Me l’aveva detto!

Cazzo, sì che me l’aveva detto! Quel Maestro! Forse 15 anni fa, più o meno. Una sola frase, breve, concisa, chiara, esaustiva, emblematica, definitiva: Brucia tutto, Chirag! E il bello è che Chirag vuol dire proprio fiamma, sì che dovevo bruciare tutto, che avrei dovuto, che devo, nonostante tutto, anche oggi, ancora oggi, bruciare tutto!

Gli avevo chiesto cosa doveva fare chi non trovava più gusto nella vita, il piacere di vivere, la bellezza della vita e nella vita.

E quella era stata la sua risposta. Quello bastava, quelle due parole erano più che sufficienti, ma la mente, anche quando ha la risposta rossa lampeggiante su uno schermo giallo, deve sempre cercare qualcos’altro, deve sempre guardare dietro, sopra, sotto, intorno… che cosa aveva detto dopo? Che cosa avrà voluto intendere? E con la scusa di non averla tutta chiara, tutta intera, di dover aspettare per farmi inviare la registrazione di quella domanda, di quella risposta, di quella giornata, in una data che avrei dovuto cercare tra le agende, i blocchetti, i quaderni, ricostruire, rintracciare, e intanto i giorni passavano, i mesi, gli anni, i decenni, con quella scusa ho sempre ignorato la risposta.

Non ho bruciato niente. Non ho fatto nulla, non ho cambiato niente.

Ho continuato a insistere, a perseverare, a tergiversare, a ingannarmi con le mie solite ossessioni, le mie abitudini da ricettatore, da usuraio del banco dei pegni, da bibliotecario comunale, con le liste delle cose da fare, i calcoli, gli schemi, i programmi, le carpette, le agende, i risparmi, e così se n’è andato tutto a puttane, tutto quello che doveva restare, rimanere, essere al centro, crescere, decollare… le storie vere, l’arte, la follia, l’avventura, l’amore, il viaggio, il coraggio, il pericolo, il rischio… e mi sono rinchiuso in una piccola gabbia di cemento, ristretto tra dieci abitudini, degli orari impiegatizi, la spesa, il conto corrente, la solita falsa sicurezza, sicurezza della morte.

È così che si smette di vivere.

Mai si dice “accetto di perdere questo per sempre, accetto di fare questa vita (di merda) per sempre…” No, certo che no, mica siamo matti? Mica siamo vigliacchi? Mica siamo dei quaqquaraqquà, dei pigliainculo? No.

Però si rimanda, si rinvia, si sposta, promettendo, sognando, in sostanza sempre obbedendo, sottomettendosi, violentando se stessi, solo per un altro mese, per un altro anno, solo questa vita, quest’unica vita che abbiamo…

Ma quella frase era stata più che sufficiente, in realtà, lo sarebbe stata, se avessi voluto ascoltarla, se avessi voluto ascoltarlo, se avessi voluto rinascere come un’araba fenice.

Dovevo.

Veramente.

Bruciare tutto.

Ha ragione anche Silvano Agosti.

La prima cosa da non fare è non mettere i fiorellini alla finestra.

E io fiorellini me ne sono messi dappertutto, nella mia cella.

Ho avvolto le sbarre in steli di fiori per non vederli.

Ho tinteggiato il cemento ammuffito coi colori dell’arcobaleno, ho sparso essenza di zagara e di calendula per non sentire l’odore di piscio dei topi che condividono la mia sorte.

E adesso? Dopo 15 anni? Che fare? Posso ancora bruciare qualcosa?

Ha ancora senso? Può ancora servire? Ne ho accumulata ancora di più,

di roba da bruciare, in questi anni. Ciarpame, fondi di bottiglia, solai e soffitte, cantine e sgabuzzini e ripostigli, qelle cose che sì, va bé, non era quello che veramente volevo, non quello che mi faceva mancare il respiro, però comunque carino, gradevole, simpatico…

Sempre meglio che suicidarsi o farsi ricoverare in psichiatria.

Ed è così che l’intera vita diventa un ripostiglio, una baraonda di roba vecchia accumulata, che non si butta perché non si sa mai… può sempre servire, può tornare utile.

E invece un assaggio della morte, o della pazzia, la pazzia nuda e cruda, senza sconti e compromessi, sarebbero stati meglio.

Perché non mi avrebbero più permesso di far finta di niente.

Di avvolgermi in questa fredda, sciatta, scialba, grigia, tetra patina di normalità, di borghesismo, di perbenismo, di lucidità, di accortezza, di viltà, fondamentalmente, di sottomissione a questa società che oggi, più che mai, rivela il suo vero volto. Non solo il più bestiale. Magari.

Il suo volto più putrescente, più subdolo, più distruttivo della vita, della natura, della gioia.

E va bene, meglio cominciare tardi che mai, non è mai troppo tardi per cominciare a bruciare, per cominciare a fottersene, a sovvertire, a dissacrare, a smettere di strisciare per avvolgersi nel bozzolo e diventare farfalla.

E però… quante volte ho avuto questi pensieri, per poi tornare al solito tran tran del signor Travet… Come farmi legare alla sedia finché non concluderò la grande opera? O le grandi opere?

Come bruciare le navi?

Come far saltare i ponti?