi. C'è la dannazione e l'ascesa verso quell'infinito che solo le parole possono spalancare e il dualismo tra sè e la Voce. Difficile da comprendere, ma sono certa che sarà apprezzato da chi se smettesse di scrivere, smetterebbe anche di esistere. Segnala il commento

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