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Narrativa

Big Data Is Watching You! Ariminum Circus. Ep. 13, Stagione 3

Pubblicato il 10/12/2020

FAN NEWS. Ariminum Circus è al centro delle conversazioni sul futuro del libro che si svolgono sul blog di NOVA100-Il Sole 24 Ore: https://marcominghetti.nova100.ilsole24ore.com/category/librare

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È notte fonda. Le luci coniche dei cappelli di Jeeves sono circonfuse da spirali azzurrine, provenienti dai cubi luminosi distribuiti sul bancone e sui tavolini: le Poker Cards Dadi LED Night Light 7. Il Custode riapre la partita dello strano caso del commesso pulitore con un gruppo di irriducibili della vodka alla pesca. «Donc Muninn tien razòn? When he said that for him it was a fucking murder, I was like a patacca».

Il Maestro non fa mancare il cip. «Da molti anni ad Ariminum ci siamo abituati a vedere questi pezzi di metallo, a forma di uovo, che si aggirano lungo le strade: anche se li spacciano per addetti alle pulizie, la realtà è che questi sono robot poliziotto. Assomigliano più a R2D2 di Star Wars che a Robocop, ma sono nati proprio per monitorare e pattugliare i quartieri della città, con un elevatissimo bagaglio tecnico capace di sostituire la presenza dei vigilanti umani».

«Hanno sensori a trecentosessanta gradi, visore notturno, misuratori di temperatura, pressione e livello di CO2, GPS, sistema di riconoscimento delle targhe e analisi predittiva. Il robot non può fermare un ladro, ma può registrare le informazioni necessarie per renderne più facile l’identificazione e la cattura. È il suo contributo alla produzione e all’utilizzo dei Big Data» conferma il Piccolo Ed. A ragion veduta: ha l’appalto della manutenzione dei robot in dotazione al Comune.

Un cliente appoggiato al bancone, che la faccia da serial killer e il vestito da becchino qualificano come un consulente McKinsey, s’intromette nella discussione: «Non è un caso isolato. Si stanno diffondendo i “Cobot”, i robot collaborativi di nuova generazione pensati per lavorare in fabbrica insieme all’uomo, gomito a gomito, senza barriere o gabbie protettive a dividerli. E sono una piccola parte dei ventisette milioni di robot che verranno installati nelle fabbriche della sola Cina nei prossimi anni».

Il Maestro riprende la parola. «Potremmo aggiungere i robot assistenti degli aeroporti, postini, addetti alla reception e persino anchorman televisivi: C1P8 era un simbolo del cambiamento epocale che stiamo attraversando e per questo credo che qualcuno abbia voluto distruggerlo».

«Il povero robottino… Un symbol?».

«Il suo assassino, Tim, sta ripetendo lo stesso gesto disperato di chi, all’alba della rivoluzione industriale, spaccava i telai meccanici per salvare l’integrità di un mondo che stava sparendo. Persero allora e perderanno adesso. La modernità industriale non si arrestò per i gesti dei luddisti. E la robotica è solo un tassello di un quadro molto più vasto, cui si oppone un ampio fronte di conservatori.

Pensate ai dottori. Le innovazioni digitali del biotech mettono a disposizione strumenti innovativi e soluzioni per la prevenzione, lo screening e la cura delle malattie molto efficaci che possono essere gestiti senza intermediazioni dai pazienti. La perdita di rilevanza sta facendo cadere in depressione i medici generici insieme agli strizzacervelli di ogni ordine e grado, sostituiti da entità digitali molto simili allo “psichiatra portatile” prefigurato da P.K. Dick nel romanzo Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Dick immagina che il meccanismo sia l’estensione mobile di un sistema di hardware e software, collegato tramite quello che oggi chiamiamo wi-fi, situato in un edificio sotterraneo a prova di bomba».

Lo puoi dire forte, per tutti i diavoli dell’inferno e le Balene Bianche dell’Oceano!, impreca fra sé il Capitano. Da venti minuti si cimenta con una lunga sfilza di notifiche inviate da Psycobot, resistenti a qualsiasi tentativo di cancellazione: «Wow! Ancora in piedi a lavorare! Sei motivatissimo, grandioso!!!».

«Gli algoritmi sono procedimenti di calcolo che permettono alle grandi piattaforme, tipo Facebook, Google, YouTube, Instagram, Twitter, di sapere dove siamo, cosa leggiamo, come viaggiamo, cosa desideriamo: la privacy è morta» interviene un po’ a gamba tesa, rilanciando sulla nota apparentemente polemica del Maestro, un signore con i capelli bianchi, che porta al collo un badge con il proprio nome (Alberto Lupo). Un congressista che ha partecipato a un evento alla Sala Convegni del Grand Hotel.

«Ehilà Beppe! Mi mancava il tuo ostinato neoluddismo . Morte della privacy, dici? Alla fine, è un piccolo prezzo da pagare, considerata l’utilità di Google Maps, il piacere degli amici su Facebook, la prontezza di Twitter» contrattacca un altro post-congressista, un piccoletto, un vero e proprio nano, che porta un paio di occhiali strutturati molto cool, con spesse lenti da miope.

«Se non ci fosse altro, sarei d’accordo. Ma quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Gli algoritmi analizzano il nostro comportamento spingendoci a vedere, leggere e sentire ciò che desideriamo».

«Ottimo!» reagisce il Maestro all’argomento di Alberto Lupo, tentando un contropiede.

«Neanche per sogno. Una democrazia funziona perché qualcuno mette in discussione le nostre idee. Perché ci confrontiamo, discutiamo, vediamo cose diverse, ascoltiamo opinioni differenti; e magari cambiamo idea. Gli algoritmi fanno in modo che questo non accada. O accada poco».

«In realtà» ammette il nanetto miope, costretto in difesa «quando aprite il wall di Facebook, vedete una sequenza di notizie. Adesso, sul mio iPhone, trovo: “Mondrian antilirico” (Ariminum Herald), “William Shakespeare era una donna” (Ariminum Republic), “Il Futuro del Futurismo” (The Right Wing), “Avvistamento di Snauli al largo della Costa di Pollock” (Ariminum Today), “Il nuovo nero è il Pink Floyd” (Radio Deejay), “Vampiri dello Spazio e catastrofi bibliche” (The Holy Graal), “Novità su WhatsApp” (Tecnoandroid), “Donald Trump è una donna” (Ariminum Post). I temi di cui mi occupo, guarda caso».

«Non si tratta di attribuire agli algoritmi un’aura di sacralità o un’onniveggenza sovrumana. Le piattaforme sono neutrali» ribatte qualcuno, che il Pescivendolo aveva salutato con un “Ciao Tom!” quando aveva fatto la sua comparsa nel locale: forse perché aveva qualcosa del protagonista del romanzo di Fielding, ma il suo aspetto ricordava anche quello di un gatto dei cartoni animati, del noto attore hollywoodiano protagonista di Mission Impossible e del terzo presidente degli Stati Uniti.

«Allora questo giro lo paga Nanny in Bitcoin! O con Libra, se preferisce!» propone un giapponese, alzandosi per lanciare una hola, cui si aggregano subito gli astanti.

«Va in te casein, al casino, Satoshi». Tim è sul punto di dire qualcos’altro, ma decide di passare.

«Il bordello è aperto ventiquattro ore al giorno: con le criptomonete, però, fai solo sesso virtuale» puntualizza Earnest, con il piglio di un arbitro super partes.

«Non è vero che le piattaforme sono neutrali» riparte Alberto Lupo. «Sono specchi che riflettono ciò che siamo, temiamo, sogniamo, odiamo. Lo scienziato sociale di Stanford Michael Kosinski ha dimostrato come, sfruttando i Big Data, un sistema computerizzato con dieci like ti conosce meglio di un collega, con settanta meglio di un amico, con centocinquanta meglio di un familiare. E con trecento like ti conosce meglio di tua moglie. In questo modo aziende come Apple o Facebook stanno colonizzando la società, mentre non si vedono ancora regolamentazioni efficaci per tutelare non solo la privacy, ma la nostra stessa anima. Non vi pare sospetto che si riescano a normare l’energia nucleare e gli armamenti, ma è impossibile normare i software – a parte qualche retorica dichiarazione d’intenti? Il fatto è che, conoscendoci a fondo, riescono a manipolarci sia come individui che come collettività. Alla domanda del Brucaliffo “E tu chi sei?” oggi nessuno di noi saprebbe rispondere, ma Google sì».

«È vero, la crisi d’identità tocca tutti» concorda il tizio con la faccia da consulente. «A rendere obsoleti i colletti blu, oltre ai robot di cui vi dicevo, sono anche le reti neurali in grado di adattarsi e rispondere alle situazioni in fabbrica. Si prevede che saranno circa quarantadue milioni i posti di lavoro persi nei prossimi anni a causa dell’Intelligenza Artificiale. Al primo posto cuochi e inservienti, seguiti al secondo dagli addetti alle pulizie e, al terzo, da facchini e magazzinieri. Gartner stima che nel giro di pochi anni ci sarà un bot ogni cinque impiegati. Presto avremo anche Amministratori Delegati sostituiti da simulacri».

«Siamo dunque in mano alle macchine. Neanche nelle colonie extra mondo di Blade Runner si usavano questi sistemi. Mi rivolgerò a Bluto Blutarsky, il mio senatore in Parlamento!» scherza Ed, come potrebbe fare un buon professionista delle carte con la superstar dei circuiti dei giochi d’azzardo James Woods a un tavolo del Crown Plaza durante un side event del Los Angeles Poker Classic.

Ma il consulente lo prende in parola. «Peccato che arrancano insieme agli altri proprio i politici: alle prossime elezioni il candidato che i sondaggi danno in ascesa risponde al nome maschile di SAM, ma parla e si riferisce a se stesso come se fosse di genere femminile. SAM in realtà è asessuato: è un chatbot, un programma supportato dall’Intelligenza Artificiale che simula una conversazione tra un robot e un essere umano. Per ora SAM non tiene comizi, ma dialoga con i potenziali elettori attraverso Facebook, dove dispensa promesse del tipo: “La mia memoria è infinita, quindi non dimenticherò mai, né ignorerò, quello che mi dici. A differenza di un politico umano, io prendo le mie decisioni considerando la posizione di tutti, senza pregiudizi”. Ancora una volta, P.K. Dick ci aveva preso».

Il viso del Pescivendolo si allarga in un sorriso mentre stappa una vodka alla liquirizia con Ganzoo, un apribottiglie a forma di asso di picche. Poi apre un nuovo fronte: «Slavoj Žižek sostiene che il nostro pc sarebbe capace di votare meglio di noi, in quanto potrebbe profilarci con esattezza sulla base di quello che guardiamo, leggiamo o compriamo sul Web, delle nostre e-mail e dei nostri tweet. Non si farebbe influenzare da sentimenti o da antipatie e valuterebbe con cinica efficienza il candidato e il programma che davvero possono fare il nostro interesse. A quel punto, se il miglior elettore è un computer, perché il miglior candidato non potrebbe essere un’Intelligenza Artificiale come SAM?».

Alberto Lupo non coglie l’ironia e prende l’uscita di Earnest per un assist, che raccoglie con destrezza. «Ottima domanda e buon soggetto per un servizio giornalistico, se non fosse che anche i giornalisti sono una razza in via di estinzione, perché sono sostituiti sempre più spesso da software in grado di costruire una notizia e impacchettarla con un bel template o che capiscono le sfumature di un testo e sono in grado di riassumere interi libri».

Il Pescivendolo sta al gioco e chiude il triangolo: «Libri scritti da Autori che si ribellano contro Amazon perché pratica politiche di sconti molto aggressive, che i consumatori invece apprezzano perché rende più facile ed economica la strada verso un libro, oltre che verso qualsiasi altro genere di prodotto: Amazon sta mettendo in ginocchio i concorrenti in ogni settore, dai supermercati ai network televisivi. Fra l’altro grazie anche alla produzione di telefilm ispirati a romanzi e racconti di P.K. Dick. Uno di questi è Autofac, in cui la “fabbrica” è diventata così centrale e indispensabile da costituire l’unico elemento di rilevanza in un mondo assoggettato al consumo e alla continua sostituzione dei ricambi. Che ironia…».

«Il risultato è che i lettori e gli appassionati di cinema amano Amazon, che gli Scrittori odiano perché ne considerano la strategia commerciale una deplorevole concessione alle ragioni del mercato» contrattacca il Piccolo Ed.

«Che dire poi del panico degli “esperti” di letteratura di fronte all’intelligenza collettiva sprigionata dal Web? Dell’avversione verso il digitale di intellettuali diversi come Jonathan Franzen, Thomas Pynchon, Tom Wolfe, James Patterson o Evgeny Morozov?» rilancia un tipo dall’aria alternativa con addosso una vestaglia che gli dona un look a metà strada fra quello dell’Arthur Dent di Guida galattica per autostoppisti e di Drugo Lebowski – una sorta di Thor nella versione Endgame, diciamo.

Il Maestro è d’accordo, si tratta di un bluff. «Rovesciano la realtà: accusano Internet di favorire la stupidità diffusa, ma l’uso che fanno del mezzo per antonomasia finalizzato al rimbambimento di massa, la televisione generalista, per vendere i propri libri, ne dimostra l’ipocrisia. È una situazione che torna nel corso dei secoli: l’idea che il “mondo sia fuori di sesto” legittima coloro che dicono di ricordare un’epoca nella quale il mondo non lo era e possono vendere i loro ricordi, ovvero la conoscenza di un canone tradizionale. Si tratta di una patologia che va oltre la fobia verso il nuovo».

Alberto Lupo assume l’espressione imperscrutabile e funerea di un giocatore di tressette col morto quando domanda: «Oltre il neoluddismo?».

Il Maestro punta tutto sul tecnoentusiasmo: «Qualcuno la ha definita “l’antica paranoia dello sciamano”: l’ansia del medicine man, del santone che vede sfuggirgli il controllo dell’immaginazione collettiva della tribù di fronte ad anonimi infermieri armati di endofoni e vaccini».

Il consulente serial killer cala il carico da undici. «Questo è ancora niente. Algoritmi sofisticati potranno essere usati per selezionare i manoscritti che arrivano in una casa editrice oppure per misurare la popolarità social di un Autore. Lo stesso Autore potrà essere pagato con il sistema blockchain».

«In ultima analisi, Maestro, C1P8 potrebbe essere stato ucciso da chiunque». Con questa battuta l’occhialuto lascia la discussione, tirando fuori dal portafogli i soldi per pagare il giro di caipiroska.

«Sì: perché, ripeto, il commesso pulitore è un simbolo di questo cambiamento. Di più: è un simbolo della nostra vita sempre più scandita da informazioni e algo-ritmi. Del fatto che i dati sono la nostra ultima, definitiva, interfaccia col mondo. Sono divenuti, anzi, il mondo».

«Il mondo dato» chiosa Earnest, fischiettando.

E chiude il match.

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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"Vanno (le forme di vita) dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamano Ubik ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno". P.K. Dick aveva previsto tutto...Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Affascinante e sconcertante, il mondo in mano alle macchine. Ma riuscirà l’uomo a mantenere il controllo di ciò che crea? Riprodurre la mente umana eliminando i difetti e moltiplicando le potenzialità, è forse questa l’intelligenza artificiale? Sono i quesiti che mi pongo nella mia ignoranza in materia, so che non potrei mai sostenere una conversazione con questi signori, tuttavia un giro di caipiroska con loro alla fortezza Bastiani ...Segnala il commento

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Il Verte ha votato il racconto

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È un po' come esserci, o forse già ci siamo. Il lettore deve mantenere la concentrazione, altrimenti è perduto, e questo è gratificante Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Antonio Tammaro ha votato il racconto

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StefanoS ha votato il racconto

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Enciclopedico e babelico. Bel ritmo. Bello.Segnala il commento

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Enrico R. ha votato il racconto

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. ha votato il racconto

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Cinzia m. ha votato il racconto

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Oltre Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Un quadro completo. Il mondo dato mi ha fatto morire.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Ottimo quadro della rivoluzione in atto. Completo. Costruito tenendo conto dei termini dialettici in cui vengono inseriti propugnatori e avversari dei fenomeni in corso.Segnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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"Il mondo dato" è una invenzione linguistica che considero strepitosa. La tua è una magia che accomuna il futuro alle emozioni genuine delle voci antiche. Complimenti!Segnala il commento

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Isabella Ross ha votato il racconto

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di Federico D. Fellini

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