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Bolla di sapone

Pubblicato il 01/06/2018

Una donna che non conosceva chiedeva di incontrarla. Doveva restituirle una cosa appartenuta a Luca, il suo defunto marito.

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La telefonata era giunta inaspettata, come quelle che ti segnano la vita, come quella ricevuta due settimane prima che la informava di un incidente accaduto al marito. Una donna che non conosceva chiedeva di incontrarla. Doveva restituirle una cosa appartenuta a Luca, il suo defunto marito.

Gemma arriva nel bar dove hanno convenuto di incontrarsi con qualche minuto di anticipo. Si siede ad attenderla e ordina una spremuta di arance. Indossa un maglione nero e un paio di jeans; porta a modo suo il nero del lutto, non come sua nonna, che dopo la morte del marito si era vestita interamente di nero per un lungo anno.

Pensa a quella telefonata, a quella voce, e formula ipotesi sulla donna a cui appartiene, che si è presentata come Viola Russo, il cui nome però non le dice nulla. Prova a immaginarne le fattezze e si chiede cosa dovrà mai restituirle.

È intenta a sciogliere lo zucchero e a guardare il vortice che il mulinare del cucchiaino genera nel bicchiere quando qualcuno la apostrofa con un “buongiorno”.

Gemma distoglie lo sguardo dal bicchiere e senza smettere di girare fissa la donna che le sta innanzi.

Quel viso le appare subito familiare. Eppure non ricorda, lei che si è sempre vantata di essere fisionomista, d’averla mai incontrata prima.

- Piacere, - le dice tendendole la mano. - Viola Russo.

Rompe il ghiaccio così, nel modo più ordinario possibile, senza dire nient'altro che quelle tre parole.

- Prego, si accomodi, - risponde Gemma limitandosi a stringerle la mano; chi le sta davanti sa già il suo nome e lei è una donna che persegue l'essenzialità.

Viola si accomoda di fronte a Gemma, schiena dritta e labbra serrate che ostentano fermezza.

Nel silenzio che si è frapposto tra loro, le due donne sembrano giocatori di scacchi che si studiano nel momento che precede la prima mossa.

È Viola a farla, mettendo sul tavolo una piccola borsa di carta riciclata.

- Qui c'è la fotocamera digitale che mi ha dato Luca.

Gemma non se ne stupisce, conoscendo la generosità del marito.

La riconosce subito. È un vecchio modello, la prima che lui aveva acquistato.

- Ha insistito così tanto per prestarmela, - sembra giustificarsi Viola. - “Tienila almeno per la durata del corso”, mi ha detto lasciandola sul mio banco prima di uscire dall'aula.

Luca era un fotografo professionista. Da qualche anno aveva iniziato a fare volontariato in un'associazione per donne vittime di violenza: teneva un corso gratuito di fotografia e fotoritocco, e di questa attività Gemma ne andava fiera.

- Puoi tenerla se vuoi, - dice a Viola.

- Grazie, ma non mi serve più. Dopo l'incidente a Luca il corso è saltato. E poi ci tenevo a restituirtela, visto che in memoria ci sono alcune foto di vostra figlia appena nata.

- Capisco. Da lassù Luca te ne sarà grato, - la ringrazia, suscitando in Viola un sorriso soffocato.

Questo sorriso ha qualcosa di familiare, pensa Gemma osservandola con attenzione.

- Devo andare, - dice Viola.

- Fermati almeno a bere qualcosa.

- Grazie, ma devo proprio scappare, - si scusa alzandosi. - È stato un piacere incontrarla, anche se in questa circostanza. Mi dispiace.

La segue con lo sguardo mentre si allontana, anche quando esce in strada continua a guardarla, ammirandone il soave profilo, finché non la perde di vista. Poi consuma la sua ordinazione, mette in borsa la fotocamera e torna a casa. Entra nello studio di Luca, per riporvi la fotocamera che le ha restituito Viola.

Dopo il funerale ha voluto chiuderlo a chiave per evitare che la figlia vi si intrufolasse in sua assenza. In pochi giorni l'odore di chiuso ha già permeato la stanza.

Decide che è proprio il caso di tirare su le tapparelle e aprire le finestre.

La luce che entra illumina le pareti, piene delle opere del marito. Appese sopra la scrivania, ci sono le riproduzioni di alcuni quadri di Ettore Tito, a cui Luca si stava ispirando per il suo ultimo progetto. Ne aveva anche trascritti i titoli su dei post-it.

Ricorda che era stata lei a ritirare le stampe di quei quadri. Portandole a casa le aveva guardate con una certa curiosità; l’autore, era per lei un emerito sconosciuto.

In quel momento carico di solitudine e malinconia, Gemma si avvicina alle riproduzioni per osservarle ancora e per leggerne i titoli: Bolla di sapone, Azzurri, Donna con brocca, Con la rosa tra le labbra.

Sono tutti ritratti di donna.

Bolla di sapone, in particolare, attira la sua attenzione; quel sorriso soffocato, quel viso. Gemma trova quella donna terribilmente familiare. Così tanto da riconoscerla infine, anche negli altri quadri, pure di profilo con una rosa bianca stretta tra le labbra.

A suo agio tra le pennellate, incastonata nella luce, mimetizzata tra i colori, in mostra eppure nascosta, ma ben visibile a Luca, c'è Viola. C'è il suo viso. Ed è lì, perché lui potesse sempre ammirarlo?

Di fronte a questa domanda Gemma chiude gli occhi, come se fossero stati irritati dallo scoppio di una bolla di sapone.

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Viole ha votato il racconto

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keziarica ha votato il racconto

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Tra i tuoi tanti racconti ho scelto questo, perché ne ho scritto uno con lo stesso titolo. Intenso, in poche battute. BravoSegnala il commento

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Panna ha votato il racconto

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di Ti Maddog

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