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Narrativa

Café do Brasil

Pubblicato il 22/08/2020

Una storia di amore e guerra, tra il Brasile e Bologna.

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36 Voti

La neve quella mattina era passata su Bologna come una cimosa sulla lavagna, cancellandola tutta. 

Lui entrò nei Giardini Margherita sfregando le mani nude, ogni tanto dalla sua bocca usciva un piccolo soffio di vapore, come se stesse suonando un sassofono immaginario. La bicicletta rosa pastello di lei era ancora parcheggiata lì, davanti alla scuola elementare Fortuzzi. La lezione non era ancora finita. 

Si appoggiò ad un albero, tirò su il colletto del suo cappotto sartoriale di panno e si mise ad aspettarla. Al suono della campanella, uno stormo di grembiuli neri si precipitò fuori e, dopo qualche minuto, lui intravide il fiocco rosso tra i capelli di lei. La vide scuotere leggermente la testa per scostare la frangia dagli occhi, un tic che lui trovava irresistibile. Si staccò dall’albero e le andò incontro.

“Amore!” le disse, prendendola tra le braccia.

“Oggi ho dovuto far cantare ai bambini una filastrocca con i nomi delle province italiane in Libia, ma ti rendi conto?”

Lui le accarezzò i capelli e non disse nulla.

“Come puoi fare così? Come puoi non avere mai un’opinione su nulla? Esiste un mondo fuori dalla tua bottega, sai!”

“E che vorresti fare? Farti ammazzare?”

Lei lo guardò con disprezzo.

“Hanno ragione i compagni, come faccio a stare con un borghese come te. A te importa solo far quadrare i conti”

“Ti sbagli. Per i tuoi compagni tu sei solo un nome in codice, per me invece tu sei Alda. La mia futura moglie”

“Ma come puoi pensare al matrimonio in un momento come questo?”

Lui la prese per mano. S’incamminarono verso Via Clavature attraversando il parco congelato. La bottega Tondelli era in Via Clavature 14 da due generazioni. Tutti ricordavano Beppino saltellare con il ditino alzato per cercare di raggiungere i provoloni, le mortadelle e le salsicce che pendevano dalla barra di ferro appesa al soffitto. I ripiani di legno guarniti di tela bianca un tempo erano stati popolati da panetti di burro, lardo salato, marmellate in contenitori di legno compensato e bottiglie di latte fresco con i tappi di stagnola, mentre nell’aria aleggiava perennemente l’odore pungente del baccalà e delle aringhe sotto sale che facevano capolino dalle grandi latte colorate disposte in un angolo. 

Il piccolo Beppe guardava la mano di suo padre sparire dentro i grandi barattoli di vetro disposti sul bancone e riemergere piena di caramelle gommose “Topolino”, che depositava sulle manine tese dei suoi amici. Avrebbe tanto voluto ereditare le doti di prestigiatore di suo padre, pensava mentre strappava un tagliando dal cartoncino grigio che le porgeva una donna. Poteva darle solo 400 grammi di polenta e 600 grammi di pasta. Toccò il moncherino di matita che teneva dietro l’orecchio e, dopo una rapida occhiata ai sacchi di patate e di riso, si rese conto che di nuovo le scorte non sarebbero bastate per quella fila di persone con i bollini in mano. Verso sera, i sacchi erano vuoti e fu costretto a chiudere la bottega in anticipo. Diede un giro di chiave alla serratura e il manifesto esposto sulla porta sbattè in faccia a coloro che se ne andavano a mani vuote. Diceva “Se mangi troppo derubi la Patria”.

Alda stava nel retrobottega, correggendo i compiti di grammatica. Lui le mise una mano sulla spalla e spense con un soffio la candela. “Vieni, ho tenuto da parte un pezzo di pane nero per noi” le disse. Lei lo guardò. Le sue pupille al buio si dilatarono, come la sua tristezza.

“Perchè hai messo quel manifesto alla porta?” gli chiese.

“È un decreto del Duce, lo hanno portato ieri. Non posso farci nulla, Alda”

“Sempre così dici”

All’improvviso, sentirono un colpo secco alla porta. “Siamo chiusi!” gridò Beppe, ma i colpi continuavano, sempre più insistenti. Alda strinse il bordo del maglione di Beppe, ma lui le spostò la mano dolcemente e si diresse verso la porta. Attraverso un barattolo di vetro vuoto posto sul bancone, Alda intravide un paio di stivali neri lucidi e dei pantaloni alla zuava. Vide le mani di Beppe frugare sotto al bancone e tirare fuori una latta di sardine e un sacchetto di zucchero. Sentì la voce dello sconosciuto dire: “ Tondelli, ce li hai ancora i fondenti Balilla al cioccolato? Ai miei bambini sono piaciuti molto!”.

Alda si alzò di scatto. Lo spago che teneva uniti i compiti da correggere si sciolse e tutti i fogli si sparpagliarono sul pavimento di graniglia. Quando la porta del negozio si richiuse, Beppe tornò nel retrobottega. Vide i fogli sparsi per terra, non più uniti dallo spago, e si rese conto che anche il nodo tra loro due si era sciolto. Cercò di spiegare, “bisogna tenerseli buoni i fascisti, sennò mi fanno chiudere, cerca di capirmi Alda!”, le disse, ma lei raccolse i fogli e se ne andò. Uscì dalla bottega trattenendo le lacrime. Avrebbe voluto rinchiudere tutto ciò che aveva visto dentro quel barattolo di vetro, vuoto come il suo stomaco, sigillarlo con un tappo e buttarlo in un angolo dimenticato della sua mente. E invece no, il vetro aveva rimandato la vera immagine di Beppe. Il suo Beppe. 

Alda si rese conto che la guerra riduceva all’osso non solo i corpi, ma anche l’essenza delle persone. E a lei i fondenti Balilla al cioccolato davano il voltastomaco. 

Il giorno seguente, Beppe l’aspettava davanti alla sua bicicletta rosa pastello. La vide uscire con il libro di grammatica sotto il braccio e confabulare con due persone, un uomo e una donna. Le passarono un volantino, che lei nascose subito dentro le pagine del libro. Il volantino clandestino e il manifesto sulla porta parlarono per loro. Non avevano più nulla da dirsi. Passarono i mesi e un giorno Beppe ricevette la cartolina che temeva:

Illustre Giuseppe Tondelli,

Siamo lieti di comunicarLe che, il Ministero delle Forze Armate con telegramma urgente, ha disposto il Vostro richiamo in servizio presso il Comando della 25° Divisione Fanteria “Bologna” al fronte schierato in Tripolitania.

Segue comunicazione ufficiale.

Ossequi con molti voti augurali di nuove glorie,

Generale Giuseppe Pafundi

La sera stessa, sulla nave che lo portava in Brasile, divenne un disertore. 

Non gli importavano le conseguenze, perchè le decisioni che non aveva preso e il coraggio che non aveva mai avuto erano nella sua coscienza un plotone di esecuzione peggiore di quello fascista. Sbarcò nella regione di Bahia ed investì tutti i suoi risparmi in una fazenda di caffè. Si sentì quasi aggredito da quell’abbondanza. Il rosso della terra e delle drupe di caffè s’imponeva sfacciato sul verde dei patios sospesi, i raggi del sole essicavano i chicchi ma anche la pelle e l’aria rarefatta a 1300 metri di altitudine lo faceva stare in uno stato di perenne stordimento. 

Ma gli affari cominciavano ad andare bene e a ripagare il suo investimento. I suoi chicchi di arabica erano molto apprezzati sul mercato perchè da essi si ricavava un caffè dolce e dal corpo morbido e rotondo, proprio come quello delle donne dalla pelle ambrata che si alternavano nel suo letto ogni sera. A volte il cielo del Brasile gli sembrava troppo sconfinato e avrebbe tanto desiderato un portico della sua Bologna sopra la testa, per proteggerlo. 

Passarono vent’anni, la guerra in Europa era finita ma lui si sentiva sempre un disertore. Non aveva mai smesso di pensare ad Alda. Le aveva scritto tante lettere, spedendole al suo indirizzo in Via Nosadella 5, ma erano tornate tutte indietro al mittente. Un giorno ricevette un telegramma dall’Italia: la Lavazza lo invitava a Torino per discutere la possibilità di acquistare da lui una fornitura di 15 mila sacchi l’anno. Era partito da disertore, tornava da imprenditore. La notte prima della partenza non chiuse occhio. Era come se avesse affondato la mano nel barattolo dei suoi ricordi, tirando fuori il viso di Alda che lo guardava con disprezzo, il manifesto con la scritta “Se mangi troppo derubi la Patria”, gli scaffali vuoti e il taccuino con i nomi dei clienti a cui faceva credito. Si rese conto che anche lui era un reduce della guerra che per 20 anni aveva combattutto dentro il fronte della sua mente. Forse era giunta l’ora di tornare ed affrontare il plotone di esecuzione. 

Il suo volo partì da Salvador de Bahia all’alba ed atterrò a Fiumicino. Era il 1961 e tutto era cambiato. La gente beveva caffè e fumava sigarette al bar, le donne sfoggiavano minigonne con stampe geometriche e ovunque pullulavano boutique e botteghe alimentari dalle vetrine invitanti ed i prezzi non calmierati. Anche qui l’abbondanza lo aggredì. Era come tornare a casa da estraneo. Arrivato a Torino, si fece portare dal tassista alla Mole Antonelliana. Ormai si sentiva stordito al livello del mare e aveva bisogno dell’altitudine per chiarirsi le idee. Torino dall’alto era una distesa di tetti rossi, che gli ricordarono il colore della terra nella sua piantagione in Brasile. Sullo sfondo si intravedevano le Alpi, con le cime innevate e la base che sembrava sospesa su un lembo di nebbia. Pensò che forse era giunta anche per lui l’ora di scaricare il macigno che si portava dentro e lasciarlo sospeso nell’oblio. Prese un biglietto del treno per Bologna e, arrivato in Stazione Centrale, si fece portare in via Nosadella. Si fermò di fronte al numero 5, sotto un portico. 

Bologna non era cambiata, a parte qualche graffito in più sulle mura. Rimase in piedi lì per più di un’ora, senza sapere cosa aspettarsi. Magari si era trasferita, magari non tornava lì fino a sera. Ad un certo punto, sentì dei gridolini ed i passi incerti di una bambina, seguiti dal rumore di tacchi che si affrettavano sui sampietrini. Vide una donna correre dietro ad una bambina, portava un elegante cappotto bianco e nero e degli stivali marroni. Quando la raggiunse, abbracciò la bambina ridendo e scosse leggermente la testa per scostare la frangia dagli occhi. “Non allontanarti mai dalla mamma, capito?” le disse. Poi Alda alzò gli occhi e lo vide, fermo di fronte alla strada.

“Mamma, conosci quel signore?”

“Sì, tesoro. Credevo di conoscerlo molto tempo fa”. 

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Anonimo ha votato il racconto

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Quasi una bozza di romanzo. Direi che è l'ora di buttarsi e scrivere alla grande. La trama è interessante, anche se già vista. Ma sono sicuro che ne sarebbe trarre un gran bel lavoro, soprattutto che nell'ampio respiro che da un romanzo potrebbero trovare posto immagini e simbolismi latenti. Duc in altum!Segnala il commento

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

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Valentina Raniello ha votato il racconto

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ipa ha votato il racconto

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Verde ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

E' un bel lavoro. Forse potrebbe essere rivisitato in funzione di un'elaborazione su un numero di battute decisamente più grande. Segnala il commento

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Alessandro D. Massa Larsen ha votato il racconto

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eyepizzapie ha votato il racconto

Esordiente

Dacci un romanzo da leggere! :) Ho trovato anche io il finale un po' brusco, ma non credo per il fatto che sia brusco in sè, quanto perchè tutto quello che viene prima ti rapisce e ti accompagna in luoghi così ben descritti che sembra di essere lì, a Bologna, a Torino, in Brasile. Penso quindi che qualsiasi finale risulterebbe brusco, perchè ti ridesta da questa tua scrittura così avvolgente. Segnala il commento

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Ellan ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo il tuo racconto. Frasi eleganti. Si sente che sono state elaborate con cura. Mi è piaciuto come hai reso in letteratura l'orrore di quel periodo storico che non dobbiamo dimenticare. Mi sono sentita meno coinvolta nel finale che trovo troppo conciso rispetto alla prima parte. Mi aspettavo di sapere qualcosa di più del cammino che aveva fatto Alda in quegli anni. Naturalmente sono impressioni personali che nulla tolgono alla bellezza del racconto. Segnala il commento

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Daniela.A. ha votato il racconto

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PiaciutoSegnala il commento

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Ernest ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Simonetta Gallucci ha votato il racconto

Esordiente
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Graziano ha votato il racconto

Esordiente
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Fantofab ha votato il racconto

Esordiente

Gran bel racconto, di spessore. Ti fa toccare l'atmosfera di quei tempi e capisci l'importanza dell'invenzione letteraria che scova quei particolari che la storia non può restituire. Grazie! Segnala il commento

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SteCo15 ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Ondina per il commento alla storia e al finale, un po' tronco. Complimenti per il meritato passaggio di stato di cui apprendo solo ora. ;)Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

La prima metà è eccellente. La seconda metà a mio modesto parere mette a fuoco soltanto il protagonista maschile della storia d'amore narrata, dimenticando completamente la protagonista femminile (che ricompare soltanto nel finale).Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Valentinacomesai ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Gran bel racconto, un pezzo di storia in cui s’intreccia la vicenda d’amore, una ricchezza di dettagli adeguati all’epoca, mi ha colpito in particolare l’aver evidenziato il mozzicone di matita nell’orecchio di lui, una cosa che i commercianti usavano fare quando i conti si facevano ancora “a mano”. Non ho nulla da ridire sullo stile, è vero che abbondi in similitudini, aggettivi, ecc. ma lo fai con eleganza e ottima proprietà di linguaggio, quindi a me non disturba. L’unica cosa che mi ha lasciata un po’ perplessa è il finale che hai scelto, forse il più realistico ma il racconto avrebbe meritato più mordente in chiusura, ad esempio, Alda potrebbe essere stata accusata di cospirare contro il regime ( mi riferisco a quel dettaglio del volantino) e non esserci più, mentre lui viene messo al corrente degli accadimenti da qualcuno che lo riconosce. Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

Scrittore

Ho molto apprezzato questa tua perlustrazione nel romanzo storico. La scrittura è sempre eccellente, resto tuttavia dell’opinione che il noir sia il tuo terreno d’elezione. In ogni caso brava è molto utile testarsi anche fuori dalle proprie comfort zone.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Hai delle belle storie e scrivi sempre molto bene, qui però per il mio gusto personale, c’è una storia d’amore tiepida che a un certo punto si interrompe a: “Non avevano più nulla da dirsi.”Da questo momento entrambi vengono inghiottiti dagli eventi storici, lui parte e diventa un disertore, e lei? Dopo vent’anni sarebbe interessante sapere cosa è diventata lei. E cosa è rimasto di quel rapporto. Lui é diventato un avventuriero che ha fatto i soldi e lei solo una signora borghese? Il finale è forse inevitabile alla luce delle cose passate e attuali ma troppo pragmatico e dai due protagonisti, nel bene e nel male, non sento scaturire evoluzioni interiori intellettuali ed emozioni anche indipendentemente dalla loro storia. Detto questo il soggetto é ottimo e la scrittura fluida e dettagliata. Come sempre è solo un punto di vista personale. Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

Esordiente
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Concordo con Silvia, avrei omesso alcune spiegazioni. Tuttavia, trovo che il tuo stile inconfondibile, la tua capacità narrativa, l'innegabile talento, compensino quelle minime sbavature. Il racconto è bellissimo, e dimostra un'evidente e costante crescita stilistica. Con una sola frase ("Se mangi troppo derubi la Patria”), hai rappresentato l'orrore di un periodo storico, di un regime. E questo è qualcosa che riesce solo a chi ha la scrittura nell'anima, nel sangue, nelle ossaSegnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

bello síSegnala il commento

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Graograman ha votato il racconto

Scrittore

Il racconto è bello. Alcuni punti andrebbero asciugati. Stilisticamente c'è un eccesso di "ma", "a volte"... e la presenza di aggettivi soffoca la prima parte. Il finale manca di originalità. Segnala il commento

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Danilo Gori ha votato il racconto

Esordiente
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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

La storia scorre lieve e malinconica su un fondale storico non invadente e credibile. Confermi le tue doti di narratore che sa coinvolgere Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello.Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

Esordiente
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Messina Giuseppe ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un racconto molto bello, molto concluso. Un pezzo si storia. Per mio gusto, sai che te lo dico con affetto e confidenza, avrei omesso alcune spiegazioni, quello che il lettore può da solo evincere dal testo. Ma è appunto un mio gusto, e non è detto che sia giusto.Segnala il commento

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Silvia dall'Acqua ha votato il racconto

Esordiente

Davvero un bel racconto. Complimenti. Avevo sperato nel lieto fine. Segnala il commento

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. ha votato il racconto

Esordiente

Sublime capolavoro poetico in prosa Segnala il commento

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di RoCarver

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