Era la prima volta che il Bianconiglio non saltellava in preda all'angoscia gridando è tardi è tardi: in ventitre anni di onorato servizio, la prima mattina in cui si dava malato. L’odore acido di vomito e whiskey permeava la tana. Il panciotto di tweed era coperto di briciole e macchie e il suo orologio da taschino giaceva ai piedi della vasca da bagno, il meccanismo interno sparpagliato assieme ai vetri dello specchio contro cui era stato scagliato. La barba lunga, gli occhi arrossati, la voce roca e pastosa erano i segni visibili della tragedia che si era abbattuta sopra la sua ordinaria vita da coniglio di corte.

Bianconiglio non riusciva a comprendere come Marianna avesse potuto fargli una cosa del genere. Di certo, tutto doveva essere cominciato con la storia di Alice. Probabilmente non gli aveva mai perdonato l’interesse, peraltro innocente, per quella stupida ragazzina bionda. Si era accorto della frattura che si stava creando tra loro. Ecco perché quel giorno era uscito prima dall’ufficio e aveva comprato dei fiori. Una sorpresa tenera per scaldarle un poco il cuore. Lo aspettava, invece, il più banale dei finali. Quando aprì la porta della camera da letto vide le pellicce ammucchiate, il codino di Marianna, oddio quel suo bel codino sodo, stretto tra zampe estranee.

Ehi, che succede amico?!? – Aveva avuto il coraggio di dirgli il bastardo, interrompendo per un attimo la ritmica di quell’amplesso clandestino. Bianconiglio avrebbe voluto urlare. Un ruggito profondissimo con cui buttar fuori tutto il suo dolore. Ma Marianna fu più rapida: gli vomitò addosso un fiume di rancore, una valanga di frustrazione. Disse chiaramente che era stufa di quell’esistenza scandita dal rumore delle lancette. Che non voleva continuare a condividere la propria vita con un coniglio marcio, come marcio era il libro con cui era stato creato. Era finita. Voleva il divorzio.

Seduto al bancone di uno squallido locale per gatti malinconici e lepri balorde, Bianconiglio passò la notte ad annegare i rimorsi a colpi di Scotch e noccioline. I cattivi pensieri germinano in fretta nella solitudine scura dei bar: alimentati dal fumo e dall’alcol, crescono e si moltiplicano, fino a trasformarsi in ossessioni compulsive. Quando il sole fece capolino sul Paese delle Meraviglie una cosa era certa, Bugs Bunny avrebbe avuto quello che si meritava.

Lo trovò agli Studios della Warner. Sfruttando qualche vecchia conoscenza, riuscì a intrufolarsi sul set. Trovare il camerino del coniglio fu un gioco da ragazzi. Bussò piano ed entrò. Russava, il porco. A giudicare dal numero di bicchieri di vodka poggiati sul bracciolo doveva essere ubriaco fradicio. Bianconiglio provò un senso di profonda repulsione per quella bestia addormentata tra i propri peccati.

- Svegliati, bestia immonda! – urlò il Bianconiglio – è ora di porre fine alla tua sudicia insolenza. –

Bugs Bunny allungò una mano sul pavimento e raccattò una carota mezza mangiata tra le pieghe del tappeto. Poi, con voce impastata, rispose:

- Ti credi meglio di me, tu eh? Credi che sia una passeggiata passare la vita a schivare le trappole di sceneggiatori perversi, di maiali armati, di marziani pazzoidi  con il chiodo fisso per la caccia al coniglio? Lo sai che a furia di sopravvivere a lanci di incudini ed esplosioni mortali sono diventato schiavo degli antidolorifici? Lo sai?? Che senza Vicodyn non sono in grado nemmeno di scavare un tunnel da qui a lì? Mi fate ridere voi personaggi della carta stampata! A te nessuno chiede di tenere alto lo share, di attrarre gli sponsor e le pubblicità, vero? Per voi la vita scorre tranquilla dentro quelle quattro pagine scribacchiate alla bene e meglio. Marianna ha ragione. Sei solo l’ombra allungata di un coniglio, un riflesso appannato, l’immagine sbiadita di uno scrittore morto e sepolto. -

Bianconiglio schiumava dalla rabbia. I fendenti calarono rapidi e in successione. La frenesia dell’omicidio gli inondava i polmoni di aria frizzante e zuccherina. Un sorriso feroce gli dipinse il volto. Quando fu certo che non si sarebbe rialzato, che mai più avrebbe pronunciato una frase irriverente, si tolse i guanti ormai intrisi di sudore e piastrine.

Ne scuoiò il corpo, lasciando che il sangue colasse viscoso. Ci vollero circa quaranta minuti prima che il Bianconiglio finisse di sfilettare il corpo di Bugs Bunny. La poltiglia di pelo e cartilagine che giaceva per terra avrebbe reso difficile persino alla madre il riconoscimento del corpo. Uscì soddisfatto, portando in un sacchetto di carta ciò che restava del bel playboy grigio dall’aria impertinente.

Adesso era il turno di Marianna. L’idea gli era venuta guardando un programma di cucina kosher. Le avrebbe fatto assaggiare di che fibra era fatto il suo amante. Le avrebbe servito in unico piatto tutto il sapore della vendetta.