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Narrativa

Buon compleanno

Di Howl
Pubblicato il 10/04/2021

46 Visualizzazioni
16 Voti

Ti dicevo, mi sono trovato in questa situazione di merda qualche anno fa.

Eravamo io e Roby nella sua Fiat Uno a bere l’ultima bottiglia di Lambrusco che aveva fregato al suo vecchio. Vinaccia calda, oleosa e compatta che ti entrava in gola a fatica. Sarà stata una settimana buona sdraiata lì nel bagagliaio ad abbronzarsi. Se non era che stavamo in secca e avevamo bisogno di sbronzarci, nemmeno avremmo perso la testa di bercela.

Ma qualcosa era tornato a riva spinto dalla marea, il ricordo gonfio e putrefatto del funerale di Simo. Erano momenti come quello che mi facevano sentire difettoso al mondo.

Credo fosse il senso di colpa, o qualcosa che gli assomigliava. All’epoca eravamo ancora due bambini, forse chissà, nella nostra ingenuità cercavamo solo un modo per sentirci più forti, più duri. Imitando i nostri padri e i loro lutti.

Roby straparlava, ma non è che tutto mi entrava in testa al primo colpo. Facevo sì sì mentre mi brontolava lo stomaco. Giù, più giù, buttavo fuori il mio più squallido dei sorrisi che non ci metteva molto a scivolar via in un sorso.

Roby si era fatto serio, sapevo che anche lui ci stava pensando.

«Lasciamene un po’.» Ha detto, ammiccando alla bottiglia. «Dopo quella non c’è rimasto più niente.»

Non mi ero accorto di averla ancora tra le mani, volevo solo che l’alcol mi disinfestasse. Non mi sentivo pronto ad affrontare la serata e tutti gli sguardi dei nostri amici. Era orribile sentirsi sobri.

«Non ce la faccio.» Gli ho detto, allungandogli la bottiglia. «Non mi fa un cazzo.»

«Fa cagare eh?» Ha detto lui. Gli ha dato una botta. «Tieni va’, mi è passata la voglia. Ci vorrebbe qualcosa di più serio.»

«C’è l’eroina.» Mi ci sono attaccato sperando che qualcosa in me iniziasse a franare.

«Qualcosa di meno serio.» Roby cambiava di continuo stazione radio.

«Davvero, non ce la faccio… mi viene da vomitare. Di chi è stata l’idea? È una cosa mostruosa se ci pensi.»

«Credo di Marzia. Non è così male, dai.»

«È da un’ora che aggeggi con ‘sta radio, lascia qua… Non è così male cosa? Sei serio?»

«Ci saranno tutti. È come se non lo volessimo dimenticare no?»

«Ma io lo voglio dimenticare, e non voglio andare alla cazzo di veglia di un suicida!»

«Non è una veglia, è un compleanno.» Roby è scoppiato a ridere. Era terrificante.

«Questa è tosta. Se mai dovesse capitare a me…»

«Cosa? Torneresti dal regno dei morti? E cosa faresti? Si è voluto fare da parte, non gliene fregherebbe un cazzo di questa cosa.»

Ci sarebbero stati tutti, anche persone che non si rivolgevano parola da anni. Che schifo, pensavo.

E io, come mi sarei comportato? Qualcuno sarebbe venuto al mio angolo? In quel caso avrei voluto essere il più buio centro dell’Universo.

Poi c’era tutta la faccenda del “regalo”, del “vestitevi casual”, del “niente facce da funerale”. Che schifo, che schifo, che schifo, porco mondo!

Avevo con me una maglia dei Joy Division, era un regalo di Simo, ora gliela rendevo impacchettata alla meno peggio. Tutti dovevano portare qualcosa per ricordarlo. Roby aveva un boccale dell’October Fest del novantanove.

Erano tutte cose nostre, per quale ragione avremmo dovuto separarcene? Solo perché una stronza egoista aveva avuto la più disumana delle idee: festeggiare i diciott’anni di un corpo che già stava marcendo sotto terra.

E io non lo avevo capito.

No, scacciavo quel pensiero con rabbia, perché era come una pistola carica tra le mie mani. Mi rimanevano due scelte: o puntarmela contro e farmi saltare la testa, o verso gli altri e fare un massacro. Così, per salvarmi la vita, avevo deciso di non risparmiare nessuno, nemmeno Simo.

«Sai che non ho ancora pianto.»Mi ha detto Roby.

Per calmare la sua smania di trovare una canzone buona per radio avevo iniziato a rovistare tra le musicassette che aveva nel cruscotto.

«Questa ti va bene?» Era un album dei R.E.M. Automatic for the people.

Lui mi ha fatto un cenno disinteressato con la testa.

Siamo rimasti ad ascoltarla senza dire una parola.


Abbiamo camminato fino al palazzo dove abitavano i genitori di Simo. Fuori si erano raggruppate già una decina di persone. Ci aspettavano, eravamo gli ultimi. Ho incrociato lo sguardo con Alex il Rotten, uno che di lì a due anni avrei del tutto perso di vista, come la maggior parte di quelli che erano lì quella sera. Mi sentivo alticcio, ma avrei avuto bisogno di qualcosa di diverso per diventare un essere sociale.

Per quanto ricordi ora quella serata come la più fredda dell’anno, come, che ne so, metà gennaio, eravamo ai primi di settembre.

Simo era nato l’otto, era morto il venticinque marzo.


Sono contento di aver affrontato i genitori di Simo come uno della folla, anche se l’abbraccio con me e Roby è stato il più lungo e intenso. Non li avevo più visti dal funerale, nonostante quel giorno gli avessi promesso di non dimenticarli. Non volevano perdere anche me.

Ero lì, no? Con il mio brutto pacchetto tra le mani, il mio sorriso squallido, la mia voglia di bere. Poi sono tornato a perdermi tra la gente.


Non era una veglia stile U.S.A. dove avrei potuto sbronzarmi in santa pace. Era una cerimonia contrita, silenziosa, molto italiana, alla quale prendeva parte anche il prete della parrocchia.

La stanza era così grande da contenerci tutti. Sala da pranzo e salotto erano un unico ambiente e davano su una terrazza che si apriva verso l’oscurità là fuori.

La luce era forte e contrastava con il lungo corridoio spento che portava alla zona notte. Laggiù c’era la stanza di Simo. Il posto in cui era morto.

Io mi dividevo tra veglia e oblio. E Roby con me. La maggior parte della gente vorticava al centro, dove il prete aveva preso parola.

Non che mi entrasse tutto quanto, avevo solo morsi di frasi dati qua e là. Per tutto il tempo ero stato ammollo nei pensieri, ritornavo alla realtà a sprazzi.

Stropicciavo il pacchetto con il regalo di Simo, mi mordevo l’interno di una guancia, portavo il peso del corpo da una gamba all’altra, di continuo.

Mi sono guardato alle spalle, al lungo corridoio che assorbiva tutta la vita della casa. Sono rimasto e tra le luci che digradavano ho visto un’ombra.

Roby mi ha dato un colpo con il gomito e riportandomi al mondo.

«Che c’è?» mi ha detto. «Non fare lo stronzo.»


Il prete aveva finito e ora si rigirava tra le mani la sua bibbia tascabile.

Si era fatta avanti Marzia.

«Vorrei chiedere a tutti di condividere il vostro pensiero, per Simone… chi se la sente... »

Ha fatto una pausa, sorriso, poi ha aperto il suo regalo: era un pupazzetto, una specie di gremlins.

«Simone me la… la perché è femmina… me la regalò l’anno scorso, per il nostro anniversario… »

Quanto avrei voluto essere sbronzo. Non ce l’avrei mai fatta a fare lo stesso. Mentre parlava mi montò il panico. Non l’avevo mai provato prima di allora per cui nemmeno sapevo cosa mia stava succedendo.

Le voci cadevano dentro di me. Strillavano. È stata la prima e l’ultima consapevolezza, non riuscivo a fermarle e più cercavo, più loro si rincorrevano. Mi strozzavano, era come affogare nei respiri, si facevano sempre più pesanti, non riuscivo a inghiottirli. Una smania violenta mi divorava da dentro e io pensavo che di lì a poco sarei imploso. Ma la paura più grande e reale era quella di perdere la testa. Volevo correre lontano, ma non potevo, ero come imprigionato in quella situazione. La mia vista si offuscava e più mi ostinavo a lottare per sembrare normale, più il cerchio nero mi strozzava.

Ho guardato di nuovo il corridoio, che ha aggiunto terrore al terrore. Tra le tante voci, è venuta a galla quella di Simo: «Aiutami.» Diceva.

Roby è stato l’unico ad accorgersene e i miei occhi, nel momento in cui hanno visto i suoi, si sono spenti. Mi sono accasciato e il tempo, lo giuro, il tempo si è fermato di schianto. Le persone sono come sparite e io mi sono ritrovato immerso nel buio assieme a Roby, che stava cercando di farmi riemergere.

Un abbraccio di gelo mi ha trascinato per i piedi e mi ha portato via con se. Nel corridoio, lontano.

Quello che ho visto laggiù, è stato indicibile.

L’orrore pendeva appeso a una corda, con il viso deformato da un ghigno. Una lingua di bava gli colava dalle labbra. Una striscia scura gli macchiava i pantaloni del pigiama, gocciolando sul pavimento.

L’orrore ha gorgogliato: «è colpa tua»

Si scuoteva come se fosse attraversato da scariche elettriche. Cercava di lottare per impedirsi di strozzare. E mentre lo faceva, rideva. Per quanto un orrore impiccato possa riuscire a ridere.

Credo fu a quel punto che sono impazzito.

Le luci sono esplose e il tempo ha ripreso a scorrere.

Ho urlato, delirato credo, mentre ero accerchiato da corpi. Roby cercava di farmi ragionare, ma io ero un treno merci lanciato verso l’assurdo.

Mi ha tirato una manata. «Cazzo, falla finita!»


Mi è stato chiaro, quella sera, che dentro di me c’era ancora qualcosa di irrisolto. Avevo inghiottito troppo dolore, e quello mi aveva riempito sino a traboccarmi. Non so bene cosa ha scatenato quella reazione, credo il sentimento di tenerezza che ho provato per quel pupazzetto... sembra assurdo lo so, ma ha aperto una crepa dalla quale tutto quel dolore è sgorgato.

Da allora, gli attacchi di panico sono stati all’ordine del giorno. Avevo il terrore degli spazi affollati, terrore del buio, terrore che Simo tornasse a farsi vedere. Che tornasse a prendermi.

Ero… credevo che per tornare a stare meglio avrei dovuto esorcizzare la sua stanza. Dargli pace. Era un pensiero che mi annichiliva e allo stesso tempo mi dava conforto. In quei mesi solitari passati in camera, quella e altre follie mi passavano per la testa.

Ero ancora un bambino. Non ero pronto.

Lo si è mai?

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Francesco Scarciolla ha votato il racconto

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Un macigno.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

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Emozionalmente faticoso.Segnala il commento

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Malehua ha votato il racconto

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[K] ha votato il racconto

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A parte il modo eccellente e scorrevole in cui è scritto, a me sei riuscito a dare la perfetta sensazione delle temporanee prigioni sociali (che poi non sono nemmeno troppo temporanee).Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

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difficile, difficile, difficile. Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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Il senso di colpa, il timore, l'oppressione arrivano. Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Difficile descrivere un dolore simile se non lo si è provato; impossibile se non si ha un talento come il tuo.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Questo è l'esempio emblematico di come la scrittura sia - non per tutti, ma sicuramente per molti - "un treno merci lanciato verso l’assurdo", carico di ricordi, paure, traumi, dolore, sensi di colpa, e domande senza risposta. Inizi il racconto con "Ti dicevo", perchè dici cose non dissimili da quelle che fai dire a Teo, a Micol e agli altri personaggi - i tuoi tanti alter ego -, e finisci con una domanda. No, non si è mai pronti a lasciare i fardelli sul molo e salpare. Se si è davvero scrittori, nulla va perduto del passato.Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

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Sonia A. ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Tanta roba: tanto dolore, tanta visione, tanto coraggio, tanto talento... Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente
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di Howl

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