Giulio infila la chiave nella serratura del cassetto della scrivania. Quante volte avrà fatto lo stesso gesto Armando? Giulio lo rivede mentre richiudeva velocemente il vano e si intascava la chiave se, da bambino, entrava all’improvviso nel suo studio. Scusa papà, non vorresti, lo so, per questo non l’ho mai fatto, lo sai.
Che compito difficile aprire gli armadi, decidere cosa fare dei vestiti, dei libri, della sua preziosa collezione di cartoline. Ora che Armando non c’è più tocca farlo a Giulio, avesse un fratello o una sorella delegherebbe tutto. Regalerò, anzi no, butterò tutto. Si sente così stanco. Quando è morta la mamma ha fatto tutto Armando, Giulio era all’università e con un dolore nascosto ha continuato la sua vita tra bagordi ed esami, non sapeva quanto potesse essere costoso occuparsi di tutta la burocrazia e degli effetti personali di chi non c’è più. Poi il tempo per Giulio è passato, per Armando invece si è fermato lì. Che vita triste papà, mi spiace per i tuoi ultimi venti anni, per la solitudine, per il deserto che tu stesso ti sei costruito intorno. Nessun interesse se non girare per mercatini per acquistare immaginette che nessuno voleva più.
Il cassetto si è incastrato, i raccoglitori di cartoline sono pieni e gli impediscono di scorrere. Giulio lo forza scrollandolo, una busta scivola da una fessura invisibile sul fondo e svolazzando lentamente si ferma sul tappeto. Giulio la ignora, estrae gli album e comincia a sfogliarli. Certo papà, saranno interessanti, rare e magari anche costose queste immagini ma chissà cosa ci trovavi, che noia infinita le ore che passavi a ordinarle, schedarle, ... non ho mai capito cosa ci trovassi. Cartoline da tutta Italia, in rigoroso ordine alfabetico, da Abano Terme in poi. Migliaia di sconosciuti che mandavano “Cari saluti da ...” ad altri sconosciuti. All’altezza di Como Giulio si ferma, già ha perso interesse, pensa che non potrebbe mai arrivare fino a Venezia ma anche Napoli è troppo lontana in questo viaggio di piazze tutte diverse e tutte uguali con lo stesso monumento a Garibaldi, con cavallo o senza.
Giulio sospira, lascia i raccoglitori sul tavolo e si abbandona sulla poltrona, sul viso una smorfia tra il fastidio e il dispiacere. Con la coda dell’occhio cattura il bianco della busta caduta, si china a raccoglierla, ne estrae alcune vecchie cartoline. Forse le avevi doppie, forse erano troppo brutte persino per te, papà. Le sfoglia, le osserva. La prima è un’immagine in bianco e nero, la scritta in basso a sinistra dice “Sartirana – Interno Stazione”. Un treno fumante in arrivo, un binario per andare e uno per tornare, persone sulla banchina che aspettano. Giulio la gira, non c’è indirizzo, né francobollo, non è mai stata inviata ma scritta sì, il testo in grafia piccola e femminile dice “Il mio cuore è sartirana nella tua bocca”. Giulio non capisce.
Nella successiva una piazza di cemento e due automobili, un’edicola, una chiesa, un condominio a quattro piani, tutto colorato e molto moderno negli anni sessanta in Piazza Fulcheria, Crema dice la scritta sul retro, stavolta la grafia è quella di Armando: “Crema di latte sono i lobi delle tue orecchie, mentre all’improvviso, afferrandoti da dietro, li sciolgo tra le labbra”.
Il primo istinto di buttare tutto nel cestino accanto alla scrivania viene sopraffatto da una curiosità insinuante.
In questa c’è una Chiesa Parrocchiale, Provincia di Udine: “Ogni volta che il tuo desiderio mi sveglia, di nuovo e di nuovo, tra i fumi del sonno e la nebbia del vino, penso che non ci sia nimis, né ipplis, né attimis che potrà dividere i nostri corpi intrecciati e affannati”.
Giulio si guarda intorno, pensa È uno scherzo. Subito dopo pensa No, non è uno scherzo, ma cos’è, papà?
In questa invece c’è una villa liberty di inizio novecento, sullo sfondo dei monti. “Ti sento fortissima, non fermarti, continua e non fermarti, ti sento, ti saltrio, ti clivio, ti viggiù, senza fermarci.”
Anche in questa una chiesa e una scala per arrivarci, via Regina Margherita. “Ti guardo mentre dormi, sfinita, ora che sei gonnostramatza, bellissima lunamatrona. Rivivo ogni secondo passato respirandoci tutto il fiato che avevamo, in questa notte in cui tu eri ittiri e io ussussai, il tuo odore è diventato il mio.”
Le cartoline sono tantissime, le parole molte di più.
Un’altra volta Giulio rimpiange l’essere figlio unico, il non poter ridere o piangere con un fratello di questa corrispondenza, appassionarsi al mistero, inchinarsi alla passione giocosa di questi due. Forse non ti conoscevo, papà. Forse non conoscerà mai il viso di quella mano piccola e sottile; sa solo che la collezione di cartoline è sacra. Chiude la busta e i raccoglitori, deposita tutto delicatamente nel cassetto e dopo averlo richiuso si mette la chiave in tasca.