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Narrativa

Breve storia di Max (che non era un randagio)

Pubblicato il 04/08/2022

Questo racconto è breve, com'è stata breve la vita di Max. Max non era un randagio, era il cane di tutti, me lo disse quella volta mia mamma mentre si asciugava le lacrime. Certe storie meritano di essere raccontate, anche quelle che hanno zampe piccolissime.

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Si chiamava Max. Ad essere precisi Max è il nome che gli ha dato Teresa.  L'ha trovato il giorno di Ferragosto, quando l'asfalto è rovente e per le strade non c’è nessuno. L'unica cosa che fu subito chiara è che Max certamente non era stato un cane di casa. Teresa lo intuì da come si mise a grattare con le zampe contro il portone, al civico 31. Questo cane qui, disse, non ha niente a che fare con quei cani-mobilio, barboncini cotonati di appartamento che a malapena comunicano di voler mangiare. Max è diverso, si vede dalle zampette piccole, ma muscolose. Si vede che hanno fatto un sacco di strada. Quindi Teresa gli disse così: Va bene, Max, ti lascerò vivere come piace a te. Se proprio vuoi andare, vai. Sappi, però, che lascerò il portone aperto a pranzo e a cena. Visto che proprio non ti piace il divano, la cuccia te la lascio qui fuori, con la promessa che con l'inverno ci penserai ad entrare in casa. A quel punto Max si strusciò sulla sua gamba con tutto il corpo, come fanno i gatti, e così entrambi seppero di avere un patto. Un giorno mamma mi chiamò, Nina è con te?, mi chiese, Sì, le risposi, Ah, che paura. Ho appena parcheggiato e ho visto un cane che girava libero uguale a Nina! Persino gli inquilini del condominio ci fermavano per avvisarci che gli sembrava di aver visto Nina, per via dello stesso colore fulvo, la grossa macchia bianca sul petto, la coda riccioluta. Ma di lì a qualche giorno non sobbalzavo più e quando qualcuno mi chiedeva chi fosse quel cane, io sorridevo e rispondevo: È Max. Di prima mattina faceva compagnia a Tonino mentre sollevava la saracinesca della pescheria, poi svoltava a destra, si fermava sotto il balcone della signora Nunzia che non si negava mai di lanciargli un biscottino. Max aveva le sue abitudini, come quella di aspettare Teresa che rincasava dal lavoro. Si impuntava fuori al viale finchè non riconosceva la sua multipla bianca e allora lo vedevi scodinzolare, flebilmente. Sapeva di non essere un randagio, si capiva perchè non mancò mai di assicurarsi che Teresa tornasse a casa. Però per la maggior parte della giornata Max andava un po' dove voleva entro un perimetro piuttosto ampio di strade brulicanti, un via vai continuo di autobus, motorini impazziti, traffico congestionato. Ricordava sempre la via di casa. Una volta dei vicini bussarono a Teresa per dirle: devi tenerlo guinzaglio come tutti gli altri cani. Non sta bene che faccia i bisogni in giro e perdipiù è pericoloso. Va bene, le disse Teresa e andò a comprare un guinzaglio. Ma Max non era il tipo che si facesse abbindolare così facilmente e quando Teresa provò ad infilarglielo lui le fece ben capire che non avrebbe accettato una simile restrizione.  Max continuò a fare come gli pareva. Accompagnava in posta un anziano conosciuto, passava al mercato in cerca di qualche avanzo gustoso. A volte l'odore di una cagna gli faceva cambiare i suoi programmi iniziali. Era bello vederlo sbucare da lontano, correre su quelle zampe basse fino a noi. Nina lo aspettava sul posto col sedere che si agitava insieme alla coda. Ci accompagnava a fare il giro dell’isolato, poi si ricordava di avere altre cose da fare e allora se ne andava, facendo attenzione a guardare bene a destra e a sinistra prima di attraversare. Nina si sedeva a fissare il punto in cui era scomparso e dovevo strattonare il guinzaglio più volte per convincerla ad andare. Non te la prendere, Nina, le dicevo, Max appartiene alla strada. Una volta ci seguì fino al pianerottolo di casa, così lo lasciammo entrare. Dopo aver fatto un veloce giro di perlustrazione delle stanze, uscì fuori al balcone, col muso attaccato alla ringhiera si mise a guardare giù. Vuoi andare via, vero Max? gli chiesi, e non appena aprii il portone di casa lui era schizzato fuori, giù per le scale alla velocità della luce. Dalla strada sollevò la testolina verso di noi, come a dirci che sarebbe tornato a trovarci. Era questa la vita di Max, un cane di strada che però non era un randagio. Mi dissero che qualcuno l’aveva avvelenato. Che lui era riuscito a trascinare il suo piccolo corpo fino al viale di casa sua, ma le forze avevano ceduto prima di raggiungere il cancello. Teresa lo ritrovò in una pozza di sangue, accasciato sul marciapiede e gridò così forte che smosse le chiome degli alberi. Mia madre si asciugò le lacrime con il dorso di una mano, Era il cane di tutti, mi disse e non ne parlammo più. Qualcuno ha ucciso Max, ma i più continuano ad affacciarsi alla finestra, nei giorni, per vederlo passare.  Nina ancora si ferma fuori il suo viale, si impunta con le unghie nell’asfalto e mi trascina fino al civico 31. Sento il cuore stringersi, poi mi ricordo che se ne dimenticherà. E’ così per i cani. Io non ho la stessa fortuna e non dimenticherò quel cane che era anche il mio. Perciò tiro forte il collare, Andiamo, Nina, le dico, ma ancora mi volto quando cammino, ancora mi aspetto di vederlo spuntare, libero e fiero, tra le strade di casa sua. 


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Giuliano Gervasoni ha votato il racconto

Esordiente

Bello, un degno omaggio ai nostri onesti amici pelosiSegnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente
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Paola Zaldera ha votato il racconto

Esordiente

Bencenuto! Racconto molto tenero…Segnala il commento

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di Befu_96

Esordiente
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