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Noir

Black Beauty

Pubblicato il 28/06/2017

Mille metri, sessanta secondi... Sei disposto a giocarti tutto?

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In un lampo di lucida ansia si decise: era il treno che non poteva perdere, l’occasione di una vita. Una soffiata del genere avrebbe allettato anche il più ingenuo dei fessi. E lui, a guardarsi indietro, fesso lo si era sentito per troppi anni. Come annunciato dal rintocco di un gong arrivò allora il tempo di mettersi in gioco, senza esitazioni o mezze misure. Scelse di accogliere l’abbraccio del rischio.


Il suo amico Bin sembrava sapere quello che diceva. Vent’anni a bazzicare tra corse, scommesse e fantini qualcosa dovevano pur contare... E a contare erano soprattutto i suoi rapporti con i Giostrai – così li aveva chiamati fino a prima di farseli amici – sciacalli in abito che dall’ombra delle loro Porsche riuscivano chissà come a esercitare il proprio “fascino” sulle scuderie e sui risultati delle corse.

Certo, a guardarla era difficile spiegarsi come quella bestiola potesse anche solo arrivare al traguardo: tre quintali scarsi di purosangue, coscette da cervo, muscolatura lassa e lo sguardo di un alcolista con un percorso di disintossicazione fallito alle spalle… Le sembianze di Black Beauty non erano incoraggianti, ma questo non importava. Avrebbe galoppato per un chilometro con quelle sue gambine gracili lasciando dietro di sé la scia dei suoi sette sfortunati contendenti. Così era stato deciso. La quota da vincente era di 1 a 15, una sòla insomma, ma dopotutto era ovvio: alto rischio, alto rendimento. E con la dritta di Bin la bilancia sembrava pendere nettamente verso il secondo. L’occasione di una vita…


Se la giocò, la propria vita, in una giornata di sole caldo e terreno morbido. La vista dalle tribune era quella del classico pre-gara, con allenatori, fantini e stallieri impegnati all’unisono in una coreografia composta, seppur confusa. Dopo il controllo medico, all’annuncio Fantini in sella! i cavalli sfilarono davanti alla folla guidati fino alle postazioni di partenza. Languidi, i suoi occhi cercarono quelli dell’animale a cui aveva affidato la propria sorte. Fu allora che ebbe la sensazione di rivedere sé stesso… La scia di un aereo squarciò il cielo in due, proprio all’altezza delle gabbie numerate.


«Partiti!» strillò sguaiato lo speaker. All’ordine dello starter gli otto cancelli sbatterono con forza, sputando fuori altrettanti fantini abbarbicati sui rispettivi destrieri. Ombromanto, il n.6 dal manto scuro e lucente, rimase subito in difficoltà sui blocchi di partenza. «Meno uno» non fece a meno di pensare, teso e concentrato come mai era stato in vita sua. I primi cento metri furono un polverone di zoccoli e crini: impossibile dire chi fosse in vantaggio. Seguendo la divisa – verde fluo – del fantino, riuscì però a scorgere Black Beauty tra la seconda e la terza posizione. «Ok, ok. Un buon segno», ebbe la freddezza di ragionare. Intanto il muscoloso Seabiscuit conduceva la gara dal centro della pista, insediato dal resto della combriccola equina. Aggredito all’esterno dal n.1, il favorito Fitzcarraldo, l’attuale leader non mostrò alcun segno di cedimento.

Nell’arco di pochi secondi la terza posizione occupata da Black Beauty fu attaccata a fil di palo da Belvedere, l’elegante n.8 in volata verso la testa del gruppo. «Ma che diavolo…?!» trasalì. «Fa’ il tuo dovere, maledetta bestia!». A quasi metà pista le sue speranze occupavano solo il quarto posto all’interno della competizione cosmica che avrebbe garantito al vincente un futuro migliore. Gli tornarono in mente le parole di Bin: «Questa bestia è baciata dal destino, fidati! Non guardare l’aspetto…».


Fu poi d’un tratto che quelle esili gambette cambiarono marcia. Black Beauty iniziò ad allungare energicamente il passo, come sospinto da un vento divino. «Attenzione! Blec Beauti cambia passo ai danni di Sibiscuit!» urlò lo speaker sfoggiando un doloroso inglese maccheronico. «È in volata! È in volata!»… A tre quarti di gara si apprestò ad affrontare la curva. Allargò molto, ma nel riprendere traiettoria si lasciò alle spalle Belvedere col suo fantino in tuta a scacchi che frustava come un dannato. A qualche decina di metri, Fitzcarraldo conduceva i giochi. «Dai! Dai! Prendi quel bastardo!» ansimò senza trattenersi. Lanciata in picchiata verso il nemico, la bestia si preparò al sorpasso.

Duecento metri al palo d’arrivo. I due purosangue, ormai fianco a fianco, tagliavano l’aria come frecce nel vento. Per qualche secondo gli sembrò di vedere i profili dei due volti equini sovrapporsi lentamente in una sorta di moto ondulatorio. Ipnotizzato, in quel miraggio si rivide all’interno una stanza tersa, luminosa, finchè un senso di sazietà gli percorse il corpo…


«Ombromanto! Ombromanto in rimonta dalle retrovie!» lo speaker rantolò. Il n.6 dal manto scuro e lucente aveva percorso gli ultimi quattrocento metri in piena apnea. Inatteso, il suo muso nero spuntò tra quello dei suoi due simili. «È un fulmine! Un fulmine!»… Le tempie gli pulsarono, mentre la vista iniziò ad appannarsi. Cinquanta metri al palo. Buio.


Se la giocò, la propria vita, in una giornata di sole caldo e terreno morbido. Quella vita meschina, che lo aveva oppresso da sempre, non sarebbe cambiata. Rigore, pazienza, sacrificio… aveva dato anima e corpo solo per avere la chance di costruirsi una nuova realtà. Cento euro! Cento euro sonanti volati al vento… Non sarebbe cambiato nulla. Anni e anni a racimolare come una formica… gettati nel vuoto. Ma per quanto poco potesse contare, non c’era dubbio: nessun uomo al mondo si sarebbe mai aspettato tanto fegato da un povero clochard.


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