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Romance

Bussola

Pubblicato il 21/08/2022

Eli stringe il fucile al petto e tra le mani. Guarda avanti a sé. Respira il più possibile. Di fronte agli occhi ha solo il muro di terra della trincea, e allora gira la testa verso i suoi compagni tutti uguali: fucile al petto e tra le mani, sguardo fisso, respiri profondi.

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Eli stringe il fucile al petto e tra le mani. Guarda avanti a sé. Respira il più possibile.

Di fronte agli occhi ha solo il muro di terra della trincea, e allora gira la testa verso i suoi compagni tutti uguali: fucile al petto e tra le mani, sguardo fisso, respiri profondi. Le dita strette all’arma sono pallide come fantasmi – presagio di morte, spettro della paura.

Eli volta ancora la testa; alla sua destra, il profilo di Derick è definito come sempre. Gli guarda le dita grandi e rosee, ne ricorda il calore sulla pelle: sono dita di cui si fida.

Fuori dal suo sguardo ci sono le urla di chi comanda, gli spari, i cadaveri a terra. Eli attende il numero del suo battaglione – il naso di Derick ha una linea marcata, gli occhi brillano alla luce del sole e lui… Lui respira un po’ meglio. Quando l’ordine arriva, non lo coglie impreparato: si volta, punta il fucile e inizia a correre.

Oltre la trincea, la battaglia è già un labirinto di scintille e morte, e in quel caos innaturale l’unica bussola è il nemico avanti a sé. Eli si sente bruciare le gambe. Eccoli, gli eroi senza paura della Grande Guerra: uomini disperati vestiti da soldati, lanciati contro il loro destino.

Eli non ha più paura, né si sente un eroe: può accettare qualsiasi fine gli spetti, purché sia rapida. Non è per se stesso che teme la morte, ed è in mezzo al fuoco nemico che inizia a cercare Derick: spicca tra la folla per natura, persino tra le uniformi tutte uguali – o è Eli che, per natura, è abituato a trovarlo. Lo vede correre da lontano, con la schiena dritta, e per un solo istante ha l’impressione che quegli eroi da propaganda esistano davvero.

Ma è una sensazione che dura pochi secondi; l’attimo dopo, il terreno esplode sotto ai piedi di Derick e lui cade tra terra e polvere.

Eli non ha tempo né voglia di pensare; è un uomo pratico che si fida del suo istinto e non torna mai indietro dopo aver preso una decisione. Il suo corpo si muove da solo verso l’uomo che ama, e tanto basta. Lo raggiunge ancora incredulo, col sangue che rimbomba nelle orecchie più forte degli spari. Si china; Derick è svenuto o morto, giace in una pozza rossa che si allarga dal braccio destro tranciato a metà. Eli guarda senza vedere – senza voler conoscere la verità. In pochi gesti automatici posa a terra il fucile e ne stacca la tracolla di pelle scura. Gliela assicura sul moncone tirando con disperazione – le dita pallide, sì, come fantasmi.

***

“Combatti per la Patria, combatti per il popolo”.

Eli non ha mai creduto agli slogan, e la forza per combattere l’ha trovata pensando di poter tornare al suo piccolo pezzo di terra, con un pollaio tutto da ricostruire.

Eppure, lì tra i letti degli infermi, al capezzale di Derick, sente quella forza mancargli del tutto. Derick è troppo bianco in volto – la fascia al moncherino troppo rossa. Eli gli asciuga la fronte sudata, lo imbocca sfidando le occhiatacce di chiunque, osserva il suo profilo marcato che è l’unica certezza rimastagli.

Quel giorno Eli è fortunato, perché Derick si sveglia e parla con un filo di voce.

«Sei triste?».

«No». Mente.

Derick sorride: l’ha scoperto. «Per me?».

A quella domanda non c’è bisogno di rispondere: Eli riprende il fazzoletto di tela e torna ad asciugargli la fronte; sente il calore attraversare la stoffa – è come toccarlo sul serio.

«Non esserlo». È quasi un sussurro. «Non ne vale la pena».

Eli indurisce lo sguardo perché è l’unico modo che ha per rimproverarlo. Non funziona: gli occhi di Derick sono lucidi di febbre, ma ancora vivi. Brillano come alla luce del sole.

«Siamo persi senza di te».

«Chi?».

Eli fissa una piega del lenzuolo, vorrebbe dirlo – “io” – ma anche a quella domanda, in fondo, non c’è bisogno di rispondere. Invece: «Per cosa hai combattuto?», chiede.

«Per me stesso». Il tono di Derick è più duro, più sofferto. «Per inseguire un ideale che non ha più futuro». Guardano entrambi il moncherino e la macchia rossa al centro delle bende: non si può usare il fucile con un braccio solo.

«Quindi ora che vuoi fare? Arrenderti alla febbre e morire? Posso renderlo più rapido e soffocarti nel sonno questa notte, se vuoi».

Derick ride, sospira. «Ucciso dal mio uomo: che dolce morte sarebbe».

«È una morte che non ti meriti». Eli sente sulle labbra la voglia di urlare e baciarlo e poi urlare ancora. «Te lo dico io cosa farai», dice invece. «Guarirai e uscirai da qui, e quando tutta questa merda sarà finita verrai a cercarmi». Stinge i denti, fa in modo che il messaggio sia più chiaro possibile. «Per allora avrò trovato un modo di farti rendere utile anche con un braccio solo».

Suona come una minaccia, e gli occhi di Derick ora brillano di gratitudine.

È una promessa.

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

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Raffaele 57 ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Paola Zaldera ha votato il racconto

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Molto bello.Segnala il commento

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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di Elle Smith

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