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Fantastico

Bruttezza e altre tragedie

Di Carlo Martello - Editato da Io
Pubblicato il 28/03/2018

Un uomo brutto, la sua soluzione ed una guerra nucleare

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Essere sempre stato l’uomo più brutto della città aveva inciso su ogni aspetto della mia vita. Non avevo amici: ogni volta che avevo fatto parte di qualche gruppo, mi accorgevo quasi subito che gli altri erano gentili con me solo per sentirsi meglio con se stessi. Una sorta di redenzione dell’anima che passava attraverso l’aiutare persone più sfortunate. Ma se avete problemi con voi stessi, non è certo attraverso me che li risolverete.

Non avevo mai avuto una ragazza, questo era scontato: approcciarmi al sesso femminile incuteva in me vero terrore. Sapevo che mi avrebbero giudicato. Sapevo che mi avrebbero trovato ripugnante. Dall’età di 13 anni non parlavo con una donna, eccetto mia sorella. Non sopportavo quel senso di disgusto che emanava dai loro volti contratti, o dallo sguardo distolto; anche se erano costrette a parlare con me, guardavano la mia mano, o peggio, alle mie spalle; facevano di tutto per evitare qualsiasi contatto con il mio viso. Alcune volte le sorprendevo a scrutarmi di nascosto in qualche vagone della metropolitana, o al cinema. Allora mi piaceva sfidarle, guardarle fisso negli occhi, osservarle come facevano loro con me, facendomi sentire come una bestia da circo. Nessuna riusciva più rivolgere nuovamente lo sguardo verso di me. Molte si allontanavano. Le madri prendevano i loro figli per mano e li portavano lontano, “al sicuro”.

Era mentre guardavo il telegiornale, seduto sul divano e mangiando una frittata con cipolla e spinaci, che ricevetti la telefonata. “Venga da noi”, mi dissero, “lei è stato selezionato. Lei è l’uomo più fortunato della giornata, anzi, che dico, dell’anno. La renderemo bello come una star di Hollywood. Ci troviamo a soli tre isolati da casa sua”. Quando attaccai la cornetta, le orecchie mi fischiavano, in tv mostravano immagini del Presidente degli Stati Uniti, un bottone rosso, militari asiatici che marciavano, carri armati in parata. Fuori dalla finestra, centinaia di persone si accalcavano al supermarket più vicino.

Presi i miei soliti occhiali da sole ed uscii di casa. Nei tre isolati che mi separavano dalla destinazione, nulla avrebbe potuto togliermi il sorriso dal volto: le macchine abbandonate in strada, la gente che correva con le braccia piene di roba, le vetrine rotte dei negozi, alcuni uomini che si picchiavano per delle casse d’acqua. Nulla.

Un vecchio barbone seduto a terra mi gridò che la fine era vicina, mentre stringeva al petto il suo cane e delle scatole di fagioli. Non aveva che due denti. Sirene risuonavano in tutte le strade. Io sorridevo e continuavo a camminare

Arrivai all’indirizzo, la porta era aperta. Entrai dentro e venni accolto da un uomo distinto, mentre in sottofondo si sentiva solo quello che sembrava essere il sassofono di John Coltrane.

“Si accomodi”, mi disse. “Si spogli ed entri in questa vasca. No, non è una vasca normale, è in titanio. Ci resterà dentro per circa 20 ore. Il liquido all’interno la nutrirà, non si preoccupi. Oh e scusi il trambusto fuori, è solo l’ennesimo allarmismo da social network. Da dentro non sentirà più niente”.

Entrai nella vasca che venne richiusa sopra di me. “Stia tranquillo, lei sta per diventare l’uomo più desiderato del pianeta. Le donne moriranno per lei” mi aveva detto l’uomo in giacca e cravatta prima di chiudermi lì dentro. Non sorridevo più. La situazione mi sembrava solo paradossale. Nudo mi immersi nel liquido. Era caldo e piacevole. Delle bollicine si formarono sul bordo della mia pelle, ma non salivano in superficie. Sembravano attaccarsi al mio corpo. Sulla mia testa notai uno schermo. A destra dei tasti. L’accesi. John Coltrane e la sua band iniziarono a suonare la stessa musica che avevo sentito fuori. Sullo Schermo apparvero donne bellissime che facevano il bagno sotto cascate e in acque limpide ed azzurre. Ne riconobbi una, era l’attrice di quel film ambientato in Grecia.

Mi addormentai.

Fui svegliato da uno scossone. “Devo uscire?”.. nessuna risposta. L’acqua smise di agitarsi dopo pochi secondi. L’uomo mi aveva detto che la vasca si sarebbe aperta da sola. Forse qualcuno ci si era appoggiato per sbaglio.

Dopo qualche ora di musica e video di belle donne, la porta sopra di me finalmente si aprì. “Posso uscire?”.. Nessuna risposta.

Mi alzai con calma, lasciando scorrere l’acqua sul mio corpo… muscoloso? Erano muscoli quelli che vedevo? Mi toccai le cosce scolpite, poi il petto gonfio, le braccia forti, l’addome piatto. Non potevo crederci. Quel corpo non poteva essere il mio. Uscii dalla vasca. “ehi? c’è qualcuno?”.. Ancora nessuna risposta.

L’acqua scendeva lungo il mio corpo, scivolando lungo le pieghe date dai muscoli dell’addome. Non avevo mai visto nulla del genere. C’era uno specchio vicino la parete. Timorosamente mi ci avvicinai per guardarmi meglio.

Cazzo! Ero davvero bellissimo. Un fascio di muscoli. E il mio viso. Oh Dio, il mio viso era perfetto, non c’era nessun difetto, non c’erano più i brufoli, il naso si era raddrizzato, e quella mascella squadrata, i capelli neri e folti: ero meraviglioso.

Presi i vestiti sulla sedia e li indossai. La maglietta quasi non riusciva a contenere le mie spalle ed il mio petto. Avrei avuto bisogno di abiti nuovi.

Andai verso la reception. “C’è nessuno?” chiamai a voce alta. Dalla finestra passava une luce bianca, fastidiosa. Doveva esserci foschia.

Non sapendo con chi parlare, scesi in strada.

In ogni specchio, ogni pezzo di vetro, ogni frammento di marmo brillante che trovassi lungo le scale, nell’ascensore, nell’atrio del palazzo, non facevo che ammirarmi. Ero davvero bellissimo.

Uscii fuori. Dovetti indossare gli occhiali da sole. Non volevo più nascondere il mio viso, ma l’aria era piena di polvere che colpita dalla luce creava dei riflessi fastidiosi per gli occhi. Il caos di qualche ora prima sembrava essere sparito. Non c’era più nessuno. Solo qualche auto, alla quale mi avvicinavo per guardarmi nello specchietto, o nello scarso riflesso che regalavano i finestrini. Camminai fino a casa come volando, nemmeno mi accorsi della strada che facevo. Guardavo solo me, nelle vetrine, negli specchi degli incroci, nei vetri delle finestre della case. Ero diventato bellissimo. Nessuno al mondo poteva competere con me. Ero l’uomo più bello in assoluto.

Per strada non incontrai nessuno. Non una persona, non un cane. Non sapevo nemmeno che ore fossero. Doveva essere mattina presto. Il sole filtrava a stento attraverso quello strato di nubi e polvere.

Arrivai a casa. Scrissi un messaggio a mia sorella: “finalmente sono il più bello del mondo. Non c’è nessuno come me”.

Dietro di me la tv era ancora accesa. Io mi guardavo nello specchio. Aggiustando i miei nuovi capelli.

Sulla tv un messaggio a sfondo rosso: “I presidenti hanno attivato i pulsanti atomici. Addio umanità. E’ stato un bel viaggio”.

Ero l’uomo più bello al mondo. Ero l’unico uomo al mondo. Ma continuavo ad ammirarmi allo specchio, provando gli sguardi che avrei utilizzato per colpire qualunque donna avrei incontrato.

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