Poco prima dell'alba i generatori vengono messi in moto. Un suono cupo e monotono in sottofondo, l'inizio di un'altra giornata alla buca 33. Per me, spero l'ultima. Si accendono le lampade nei dormitori, decine di corpi scendono dalle loro cuccette e strascicano i piedi verso il locale per lavarsi o verso l'esterno. Quasi nessuno parla.

Spiegare come sono finito qui sarebbe lungo, sappiate solo che nessuna delle violazioni alle leggi di Krug che mi sono state addebitate era reale. Non nego di avere simpatie per chi si oppone a quel potere corrotto, ma non ho attaccato sistemi informatici né inserito codice dannoso né rubato informazioni da rivendere ai ribelli. Erano solo pretesti, e come tutti sanno è facile costruire prove, difficile dimostrare che sono dei falsi. Inoltre, discolparsi richiede denaro, e io lo avevo dissipato altrove.

La buca 33 è uno dei pozzi di estrazione di CYF, un pianeta periferico dall'aria insalubre e ricca di ammoniaca adibito a prigione. Non è la peggiore: nella 39, i materiali estratti sono radioattivi, e pochissimi sopravvivono più di qualche mese; nella 35, in certi giorni ci sono nebbie tossiche e le squadre rientrano barcollando, fra attacchi di tosse e svenimenti.

Qui alla 33 la sopravvivenza è questione di resistenza e concentrazione, salire sulle 'scale' con un carico richiede buon equilibrio; quando ci sono giornate di vento non pochi cadono e una volta portati in infermeria non se ne sa più nulla, probabilmente finiscono in un'astronave ospedale di cui non si dice nulla di buono.

Fra uomini e donne siamo circa quattrocento. Dal bordo superiore si vede questa moltitudine di corpi in lento movimento sulle scale, più quelli che sul fondo preparano i carichi svuotando i carrelli che arrivano dai tunnel: 25 chili per le donne, 35 per gli uomini. Al termine del lavoro siamo separati, nei dormitori sotterranei, ma il resto del tempo, anche se ufficialmente non è permesso, ci sono modi per scambiare messaggi, o parlare.

Per tornare nella buca ci sono 2 sentieri che scendono a spirale e lì, dopo aver lasciato il proprio carico, si cammina mescolati. Oggi ho fatto in modo di trovarmi accanto a Eilìs nella discesa, e le ho passato un messaggio. Stanotte ce ne andiamo.

La prima volta che l'avevo notata, qualche mese fa, era intervenuta per difendere una donna anziana da uno dei wobblies di guardia.

Mi aveva colpito la forza magnetica di quegli occhi scuri e la voce tagliente con cui rivolgeva minacce a quell'essere che poteva spazzarla via in un attimo, con quelle braccia che sembrano tronchi. Grugnendo e guardandola in cagnesco, la guardia si era allontanata. Quando le parlai, giorni dopo, mi disse che non era difficile far leva sulla superstizione dei wobblies, e che aveva evocato maledizioni terribili se avesse continuato a terrorizzare la vecchia.

Da quel giorno l'avevo tenuta d'occhio, e avevo discretamente cercato notizie. Seppi che prima di finire alla buca era stata interprete (per questo conosceva la lingua dei wobblies), che aveva partecipato a un ammutinamento su una piattaforma commerciale, e che nell'irruzione che era seguita aveva perso un braccio, sostituito con una protesi.

Bingo. Questo significava una forza nella mano molto superiore a quella di un uomo: poteva aprire quasi ogni serratura, e facendo qualche modifica al software sarebbe stata in grado di trovare in un attimo i codici per le chiusure di sicurezza. Era la candidata ideale per il mio piano, e il fatto che fosse capace di parlare con diverse specie era un altro punto a suo favore, non si poteva sapere chi avremmo incontrato una volta fuori di lì.

Le ho proposto il piano una notte in cui avevo fatto in modo che ci trovassimo entrambi nel turno della manutenzione, in una galleria isolata. Mi ascoltava stringendo quegli occhi penetranti, due fessure scure che ti scrutavano a fondo, cercando segni. Disse solo: '' Vedo che hai studiato bene questo posto''. Sul volto aveva due cicatrici, sulla fronte e su uno zigomo, e segni di ustione. Non era la faccia di una che si tirava indietro. Con la protesi (essendo per una detenuta era stata lasciata in metallo, ed era piena di graffi e ammaccature) si era tirata indietro i capelli, con un gesto del tutto naturale. Poi, l'aveva stesa verso di me. Allungai la mano e strinsi quella mano metallica con una sensazione strana, che mi restò dentro per ore: la forza era perfettamente calibrata, adattandosi alla mia forma e avvolgendo le mie dita quasi con dolcezza. Il pensiero che potesse stritolarmi in un attimo era ingombrante, eppure stranamente piacevole.

Lavorai sul braccio qualche giorno dopo, e feci velocemente le modifiche necessarie, mentre lei seguiva lo scorrere delle istruzioni su un piccolo schermo. Aggiunsi un sensore di codici. Alla fine ci guardammo solo negli occhi, senza una parola.

Ora sono qui, nel locale dei generatori, mezzo assordato, mezzo soffocato dagli scarichi. Nell'ombra, attendo Eilìs.