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Narrativa

Canto popolare

Di Adriana Giotti - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 05/01/2021

Riscrittura di "Fasci di fragrante origano". Il futuro mi terrorizza, il presente mi angoscia. Io suggo dal passato il sapore della vita.

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Trascorrevamo l’estate e parte dell’autunno nella casa di campagna. 

Il tempo scivolava in fretta sui fianchi della collina adagiata ai piedi del monte Renna. 

La domenica mattina mio padre usciva all’alba, scalava il versante occidentale della montagna e tornava all’ora di pranzo, carico di fasci di origano. Adagiava sul tavolo del porticato u rienu, divideva i mazzi in mannelli di varie dimensioni, da regalare a parenti, vicini e colleghi. Li fasciava con lo spago e li appendeva a essiccare capovolti, sui rami dell’ulivo davanti casa. Quando le spighe si disseccavano, scioglieva i nodi, adagiava i fasci sul tavolo e li strofinava con vigore tra i palmi delle mani. Una pioggia di fiori e foglioline sminuzzate si ammonticchiava sul tavolo e preannunciava deliziosi pasti a base di pane “cunzato”. A Giacalone i mastri fornai vendevano solo pane di segale di grano duro proveniente dai mulini del Simeto. L’impasto era lavorato a mano con l’acqua che scorreva dalle sorgive di Pioppo, sino a ottenere un composto liscio e morbido. Dopo otto ore di lievitazione, le pezzature erano modellate a forma di pagnotte tonde e filoni, spennellati con acqua e cosparsi di sesamo. I pani erano posti su tavole di legno e lasciati a lievitare all’aria. Quando il volume raddoppiava, erano cotti nei forni a legna che rendevano la crosta scura e croccante, con un cuore di soffice mollica. Pagnotte e filoni “riposavano” per qualche minuto dentro grosse ceste di giunco per riequilibrare la temperatura. Ancora caldi erano conditi con pomodoro, acciughe e formaggio, olio, pepe e un pizzico di origano che esaltava tutti i sapori.

Dopo la pioggia, mio padre andava a raccolta di lumache. Indossava stivali di gomma, una tuta da meccanico e un basco blu, da cui non si separava mai. Da una corda incrociata sulle spalle pendevano due panieri foderati di foglie di fico e cosparsi di sale, per costringere le chiocciole a rientrare nei loro gusci e a rinunciare a ogni tentativo di fuga.

Mia madre separava i crastuna - le chiocciole dalla carne scura e polputa, e il guscio di un co-lore che varia dal nocciola al marrone -, dai babbaluci - le lumachine dalla carne tenera e il guscio piccolo e bianco, il cui nome deriva dall’arabo babuch, le babbucce in tessuto o pelle con la punta arricciata verso l’alto. Per eliminare il sapore selvatico delle lumache, le deponeva dentro un contenitore di plastica, cosparso di pan grattato, e le copriva con un colapasta, che consentiva il passaggio dell’aria ma impediva le fughe. Su quella prigione bavosa e sovraffollata era necessario mettere dei pesi, per evitare che le bestiole si sparpagliassero per casa. Mia madre usava due mattoni di marmo o una pentola colma d’acqua per coprire il contenitore. Di tanto in tanto, lo scuoteva, aggiungeva del pan grattato ed eliminava le lumache morte. Una sera aveva dimenticato di rimettere i pesi sul colapasta. La mattina successiva la casa era invasa di lumache. Avevamo faticato un bel po’ a recuperare i fuggitivi, ma a rendere meno noiosa la cattura era la voce di mio padre che, per contenere la rabbia, spandeva un canto della tradizione popolare:

Viri che dannu ca fannu i babbaluci, 

ca cu li corna ammuttanu i balati 

su nn’era lestu a jittaricci ‘na vuci 

viri cchi dannu ca fannu i babbaluci”.*

Il terzo giorno le lumache finivano dentro il colapasta. Un lungo getto d’acqua fredda le liberava dai residui di pan grattato e dagli escrementi. Dopo la spurgatura, mia madre le cucinava con un sughetto di pomodoro fresco, olio, aglio, peperoncino e prezzemolo. Alla sagra familiare dei babbaluci erano invitati tutti i vicini di casa. Gli adulti praticavano un piccolo foro nel guscio con gli spiedini di metallo o con il rebbio ripiegato di una vecchia forchetta, poi con un sonoro risucchio aspiravano i teneri molluschi. Noi bambini usavamo uno stuzzicadenti, ma ci rifiutavamo di mangiare i “crastuna”. A nulla valevano i rimbrotti di mio padre che guardava con disappunto i piatti dei vicini colmi di una leccornia che i figli disdegnavano, e che nei ristoranti francisi avrebbero pagato a caro prezzo.

Il 1° ottobre riaprivano le scuole, e per noi bambini iniziava il conto alla rovescia del temuto rientro in città. Vivevamo gli ultimi giorni di vacanza con l’ansia di chi è in attesa di un verdetto. Sembravamo profughi cui è negata la scelta, e la nostalgia ci avvinghiava ancor prima di lasciare la collina. L’inverno a Giacalone aveva fretta di arrivare. A fine ottobre i venti si schiantavano contro Monte Cuccio. L’urto sulla roccia li freddava, precipitavano sulla collina e l’avvolgevano in una nebbia fitta. Il gelo ci sfrattava, ed era tempo di tornare a vicolo Baiamonte.


Dedicato a mio padre.


* Vedi che danni fanno le lumache, che con le corna spostano le pietre,

se non ero lesto a richiamarle, vedi che danni fanno le lumache”.   

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Invade, pervade. Emerge forte la passione per la tua terra, per la scrittura, che maneggi a tuo piacimento e per il nostro. Segnala il commento

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Scrittore

Un grande atto di amore per la tua terra e le sue tradizioni, di cui ci riporti annotazioni preziose, precise, minuziose, come trascritte da un blocco per appunti. Ma la nostra mente, si sa, è lo strumento che penetra più a fondo l'anima delle cose. BravaSegnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

Esordiente

Grande Adriana. GrazieSegnala il commento

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[K] ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

Piaciuto. Molto bello.Segnala il commento

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Paolo Basso ha votato il racconto

Scrittore

Atmosfera avvolgente Adriana, mi ricorda lo sguardo sulla civiltà contadina di Ermanno Olmi, posto ad altre latitudini.Segnala il commento

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Molto bello.Segnala il commento

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marina bartolini ha votato il racconto

Esordiente

Un bel viaggio nel passato. Ho ritrovato alcuni miei ricordi . Lo trovo scorrevole e ho anche imparato qualcosa in fato di etimologia. Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Rispetto alla prima versione risulta arricchito di profumi e di sapori, nonché di intermezzi dialettali che “spezzano” piacevolmente la narrazione. Se posso, Adriana, io vedrei bene invertiti i due periodi iniziali. Trovo che “Il tempo scivolava, ecc.” sia una frase di ampio respiro che ben potrebbe introdurre il racconto. Piaciutissimo, la tua scrittura è ineccepibile e avvolgente, ho apprezzato in particolare modo il finale, con la visione dei venti che si schiantano sul monte. Segnala il commento

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Cinzia M. ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Andrea Trofino ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

Scrittore

Ma il pane era proprio quello?Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Esordiente

è tutto un frusciare e profumare! quel canto, lo vorrei ascoltare. e poi babuch, le babbucce con la punta arricciata, che meraviglia.Segnala il commento

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MargheMesi ha votato il racconto

Esordiente

Travolgi il Lettore dentro il mondo che crei, Adriana. Non si può non vedere la realtà che parola dopo parola diventa viva, ed è come se i suoi personaggi, i tuoi personaggi, li conoscessimo da sempre. Un time-lapse dell'anima!Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Spero vada a far parte del libro che hai "nel cassetto"... Un piacere leggere cose così belle e scritte in tale maniera. Complimenti!Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente
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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Vorrei poterti aiutare, ma non riesco a trovarti una ‘debolezza’ in questo racconto che mi sembra ricco di vita e sapori delle tua infanzia e della tua meravigliosa terra. Devi trovare una più brava a leggere e commentarti. Però lo trovo assai bello. Si dice?🙄 Rimanga tra noi Segnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

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nadelwrites ha votato il racconto

Scrittore
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blu ha votato il racconto

Esordiente

bellissimo ... sin da subito 💙Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Un racconto bellissimo, odoroso d’estate e di erbe aromatiche, di cucine antiche e di campagne. Non so se mi preferire questa ambientazione o quella di vicolo Baiamonte: il tuo stile ineccepibile ci trasforma in spettatori, affascinati dal ritmo di questi spaccati di vita, come davanti alla proiezione di film del realismo italiano.Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Ma che meraviglia (e non mi riferisco alle povere escargots che ho sempre cercato di salvare dai voraci "buongustai")! Pur avvertendo un certo imbarazzo nei confronti dei cantori del passato (me stesso in primis), non ignorando come un tempo le campane delle chiese suonassero a distesa anche per segnalare la peste, nel sentir ricordare con tanta passione la ricchezza delle tradizioni e del focolare domestico, mi domando davvero se il prezzo del "progresso" non sia stato troppo alto. Bravissima.Segnala il commento

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Alchimista ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo il contrasto tra il racconto dell'estate, "caldo" in ogni suo termine, e l'ostilità del freddo inverno.Segnala il commento

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Curly hair in wonderland ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

Scrittore
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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

Una bella rievocazione di felici momenti legati alla propria infanzia, col solito impeccabile taglio stilistico che rende magistrale il raccontoSegnala il commento

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di Adriana Giotti

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