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Narrativa

Campioni lontani

Pubblicato il 15/01/2019

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Il ragazzo stupiva tutti. Dribbling, doppi passi, tunnel. La palla sempre incollata al piede. Nei filmati lo si vedeva saltare avversari come birilli, segnare gol bellissimi e far innamorare i tifosi, anche quelli delle altre squadre. Gli osservatori non avevano dubbi: era destinato a diventare un fenomeno, nonostante avesse solo 18 anni e fosse alla sua prima vera stagione da professionista. La Grande Squadra aveva speso parecchi soldi per acquistarlo. Quando era arrivato in aeroporto, con il suo taglio di capelli un po’ fuori moda e con indosso un vestito di due taglie più grandi, faceva quasi tenerezza. Del resto, era un ragazzo poverissimo che arrivava da un paese poverissimo: non gli si chiedeva di essere elegante, ma di far vincere alla Grande Squadra più titoli possibili. Era la scommessa della stagione e tutti si aspettavano molto da lui. Ma man mano che le settimane passavano il suo talento sembrava scemare. Qualche bella giocata, qualche buon passaggio, ma niente di più. Dopo sei mesi non aveva segnato neppure un gol e in molti cominciavano a chiedersi se fosse stato davvero un buon affare. Tra i critici più duri c’era un giornalista che lo stroncava ogni domenica. Impossibile che uno del genere continuasse a giocare per la Grande Squadra, scriveva: era troppo scarso.

Ha solo bisogno di un po’ di tempo, dicevano alcuni tifosi.

Il giornalista sbuffava, quando sentiva quei discorsi. Poi scoprì (negli anni ‘60 non c’era ancora Internet) che il ragazzo veniva dallo stesso paese di altre due meteore, descritte come campioni, ma che fallirono miseramente una volta arrivate nel Grande Calcio.

Curioso, pensò.

Tre presunti fenomeni acquistati negli ultimi quindici anni che si erano rivelati tre brocchi. Decise di approfondire la questione: prese un biglietto aereo e si recò personalmente nel paese del ragazzo. Parlò con tifosi, allenatori e dirigenti. C’era chi diceva che fosse colpa del mister, che non lo faceva giocare nella sua posizione preferita, e chi diceva che fosse colpa della società, che non lo tutelava abbastanza dalle malelingue della stampa. I dubbi del giornalista aumentavano, anziché diminuire. Tutti sembravano sicuri delle qualità del ragazzo. Troppo sicuri. Si convinse che c’era sotto qualcosa e cominciò ad indagare sulle finanze della società che lo aveva fatto esordire in prima squadra. Scoprì che la somma ricevuta per la sua cessione non compariva nei bilanci ufficiali, ma che era stata trasferita su un conto intestato a un prestanome. Sullo stesso conto, scoprì in seguito, erano stati versati i soldi arrivati dalle cessioni degli altri due giocatori nati in quello stesso paese. Tre presunti fenomeni acquistati negli ultimi quindici anni. Un fiume di soldi su un conto privato. Una truffa colossale. Ma a beneficio di chi? Cominciò a fare domande in giro. Voleva scoprire a chi appartenesse davvero quel conto. Nessuno sapeva. Nessuno rispondeva. Tifosi, allenatori e dirigenti avevano perso la voglia di parlare. Il suo taccuino era pieno di indizi e di punti interrogativi.

Una sera, mentre era seduto nella hall del suo albergo, lo raggiunse un uomo anziano che si presentò come il sindaco della città.

“So che sta indagando sulla cessione del nostro fenomeno.”

“Quel ragazzo non è un fenomeno.”

Il sindaco abbassò gli occhi per un momento, poi tornò a fissarlo.

“No. Non lo è.”

Il giornalista rimase in silenzio.

“Non lo è mai stato. E non lo sarà mai. Ma noi avevamo bisogno di quei soldi.”

“Noi chi?” chiese il giornalista.

Il sindaco sorrise.

“I suoi concittadini. Ha visto il nostro nuovo ospedale?”

Il giornalista disse che lo aveva visto, arrivando in città. In mezzo alle case basse e ai palazzi malmessi, era difficile non notare una costruzione così nuova e moderna.

“Dieci anni fa abbiamo costruito una scuola. E tra qualche anno avremo una strada asfaltata che collegherà la nostra città alla capitale.”

Il giornalista non capiva.

“Il ragazzo non è un fenomeno. Non lo erano neanche gli altri due. Ma con i soldi delle loro cessioni ci siamo potuti permettere tutte queste cose.”

Il sindaco sospirò.

“Il nostro è un paese povero. Abbiamo solo un po’ di terra e tanti bambini con la passione del pallone. Quando uno di loro diventa abbastanza bravo, facciamo in modo che diventi un fenomeno e lo vendiamo.”

“Quindi le partite…”

“Le partite sono truccate. I difensori non difendono, i portieri non parano e i tifosi… i tifosi capiscono. È per il bene comune.”

Nella stanza scese il silenzio. Il sindaco lo fissò.

“Può fare lo scoop dell’anno. Il paese dei finti fenomeni. Lo scriverà sul suo giornale?”

Il giornalista fissò il suo taccuino, poi il volto del sindaco.

“No, non lo scriverò.”

Si salutarono. Il giornalista riprese l’aereo, tornò nel suo paese e riprese a commentare le partite della Grande Squadra. E quando gli chiedevano un opinione su quel ragazzo, che doveva essere un fenomeno, ma che non lo era, rispondeva sempre:

“Ha solo bisogno di un po’ di tempo.”

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