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Horror

Captain Beefheart

Di Howl
Pubblicato il 13/09/2020

36 Visualizzazioni
15 Voti

Lo sanno. È tutta scena.


Tornare dal regno dei morti è sopravvalutato. È come il risveglio dopo una forte sbronza. I ricordi sono ancora sfocati, così ti appigli a quello che, in questo momento, ti conserva ancora lucido: la sensazione di realtà nell’irreale, il concreto, il tattile, il carnale. Poi ci sono i rumori, gli spasmi nei respiri che sembrano inghiottirti, perché vai a conati giù nell’oscurità che ti riporta al mondo.


Ecco che parte il getto di palude che avevo nelle viscere, lo esplodo di fuori come una detonazione che impregna l’aria.

Boom!

Sangue e pallini di piombo.

Steso a faccia in giù, nel bagagliaio di una Plymouth del ’49, con le caviglie e i polsi legati. Mi affanno e sprofondo nel buio.

L’auto si muove: vibrazioni, un sobbalzo, poi, Ready Teddy di Buddy Holly sparata a tutto volume che è come un richiamo alla vita. Cerco di dimenarmi, ma posso solo dondolarmi e insozzarmi del mio stesso sangue. Dentro la mia testa, pesante come ferro, c’è una festa di cocainomani che strillano.


Lo sanno. È tutta scena. L’hanno già visto fare ai miei simili. I cacciatori dei mostri come me non si fanno trovare impreparati.

Questi non ti uccidono, oh no, ti tengono in vita per l’Arena. Certo, l’Arena… una favola nera che conosco sin da quando sono bambino. Mio padre dopo che ho fatto dieci anni, mi ha preso in disparte e con un sorriso lacero in volto mi ha raccontato tutto: chi sono, dove vado, qual è il mio scopo, come riconoscere i miei simili. Come evitare certe lune.

Mi ha raccontato dei cacciatori, di come vengono addestrati, di come il loro unico scopo di vita sia quello di cancellare la mia specie dalla faccia della terra. La parola esatta è estinzione. E poi mi ha detto anche che alcuni cacciatori sono più bastardi di altri: al loro credo religioso contrappongono la fede verso il Dio denaro.

Ti vengono a cercare, ti crivellano finché non muori. Poi ti portano a fare un giro fuori paese, nella terra dei Morlocchi dove ti scambiano con i verdoni.

Sentono il tuo odore, ti studiano per bene, aspettano anni in attesa di prove certe e inequivocabili ma prima o poi vengono a riscuotere.

Mentre i cacciatori onesti usano l’argento, i cacciatori bastardi amano il piombo. Con quello non muori.

Ti ritrovi dentro a un bagagliaio di un’auto in corsa.

Mio padre mi ha detto che ora che sapevo, dovevo imparare a difendermi. Mi ha detto anche di non farmi amici gli esseri umani, di non sentire il bisogno di essere integrato in un qualsiasi loro gruppo.

«Riconosci i tuoi simili e soprattutto cerca di non morire di fame.»


Se ti lascio a questa specie di dopo sbornia è ancora peggio, e poi di me, non c’è molto altro da raccontare. Steso in quel loculo, inizio a ricordare, prendo l’iniziativa e comincio da quella stessa sera: dove ho sbagliato? Perché non me ne sono accorto prima? Perché non mi sono fatto dei veri amici? Perché volevo a ogni costo assomigliargli? Il mio credo è sempre stato questo: l’isolamento è un premio.

Ma a scuola non sanno chi sono. A sedici anni sono tutti sonnambuli.

Dovevo cercare meglio e trovare qualcuno che fosse come me, qualcuno che non fosse solo massa corporea ma avesse anche dell’altro sotto. Un marchio.

In quel momento, quando Iris mi ha proposto di fare tappa con loro alla villa di Tancredi, dicendomi che ci sarebbe stata una festa in maschera, non ho saputo dire di no, nonostante la luna assassina di questo venerdì, prevista in alto, incastonata color cremisi al cielo notturno.

Questa fine di ottobre è nero catrame, ghiaccio per le strade e nebbia cinematografica…


«Captain Beefheart? In che film era?»

Se parto da qui è per inquadrare il degrado. La ragazza che prima mi ha chiesto da cosa ti sei vestito ora se ne esce con questa domanda, così inizio a parlarle senza alcun senso di Der Golem. Sforzo sul suo disagio perché, anche se sono un sedicenne nichilista da due soldi, e se ho più contraddizioni che brufoli, sfidare certi sguardi mi appaga. Ma sono un perdente e se sono qui è anche perché sento il bisogno di emergere dalla mia solitudine, di prendere fiato, perché dopo un po’ si rischia di annegarci dentro. La verità è che non mi sono travestito, ho solo messo su il meglio del kitsch che avevo in casa e sono uscito fuori.

A questa festa in maschera si balla sotto Enola Gay. Me ne sto ai margini a raccontarmela da solo, osservo la folla e vengo preso in mezzo due tre volte dal gruppo di amici con il quale sono arrivato alla villa.

«Ti diverti?» mi chiede Iris.

Non credo senta la mia risposta.


Questa con cui parlo ora è la ragazza che mi ha fermato per chiedermi da cosa mi ero vestito. Lei deve essere una specie di Biancaneve tagliata male.

Le sto chiedendo: «Hai mai visto Der Golem di Paul Wegener?»

«No… che roba è?» Risponde.

«È un film del 1920… il titolo completo è Der Golem, wie er in die Welt kam. In breve, è la storia di un rabbino che dà vita a una creatura d’argilla, il Golem, per proteggere il suo villaggio dal Pogrom che rappresenta la devastazione… le rivolte antisemite. Il Golem viene animato con questi rituali magici e risponde solo al padrone, ma la sua forza è enorme ed è difficile frenarla. Il Golem, poi, s’innamora e l’amore lo porta fuori controllo e, a questo punto, è proprio il ghetto che doveva proteggere a dargli la caccia. Devi sapere che questo Golem ha un pendaglio al centro, proprio qui dove sta il cuore, su cui è inciso il simbolo Aemaeth, che vuol dire verità. Il Golem difende quel pendaglio finché non incontra dei bambini inconsapevoli della sua forza.»

Mi fermo un attimo e mando giù l’ultimo sorso di birra, poi riprendo.

«E insomma, alla fine del film c’è questa bimba che, mentre il Golem viene distratto dagli altri scolaretti festosi, per gioco gli afferra il pendaglio e mette fine alla sua esistenza.»

La ragazza inizia a guardarmi male, poi incerta aggiunge:

«… allora questo capitano – Beefheart - è il Golem del film?»

«Eh? No no, non c’entra niente con Der Golem. Il “capitano” Beefheart è solo il più grande musicista della storia! Il punto è che - devo essere sbronzo per parlare di Der Golem con… - come ti chiami?»

«Ester. Sei parecchio strano lo sai?»

«Già… ti va se andiamo di sopra a scopare.»

Rimane per un po’ sfigurata a guardare il mio brutto muso e la mia finta barba, poi mi da le spalle e si allontana. Si affianca a una sua amica, le parla e mi indica. Sono proprio senza speranze.


La prendo larga perché qui dentro non ho niente da fare. Vorrei ritornare a certi meccanismi sociali ma devo prima parlarti dei cacciatori che mi hanno ucciso.


Sono in quattro. Sono alla festa, mascherati da leggende del rock: Sid Vicious, Siouxsie Sioux, Elvis Presley e Chuck Berry. Li noto subito, sembrano un po’ troppo stagionati per questo posto.

Sid Vicious ha un bicchiere di birra in mano, affonda di tanto in tanto la mano libera in un vassoio di patatine fritte, si porta il mucchio in bocca e le sgranocchia impassibile. I capelli scompigliati, un ghigno disperso dappertutto su di lui. Si gira da una parte e ce lo vedi comunque. Lui stesso è un ghigno, ha la cattiveria marchiata addosso.

Di fianco c’è Siouxsie. Un mascherone bianco le impiastriccia il viso, la matita nera calcata pesante sugli occhi e sulle labbra. È un ammasso di lardo, il vestito nero attillato le fa strabordare di fuori i fianchi e la pancia, un rigurgito di carne che le penzola sui pantaloni di pelle. Le gambe tozze sono rialzate da un paio di tacchi.

Elvis Presley. È l’ultimo Elvis, quello rapito dagli alieni e fatto sparire dalla circolazione. Il parruccone gli sta su melenso mentre sorride e gironzola per la sala.

Chuck Berry viene al mio angolo, mi fa la stessa domanda della Biancaneve e io rispondo svogliato allo stesso modo, ma lui riesce a sorprendermi.

«Grande! Questi qui mica ascoltano della vera musica. Tu hai stile da vendere! Io – guarda - quando ho ascoltato per la prima volta Trout Mask Replica sono stato risvegliato. Mi ha aperto gli occhi, ci credi? C’è da sentirsi fuori contesto in quella sinfonia sgangherata anche se provi a far di tutto per integrarti. Quanti anni hai?»

«Sedici.»

«Sedici anni! E ascolti Captain Beefheart?! Di un po’, che ci fai assieme a questa gentaglia? Guardali come si scuotono. Tu sei diverso, la senti tutta la merda del mondo. Una cosa così rischia di mandarti a puttane il cervello, eh?»

Silenzio, faccio una smorfia, mi guardo intorno perché non so che dire. Poi lui riprende.

«Comunque - io e i miei amici siamo un po’ troppo vecchi per queste cose. Non ci tocca più, le ferite si sono rimarginate. La cosa strana, se ci pensi, è non avere più legami. Dopo un po’ ci fai l’abitudine alla merda - non dico che te la fai piacere, ma impari a sguazzarci dentro. Il più è uscirne puliti. Il più è davvero uscirne puliti… Non avere compromessi è un punto di partenza. A stare qui dentro prima o poi rischi di morirci. Dimentichi chi sei e diventi uno della folla. E allora ti chiedo, sapendo le alternative: è meglio non avere legami o scuoterti come una scimmia ritardata? Perché è così, se vedi il fondo delle cose sai che è così - Allora giovane, che mi dici? »

Mi ha sconvolto, solo che per me è solo un estraneo con un deserto marrone smerdato in faccia. Mi sorride il vecchio Chuck, non aspetta la mia risposta, mi da un buffetto sulla spalla e si allontana. Io rimango a chiedermi il nome dell’uragano che mi ha appena travolto. Magari ha a che fare con l’Aemaeth… la verità. Sento che devo correre fuori. Non so cos’è, ma la luna assassina mi chiama.

«Beefheart» dice. «Vieni ad azzannarmi.»


Il cuore mi martella nel petto, parte a mille e fatico a tenermelo dentro. Dal naso mi parte una goccia di sangue che cola dentro la finta barba.

Chuck Berry parla con il dj, gli allunga un disco, sembra molto insistente e brusco. Il ragazzo allora s’intimorisce, abbassa la testa e toglie la sua musica dall’impianto, poi mette su quello che gli ha dato Chuck ed è qui che viene fuori il vero me stesso.

È I was a teenage werewolf dei Cramps.

Chuck Berry mi fa un gesto che sul momento non ho interpretato nel modo giusto: tamburella con l’indice contro la narice, strizza l’occhio.

I ragazzi sono un po’ spiazzati da questa nuova musica, fuori moda e mostruosa. Io devo prendere una boccata d’aria, devo andarmene ad azzannare la Luna. Questo piccolo morso di me non mi basta. È definitivo e definito, lo posso vedere anche se sta lì dentro.

{[(Lui)]}.

Chi sa usare le parole può anche ucciderti e Chuck Berry sapeva di avermi detto tutto quello che già era in me, però per quale ragione mi sembra così chiaro solo adesso? Dev’essere una reazione chimica o, forse, il mio sistema circolatorio sta solo reagendo al vaccino? O è il potente richiamo della Luna? L’istinto? La bestia?

Corro via con una mano sulle labbra e, uscito fuori, la campagna come un abisso mi atterra. Ma c’è ancora la mia splendida Luna che m’invoca. Così con un balzo scavalco lo steccato sul retro della villa, vado di passo spedito, supero un piccolo corso d’acqua e mi addentro in un boschetto di alberi scheletrici. 

Quando arrivo in cima:

| -- mi sguaino -- |

AUUUUU!


Ed è così che inizia.

Mi abbandono all’urlo e tutto il resto può andarsene, svanire, crepare. Non m’importa. Mi sgolo fino all’osso e di me rimane solo l’ultima fiaccola di vita che si estingue in questa dichiarazione d’amore stonata. Quando riprendo conoscenza, tutto ciò che ero prima se n’è andato.

Sono diventato la bestia, il lupo affamato e senza cuore. E devo nutrirmi. È un pensiero che non riesco scacciare. L’unico odore che c’è in giro proviene da laggiù, dove se ne stanno assonnate e distanti le luci della villa. È carne umana, giovane e senza futuro; devo solo fare un ultimo passo verso la più totale e rassicurante follia. Non sono come voi.


Sfondo la vetrata del soggiorno con un balzo, gli strilli si vanno a fracassare a terra e sulle pareti. Un macello di corpi che corrono senza rotta. Io seguo il caos. Voglio dar termine a queste grida e allo stesso tempo voglio far parte di questa sinfonia sgangherata. Smarrirmi. Voglio la quiete dell’abisso e l’esplosione nucleare. Perciò non ho criterio, non sono nessuno e sono tutti. Un’immensa ombra che si allunga sulle loro teste.

Quando esco in strada per i sopravvissuti, scopro che i quattro cacciatori sono lì ad attendermi. La loro Plymouth del ‘49 parcheggiata sul vialetto d’ingresso. I fari s’accendono e sono come uno squarcio di luce sulla pelle nera della notte.

Chuck Berry mi urla contro:

«Dacci dentro ragazzo! Così!»

Ma poi Siouxsie mi spara allo stomaco e io riacquisto un minimo di ragionevolezza ed è a questo punto che iniziano i sensi di colpa, ma è troppo breve il tempo tra questo stato d’animo e l’incoscienza della morte per farmi stare veramente male. Adesso tutti e quattro fanno partire una serie di colpi che vanno a dilaniarmi. Sembro come posseduto. Stramazzo al suolo ma respiro ancora. Il colpo finale è di Sid Vicious, lui e il suo ghigno marchiato dappertutto.


Nelle tenebre di questo bagagliaio, steso sul mio mattatoio. So bene cosa mi aspetta e non sarà una bella esistenza da qui in avanti. Tutti sanno degli spettacoli dell’Arena e lasciano correre. In poche parole il sottoscritto e un altro della mia specie, con le nostre orripilanti sembianze, ci sfideremo in un duello mortale. Saremo cani da combattimento. Sarò affidato a un allevatore, tenuto in gabbia e affamato sino all’arrivo della prima Luna buona. Solo allora potrò combattere e guadagnarmi il primo vero pasto dopo la carneficina della villa.

Provo a rannicchiarmi, questa è ciò che viene chiamata realtà, non quel bolo adolescenziale che prima o poi devi sputare fuori. Questo è il vero “all’aperto”. Non credo sarò mai veramente libero, come mi ha detto Chuck Berry, una volta che hai scoperto il fondo delle cose hai due alternative: non avere legami o scuoterti come una scimmia ritardata.

È strano sai, quando aprono il bagagliaio, la prima sensazione che provo è di rinascita. La luce di una torcia elettrica mi fa male agli occhi, ed è la prima che vedo… questo dovrebbe darmi conforto. Non è così.

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Marco Verteramo ha votato il racconto

Scrittore

Leggerti é sempre stimolante. Bravissimo Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

Scrittore

Ottimo. Come un romanzo della formazione e dell'iniziazione.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

Esordiente

Bravissimo come sempre.Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

Esordiente

Bello. Lo stile, il cinema, la musica, l'arena. Anche la ragazza e la festa, ma più di tutto i sedici anni. Gran ritmo, Capitain Beefheart fa tutt'ora eccellente musica con Blues. Ok.Segnala il commento

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blu ha votato il racconto

Esordiente
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Barbara ha votato il racconto

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Elkele ha votato il racconto

Esordiente

Bellissimo, tarantinoso Complimenti sei un grandeSegnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente
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Tella ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Sei sempre forte. Bellissimo!Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Davvero terribile, un horror con tutti i sentimenti. Ottima l'ambientazione e la suspence. L'hai inquadrato bene, il degrado. Non si sa perché un ragazzo di sedici anni sia ridotto così - a parte il rock sperimentale, dico :) - perché suo padre l'avesse messo in guardia, che razza di società sia questa (una lucida spaventosa metafora?)Segnala il commento

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di Howl

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