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Narrativa

CANNOLICCHI

Pubblicato il 24/08/2021

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38 Voti

Ho avuto dalla vita molto più di quanto meritavo, di sicuro più di quanto mi aspettavo, asserisce mia madre mentre sfioro le altre auto parcheggiate lungo il viale alberato che porta al mare. Mi guardo bene dal contraddirla.

Sono pini marittimi giganteschi che credo di conoscere uno a uno, e che la mia mania del controllo teme di veder cadere sotto i colpi di una di quelle tempeste da disaster movie, che danno in televisione in terza o quarta serata. Se accadesse chiederei scusa per averlo previsto e non aver fatto nulla per limitare i danni.

Mamma è regina del giudizio, roccaforte di saggezza, vicina al pensiero di un quotidiano liberista tanto da poterne essere direttrice honoris causa.

«Se anche ho avuto parecchio, non è detto che non abbia lavorato per questo», provo a chiudere la conversazione scivolata, mio malgrado, verso l’obiettivo di farmi sentire una nullità.

«Ne sei sicuro?».


No, non molla l’osso. Accidenti a me che volevo riempire il silenzio dell’ora scarsa di strada, senza tirar fuori i filosofi della scuola di Alessandria. Davanti alla mia stupidità mamma deve sentirsi sola come Ipazia a fronteggiare i nuovi credenti, feroci come primitivi.

Se s’intravede la spiaggia e il cancello di casa sono salvo.

«Ho visto tanti arrabattarsi più di te. Prendi il figlio della Giuliana, quella scema del terzo piano: si è pure laureato, lui – quel lui ha una pesantezza diversa nel fraseggio, se sapessi di musica conoscerei il segno corrispondente sullo spartito –, eppure fa il bancario e non si lamenta».

Avanziamo scricchiolando sugli aghi secchi, abbasso il finestrino per respirare l’aria che manca nella capsula dell’auto nuova, perfetta. L’odore del mare prova a intromettersi, poi si ritrae impaurito dall’indifferenza alla mia gentilezza che ingombra l’interno. E Giuliana l’ha sempre disprezzata, col suo plebeo terzo piano: le serve per dimostrare la mia pochezza.


Da bambino passavo tra le auto parcheggiate, vuote dell’allegria montata per chilometri tra bagagli e canzoni, scivolata verso la spiaggia. Le sentivo scricchiolare mentre rimettevano il calore del motore, piccoli rumori secchi, innaturali, e quel lieve odore di benzina di cui dovevano sapere. Mi piacevano tutte quante, anche quelle ammaccate. Erano parte del panorama della vacanza, dell’aria tiepida della mattina, della spiaggia che si apriva davanti a noi e di me che correvo verso l’ombrellone che papà aveva già piantato. Era lui il nostro bagnino. Usciva prestissimo, quando io dormivo, per andare a tirar fuori i cannolicchi con un’asta che si era fatto fare dal fabbro. “I cannolicchi si pescano o si estraggono?” Più tardi, mentre m’improvvisavo ingegnere di secchielli e architetto di palette, e mia sorella correva dalle amiche alla baracca, lui tornava a casa a pulirli. Era la scusa per passare il tempo seduto in giardino, l’Unità in mano, a fumare una sigaretta dietro l’altra, lontano da noi tre. A ricaricarsi da noi, che aveva già portato fin qua. Era uno dei doveri che assolveva con diligenza, e non comprendeva la condivisione del suo tempo, o leggere il Corriere della Sera, come avrebbe voluto mamma


«Dicevo solo che le condizioni sono ben diverse da quelle di prima della pandemia».

«E io dicevo che dovresti essere solo che contento di aver ancora un lavoro».

Ah, se è per quello sono contento. È il resto che manca”, ma non lo dico. Lo penso da così tanto tempo che credo di averlo sottoscritto in un patto che non ho letto prima di firmare. A guardar bene cos’ho? Ho un lavoro che non mi piace, nient’altro. Così mi ritrovo a scusarmi cento volte per ogni cosa che mi sfugge di mano o che faccio male. Ho orrore di me maldestro.

«Perché cosa c’è che non va in ditta?».

«Nulla, le solite cose: sai com’è fatto zio».


Papà lo rivedevo ai pasti dove io me ne uscivo con qualcuna delle mie teorie per impressionarlo: l’acqua appena messa in frigo era più fredda sul bordo del bicchiere. Lui diceva che era impossibile, e citava la sua amata scienza, mia madre scuoteva la testa, ma io che ci versavo l’Idrolitina ne ero certo: sui bordi era più fresca. Poi se la lasciavi freddare diventava tutta uguale, ma prima no. Mio padre insisteva che l’acqua non ha bordi, «E il bicchiere allora?», «Il bicchiere non conta, è una superficie troppo piccola per notare differenze!». Mia sorella non alzava la testa dal diario segreto che riempiva davanti ai genitori, tanto non faceva nulla di scandaloso. Pensieri così poco eccitanti, da averlo letto di nascosto una volta, poi mai più.


«E tu non crucciarti, lascia perdere. Impara una buona volta a prendere la vita con più filosofia». Ipse dixit, mi trattengo dallo scusarmi per aver introdotto l’argomento.

Davanti casa scendo per aprire il cancello che non abbiamo mai automatizzato: «Per due volte che vieni…», dice mamma. Neppure mia sorella e la sua famiglia sono una scusa sufficiente per abbandonarsi a quest’orgia di tecnologia: troppi bambini. Lei, il marito e il loro gruppo confessionale non credono nel controllo delle nascite, e mamma non li vuole intorno: «Se l’invito una volta poi si sentono in dovere di tornare», e sembra la frase di un film. La difficoltà d’accesso del Van spera sia sufficiente a tenerli lontani. Giorgiana non se ne lamenta e mi stampa in faccia il suo sorriso ebete. Quando le dico che senza reagire sembra idiota, lei risponde che io, col mio chiedere scusa, di più.


Infine le apro la portiera e la lascio scendere. Con lei fuoriescono tutte le nuvolaglie e domani porterò l’auto da un esorcista per tirar fuori il rancore che deve essersi cacciato tra le cuciture dei sedili. Si alza, ma della fatica ma non fa parola. Resta qualche istante immobile mentre ricompone la pieghe della gonna e saggia il suolo con la punta del bastone, senza produrre alcun incantesimo: di Tata Matilda ha solo il ghigno. Poi avanza e prende possesso della casa. Vi trasferisce i suoi cirri e lascia che si riapproprino di ogni angolo. La sua casa, quella davvero sua, non quella che le ha dato il marito, quella che le arriva dai Margalli, la riconosce e l’accoglie come padrona. Solo lei. Sarà stato per questo che noi Cremona stavamo sempre fuori: papà in giardino, io in spiaggia, Giorgiana alla baracca con le amiche, tutte portatrici sane di pruderie, che passavano il tempo a catalogare i maschi in gradi diversi di immondi pervertiti.

Fu là che a quattordici anni detti il mio primo bacio, a Marisa, una che il circolo virtuoso di mia sorella lo sfiorava solo per comperare un ghiacciolo. Una sera delle tante passate a scodinzolarle dietro, si fece seguire sul retro e si fece baciare del bacio più lungo che la falsa memoria del tempo riesce a ricordare, mentre il mare restava invischiato nella musica ad alto volume, nelle grida di chi celebrava la libertà, nel triste scartare rotondo di cornetti pubblicizzati. La mano scattò istintiva a cercarle la pelle, ma lei mi spinse via. «Soddisfatto?», mi chiese. “Certo che lo ero”. E poi scomparve lasciandomi a pensare di aver combinato un casino. Aveva svezzato il cucciolo pulcioso, se l’avessi rivista avrei finito per chiederle scusa.


È mentre scarico la mia sacca dall’auto, che con una ventata di odore di mare arriva la voce, che impone una risposta:

«Sei Riccardo?». Mi giro, perché lo sono.

«Tu saresti?».

«Accidenti che accoglienza – fa una pausa e vedo che si guarda intorno –. Sono Marisa. Ricordi?». Marisa. Certo che ricordo, penso a te ogni volta che varco questo cancello, stavolta come se ti avessi sentita arrivare. Scaricavo questa sacca che al massimo dentro avrà un cambio e un paio di costumi. Non mi fermo così tanto, devo tornare al lavoro. E poi non è che penso a te solo quando vengo qui, ti penso anche al lavoro, a casa. E mi dispiace, scusa tanto se non ti faccio entrare, ma mia madre odia le visite e poi è appena arrivata e magari è pure stanca. Sai, qui siam tutti chiusi nel nostro guscio.

«Marisa? No, non ricordo», faccia da poker.

«Oh mamma! Allora a baciare son proprio una frana», prova a fare la spiritosa.

«Guarda che ti sbagli con mio fratello: io sono Luigi. Riccardo viene domani».

«Mai saputo che Riccardo avesse un fratello. Scusami allora. Salutamelo, quando arriva».

«Mi ricordi come ti chiami?».

«Marisa, è facile. Spero che lui non abbia la memoria corta come te». Poi, sorridendo, se ne va.


«Chi era quella al cancello?», chiede appena rientro in casa.

«Una, non so. Cercava un certo Luigi. Dev’essersi sbagliata». Mia madre scuote la testa dopo avermi guardato mentire. Lo sa che ho mentito. Forse il mio corpo emana un odore diverso. O è la postura a tradirmi. Per un momento resto in attesa della punizione, dimenticandomi che questo accadeva trent’anni fa, poi proseguo fino in camera, mentre cerco di convincermi che mentire è stata la cosa migliore: non avrei saputo spiegarle perché sono diventato un tale fallito. Ricco ma fallito: uno che va a Ibiza a giugno. Non avrei saputo dirle perché non ho una donna. Sarebbe stato umiliante espormi. Avrei chiesto scusa per quello che sono.

Dal basso arriva la voce di mia madre:

«Che fai? Scendi? La donna ci ha lasciato qualcosa per cena. O pensi ancora a tuo zio?».

Potrei non scendere, o meglio potrei scendere per correrle dietro, non può essere così lontana, ritrovarla. “Ehi, ho solo scherzato!”, la vita è fatta anche di qualche gioco. Chiederle come sta, cosa fa, che motivo ha di ricordarsi di me e raccontarle che l’ho usata come metro di paragone per ogni donna che ho avuto, profumo annusato, labbra, corpo abbracciato, anche se il suo lo avevo appena sfiorato. Dirle che sono qui e che la mia non è la curiosità di uno stalker, “So stare al mio posto, io”, anche se magari è sposata. Però sono felice di rivederla dopo che l’avevo trovata su Facebook e non le avevo chiesto l’amicizia.

Potrei.

«Cos’ha lasciato la donna?»

«Che vuoi che abbia lasciato: formaggi e affettati», e invece mi siedo composto a tavola a cenare con mia madre, mentendo mentre giuro che poi uscirò a cercarla, “Marisa”.

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NicolaDimo ha votato il racconto

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Emil M. ha votato il racconto

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IGNOMINIA ha votato il racconto

Esordiente

WOW... bellissimo racconto. Così amaro quel finale, la negazione di sè stesso. Questa madre arpia, questa matrona potente, che tutto può sul povero Riccardo, evirato da tempo immemorabile. NO wonder he hides from Marisa. Ma la parte più bella è il mare. Le sensazioni che porti a galla, queste osservazioni profonde che hai estrapolato mi immagino, in quelle lunghe ore di inedia in spiaggia. Vorrei tanto anche io potermi sedere su una sdraio all'ombra con la giornata davanti a guardare e pensare. Il rumore degli aghi di pino, il cliccare del raffreddìo dei motori, la visualizzazione del mood di felicità nel venire al mare. Il padre che si rifugia dalla famiglia, mi sembra di toccare l'aria che lo circonda. Solo la parola Cannolicchi dice milioni di cose prima ancora di iniziare a leggere. Mmmmmm bello. Segnala il commento

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Chiara Pesenti ha votato il racconto

Esordiente

Bello.Mi ha fatto sentire tutta la malinconia e il rimpianto di un uomo che non riesce ad amare sé stesso. Bei personaggi, lui e la madre anaffettiva e, il terzo, Marisa, che potrebbe essere l'occasione per rompere quel legame asfissiante, ma non ne è consapevole.Segnala il commento

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LauraFr ha votato il racconto

Esordiente

Complimenti, avrei voluto che continuasseSegnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Bello, ben congegnato, un’amalgama che gestisci a meraviglia, e gli sfondi non sono da meno dell’elemento portante, il rapporto madre/figlio. Titolo appropriato, se possibile il tuo migliore, senza nulla togliere agli altri.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente

splendidoSegnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

È proprio bello, malinconico e ricco di dettagli, dialoghi che scivolano via come il mare che in lontananza sembra scandire il tempo. BravissimoSegnala il commento

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[K] ha votato il racconto

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Sirio Nalcas ha votato il racconto

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Vittoria Abbo ha votato il racconto

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Antonella Avolio ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Ti leggo e penso a Pupi Avati, peraltro uno dei miei preferiti. Ci vedo un Haber, o un delle Piane Riesci a entrare, dapprima in punta di piedi l'intensità Sono ritratti assoluti, i tuoi. Segnala il commento

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Antonietta Cocco ha votato il racconto

Esordiente

Bel racconto, poetico a tratti.Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Un "Bildungsroman" in miniatura, declinato in salsa contemporanea, con grande delicatezza e capacità di scrittura. Segnala il commento

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Geco Dorato ha votato il racconto

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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GAP ha votato il racconto

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Piaciuto.Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

Esordiente

Un bellissimo racconto Giampiero. è malinconico, poetico, i rapporti difficile e mi piace molto il rincorrersi dei ricordi. Scritto sempre molto bene. Il passaggio che ho preferito personalmente è quello del padre e dell'acqua fredda. Davvero bello. Segnala il commento

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Frato ha votato il racconto

Esordiente

Bel racconto, Giampiero. Mette un po' tristezza. C'è da sperare che si faccia vivo con la Marisa, eh chè diamine. Ciao,Roberto.Segnala il commento

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Graziano ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo raccontoSegnala il commento

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Franco Battaglia ha votato il racconto

Esordiente

Non mi aveva convinto.. ma quella "falsa memoria del tempo" rimane folgore incredibile e traina bellezza anche per tutto il resto.. Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Il giusto mix di poesia e narrativa. Notevole.Segnala il commento

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Christina Carol ha votato il racconto

Esordiente

Un racconto scrittomagistralmente. Praticamente perfetto. Lo schema madre padre frstello sorella mi ha ricordato lo zoo di vetro. Ripeto bravissimo. Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Ti ho detto in più occasioni quanto apprezzi i tuoi racconti. Confermo i complimenti per quest'ultimo del quale non cambierei nulla. proprio belloSegnala il commento

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

il ritornello delle scuse serve a farmi salire una montagna di tristezza, ma poco per volta. se l'hai chiamato Cannolicchi sarà un suggerimento? cioè: deve trovarsi un surrogato dei cannolicchi per godersi il suo tempo e il giardino, e smettere di sentirsi solo un figlio e un fallito..?Segnala il commento

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Imago ha votato il racconto

Esordiente
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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

E questa sarebbe la comunità di chi non sa scrivere? Al diavolo gli scrittori falliti che si trasformano in pseudo critici. Questa è Letteratura. Segnala il commento

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Alma R. ha votato il racconto

Esordiente
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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Ma quanto sei bravo, Giampiero! Diobonino come mi piace leggerti! Devo dire che sono stata un po' perplessa all'inizio, ho dovuto leggere più volte la prima frase e ancora non mi torna tanto la costruzione. Ma superata quella ... non è un racconto bello, è un capolavoro.Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

Esordiente

Più che "Cannolicchi", avrei intitolato il testo: "Mamma!". Lettura scorrevole.Segnala il commento

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azzurro_90 ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Sposo il commento di Doktor. I rapporti famigliari non sono temi semplici ma tu riesci a descriverne le dinamiche con leggerezza senza scadere nel ridurli a macchiette, tantomeno a semplificarne le sfumature o facendoli scadere nel volgare. Complimenti!Segnala il commento

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

I pini marittimi sono per me casa e nostalgia dell'infanzia, dove crebbi!Segnala il commento

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Laura Camposeo ha votato il racconto

Esordiente
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doktor ha votato il racconto

Scrittore

semplicemente perfetto. Una piccola meraviglia (piccola solo perché è breve).Segnala il commento

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di Giampiero Pancini

Scrittore
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