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Narrativa

Buona notte tesoro

Pubblicato il 14/09/2019

Quando meno te l'aspetti tutto può cambiare. Il destino irrompe con il bene, o con il male come un fulmine nel cielo più buio.

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«Buona notte tesoro!»

«Buona notte, mamma» disse Rebecca, stringendo a sé il suo piccolo orsacchiotto. I vetri appannati svelavano lo sbalzo di temperatura fra fuori e dentro. Aveva appena smesso di nevicare e il freddo avanzava denso.

«Mamma…ma nevica ancora?» fece la bambina, mentre la madre le rimboccava bene le coperte.

«No, ha smesso da qualche minuto.»

«Meno male… così magari prima di domani mattina si scioglierà ed io non mi bagnerò i piedini andando a scuola!» auspicò la piccola.

«Stai tranquilla tesoro, perché la mamma non ti farà di certo bagnare i piedini» la rassicurò la donna «metterai gli stivaletti alti ed io ti accompagnerò con la mia auto fino a davanti scuola.»

Tutto era coperto da una coltre bianca che sembrava assoggettare ogni cosa compresi i rumori.

«Adesso, cerca di fare la nanna Reby…baci, bacini?» disse la donna, assalendola di baci.

«Basta, però! Dai... mamma così, mi fai il solletico!»

«Va bene, io mi fermo solo se tu mi prometti che dopo ti metterai a dormire.».

Un po’ dispiaciuta Rebecca acconsentì. A lei non piaceva coricarsi da sola.

«Salutami papino, domani mattina!» si raccomandò.

«Lo chiamiamo? Così gli auguriamo la buona notte?».

«Sì!» esclamò la bimba, mentre la madre prendeva il suo cellulare per digitare il numero del marito. Lui pur essendo a lavoro, riuscì a rispondere.

«Buona notte, principessa!» disse lui, dopo una breve conversazione. Dopo di che, finalmente Rebecca si addormentò e anche la madre, la imitò crollando nel lettone mezzo vuoto. Tutto taceva, nessuna vettura circolava neppure lo spazzaneve.

“Boom” Uno scoppio terribile riecheggiò all’improvviso. Era esplosa una stufa a gas nella casa a fianco quella di Rebecca. Entrambe le abitazioni avevano subito gravi danni. Un paesaggio surreale si era materializzato nell’arco di qualche secondo, simile a un’area bombardata. I soccorsi erano arrivati immediatamente a sirene spiegate tra la gente accorsa e chi chiedeva aiuto.

«Rebecca! Rispondi, ti prego!» urlava disperata la madre miracolosamente scampata al disastro. In pigiama, ferita e infangata si faceva spazio fra le macerie per raggiungere il lettino della figlioletta.

«Stia attenta, signora! Si lasci aiutare, segua il nostro collega… dobbiamo metterla al sicuro!» esclamò un vigile del fuoco non appena la vide, subito dopo essere arrivato sul luogo del fattaccio.

«C’è mia figlia lì sotto! Vi prego, tiratela fuori! Per Dio…Rebecca, rispondi!» urlava la donna sovrastando ogni altro rumore, comprese le sirene. A fatica due infermiere riuscirono a farla salire sull’ambulanza per visitarla e darle le cure del caso.

«Eccola!» si udì a un tratto. «Rebecca…mi senti?» disse un vigile che infilatosi fra le macerie aveva individuato la bambina. La madre udendolo, corse fuori per raggiungere il vigile, ma fu prontamente fermata per non che intralciasse o si facesse male. Rebecca però non rispondeva, facendo così temere il peggio. Lentamente e con fatica fu tirata fuori. La bimba era priva di coscienza, insieme alla madre furono trasportate al più vicino ospedale. Qui giunse anche il marito, il quale disperato stringendo forte la sua donna esclamò:

«È viva? Ti supplico, dimmi che è viva!» la interrogò, non trovando la figlia con lei.

«Sì, ma…» lei non riuscì a finire la frase che un sanitario intromettendosi la interruppe.

«Lei è il marito della signora?» chiese il primario di neuropsichiatria di quell’ospedale.

«Sì. Come sta la nostra bambina, dottore?» domandò angosciato l’uomo.

«Le sue condizioni adesso sono abbastanza stabili, ma con rammarico devo avvertirvi che è in uno stato di coma.».

I due genitori sgomenti, avuta la notizia, si sostennero a vicenda perché si sentirono mancare. Fatti accomodare in una stanza del reparto, ebbero ulteriori chiarimenti sullo stato di salute della loro Rebecca. Aveva subito un forte colpo alla testa. Questo forse aveva causato dei danni ma l’ematoma formatosi nel cervello non permetteva una diagnosi.

«È colpa mia, dovevo farla dormire con me. Si sarebbe salvata.» esclamò la madre rimasta da sola con il marito. Lui stringendola forte a sé, la ammonì così:

«No, non darti colpe che non esistono. Anch’io mi sento impotente e disperato, però è necessario rimanere forti e uniti per affrontare questo brutta situazione. Rebecca ha bisogno della nostra forza. Dobbiamo farle sentire che ci siamo!».

«E se non dovesse uscire dal coma? Ci hai pensato? In tal caso, io spero di morire prima!» affermò lei, scoppiando in un pianto inconsolabile. Il marito cercò di rassicurarla, anche se lui per primo temeva tal eventualità. La notte passò e con essa tante altre. Dodici mesi dopo, in una sera simile a quella dell’incidente, nevicava di nuovo. Entrambi stavolta distesi assieme nel letto, fissavano la porta chiusa della cameretta nuova, dove la figlia non era mai entrata. All’improvviso lo squillo del telefono li fece sobbalzare.

«Va bene…è sicuro? Arriviamo subito!» rispose la donna, tremando. Rebecca si era risvegliata.

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Danilo ha votato il racconto

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