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Narrativa

Campanelli

Pubblicato il 18/01/2020

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Mi divertivo da ragazzina, verso i dieci, undici anni a suonare i campanelli dei portoni.

Non ero mai sola, no, perché la regola era che bisognava essere minimo in due, solo così potevamo vantarci, dopo, oppure subire in silenzio le prese in giro dei compagni.

Loro invece erano in molti, se ne stavano sempre lì, lucidi, schierati lungo quel marciapiede dritto e senza inciampi, non c’erano auto parcheggiate allora, non c’era quasi niente, solo il silenzio delle tredici e trenta e l’odore di minestrone che usciva da qualche finestra accostata al piano terreno.

Così, non appena la strada curvava a gomito, e della scuola si vedeva solo il grande pino del giardino, io, Mario e il Micheli, quello di quarta B, ci guardavamo negli occhi e senza neanche una parola cominciavamo a correre su quel rettilineo d’asfalto, con la mano sinistra già spalancata nell’aria e le cartelle che ci colpivano forte sulle spalle, noi però sentivamo solo l’aria sul viso e il cuore che ci scoppiava dentro.

Colpivamo a raffica, tutte le pulsantiere che incontravamo, a volte sotto i polpastrelli percepivamo i piccoli bottoni che rientravano veloci alla nostra pressione, a volte solo il bruciore di una manata data con troppa violenza sul metallo.

In mezzo a quei tre o quattro palazzi, c’era anche una casa solitaria, una specie di palazzina tutta bianca che si affacciava direttamente sulla strada, con il portone d’ingresso arrampicato su tre gradini e a fianco, incastrato nel muro, il campanello, uno solo, di ottone rotondo e durissimo da premere.

Chi riusciva a suonare quello sarebbe stato il campione della settimana.

Quel giorno di maggio arrivammo di volata davanti alla casa bianca, l’affanno ci spezzava le risate dentro la gola; era il mio turno, lo sapevo e dovevo farcela a tutti i costi, avevo già fallito più volte davanti a quel bottone dorato, ora dovevo solo salire quei tre gradini.

Ero lì che mi allungavo sulle punte dei piedi con il braccio proteso il più possibile, quando il portone si aprì all’improvviso e due mani grandi mi presero per le spalle e mi tirarono dentro. Sentii i miei compagni fuggire gridando.

Allora sei tu che suoni il campanello e scappi, fatti un po’ vedere, ah… ma sei una bambina.

Ricordo ancora il morso della paura che si era aggrappato a qualcosa dentro la pancia e si mangiava tutto il mio corpo fino a raggiungere le tempie, pensai che sarei morta di lì a poco e cominciai a piagnucolare qualcosa per scusarmi. L’uomo allora allentò la stretta e fu in quel momento che dei suoni strani, come il guaito di un cane ci investirono.

Vieni, mi disse, ti faccio conoscere mia figlia, è una bambina come te, e mi spinse con delicatezza verso una stanza senza porta.

Lì, appoggiata sopra un lettino, quasi senza toccarlo, c’era la bambina.

Le sue gambe erano due rametti di legno che potevano essere spezzati da un momento all’altro, la sua testa, enorme e senza collo, era sorretta da una specie di scatola di plastica che conteneva anche il resto di un corpicino arrotolato su se stesso, rannicchiato e immobile, i suoi occhi enormi e la sua bocca, al contrario spalancati, si muovevano, ma parevano andare ognuno per conto proprio.

Ecco, questa è mia figlia, si chiama Marina, la vedi? Ogni volta che tu e i tuoi amici suonate il campanello lei si spaventa, piange e per calmarla occorre molto, molto tempo perché lei non capisce, non conosce i vostri giochi. Ti chiedo, per favore, di non farlo più, ti prego, trovatevi un altro divertimento, lasciateci in pace.

Ascoltavo la voce di questo sconosciuto, era lenta e gentile, guardavo la sua bocca che pareva quasi sorridermi, mentre lo sguardo, quello era così triste, che tutta la mia paura si trasformò in qualcosa di peggio; all’improvviso mi sentii avvampare le guance, la vergogna mi stava schiacciando contro il muro di quella stanza, così come sua figlia stava schiacciata dentro la scatola, in quel lettino minuscolo.

La luce della strada pochi minuti dopo mi sembrò quella di mille lampadine accese e l’aria quella tagliente, gelida, di gennaio.

L’idea l’avevo avuta io, non potevo prendermela con nessuno, ero io che avevo proposto quel gioco, ero io che avevo convinto i miei compagni a farlo, ero io che volevo suonare a tutti costi quel campanello rotondo.

Ero io, adesso, che mi sarei portata dentro il peso delle mani trasparenti di Marina, che un campanello non l’avevano mai toccato.

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annalisaesse ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Mi è piaciuto molto. Scrittura asciutta ed efficace Segnala il commento

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esteban espiga ha votato il racconto

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gli inquilini che aprono porte e afferrano ragazzini sono kinghiani, ma ti smarchi in fretta con una giravolta originale e uno stile secco.Segnala il commento

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Rigel ha votato il racconto

Esordiente

bello,mi ha ricordato "Il buio oltre la siepe"Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Bello bello: triste, tragico e sobrio, ma luminiso, al contempo, e scritto bene, senza smancerie né indulgenze di alcun genere. Segnala il commento

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RoCarver ha votato il racconto

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E' commovente senza cadere nello stucchevole o nel buonismo, bellissimo. Mi si è stretto il cuore leggendo, complimenti! Segnala il commento

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Philostrato ha votato il racconto

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Tommaso Bolognesi ha votato il racconto

Esordiente

Molto dolceSegnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Roberta ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Bello, bello, bello. Pieno di sentimento e verità. Una verità più profonda del superficiale buonismo. Rivedrei un po' la punteggiatura.Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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CommoventeSegnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

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bauSegnala il commento

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di Nina2009

Esordiente
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