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Romance

Cassettiera Percassi

Pubblicato il 18/09/2020

Forse fa un po' Ian McEwan, ma lo stile è mio.

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28 Voti

È dura e stretta come un albero. Piegata, di sopra al tavolino, ombreggia un poco la parete gialla, e si tinge la tovaglia di motivi foglieggianti. Le mani fini agganciano di punta una tazzina linda che racchiude il colore d’incarnato: impallidisce piano.


C’è poca gente ormai, e lui è uscito or ora d’ospedale. Un piccolo problema con i traumi e con l’autoerotismo si diceva, aveva chiuso a bolla la sua vita poco a poco, via il lavoro, via i colleghi, con la mamma non ci parla. È ormai solo, lo Schioppetti, solo come un imballaggio usato che straborda dai cestini e il bar non è lontano. Già la vede una ragazza da parlare a bolla, e proprio l’approssimazione gli consente: la ragazza è una persona vuota.


La ragazza è una persona vuota che appena appena poco fa ha tirato in alto la maglietta fino al reggiseno, un modello liscio e semplice che serve e basta verde mela e fa contrasto col ciliegio della pelle e poco sopra l’ombelico si è tirata ‘stultima, fino a ricoprire la distanza al bordo tavolino.

È un cassetto! Fa Schioppetti, e subito richiuso come quel nel comodino quando siamo giovani e sorpresi è quello sull’addome, ancora prima che Simone avesse visto bene cosa c’era dentro, sapeva ben che dentro era caduta più di una sostanza commestibile. Ed è inevitabile sedersi. Ed è inevitabile conoscersi.


Silvia Percassi, il suo bel nome, arredatrice forse? Con quel fisico? Certo che no, lavorar di braccia era impossibile, secche come rami. La bibliotecaria, più fattibile, sempre del legno e le sue evoluzioni si parlava, e le sensazioni che si spandono con naturalezza dalla natura del futuro, e dalla natura umana, la custode dei segreti.

Lo Schioppetti freme, è una strana sensazione, un pizzicore sulle gambe, non è guarito ancora, e un poco si tocchigna le ginocchia ove ancora c’erano le bolle da scoppiare. Scoppia bolle che stai meglio. Bolle nella testa, anche dopo l’ospedale, e le dita affondano fino alle ossa dure. Sente ancora quella sensazione, bollicine, e si aggrappa forte al tavolo per non urlare Mi fai male!


Che poi invece lo aveva detto lei che non l’aveva più lasciata andare. Non la distingueva mai dal tavolo, ma uno sguardo così dolce, occhi come pioggia, a suo dire gocce di infinito e commozione di qualcuno molto alto, e bastava quello a rimediare che era uno che sceglieva le parole giuste a farsi perdonare.


E si erano spostati in fretta camminando rampicanti fino a casa, ancora un po’ in disordine, ma poco male. Le piante tutte ancora vive, solo cactus, meno male. Pensa lui, e mescola nella serratura, compie il sortilegio.


Letto sfatto, il gatto ha fame che la spazzatura puzza rovesciata e che vergogna ma lei ride, ride bene, senza cattiveria, che lo guarda intenerita, lo aiuta lei a sistemare che non c’è nessun problema, è abituata a mettere le cose al loro posto, che le fa piacere. L’ordine la salva. È la gestione dello spazio che permette di star bene, si gestisce il proprio corpo,il proprio io con l’ordine la casa uguale che siam sempre noi con tutti gli organi che stanno in uno ed un sol posto. Schioppetti questo non lo sa proprio tanto, che l’ultima volta si è gonfiato, al suo lavoro, per potere andare avanti, che la sua ossessione lo aveva prosciugato, era scoppiato. Parliamo di quello che ho pensato di aver visto. Perché no? In fin dei conti conosciamoci. Conosciamoci davvero.


Fruscia molto piano, nella camminata del tappeto il pantalone corto e la maglietta canottiera, rimasti saldi ancora il triangolo e i due cerchi. È una testiera molto antica quella di Schioppetti, tanto che si stende alza le braccia tanto lisce e si confonde come la più naturale di tutte le prolunghe, la più logica scultura ch’era inevitabile in quel punto, scivola dal tatto come un pesce e si confonde, solo gl’indumenti che interrompono il suo corso come foglie nel mezzo dell’autunno ancora caldo.


Schioppetti si è disteso, il periscopio punta sul soffitto, ove un ragno s’addormenta in un’amaca tesa all’angolo. Lo fa impazzire. Ma accanto a lui la storia s’imbrunisce, proprio annega di tra i cerchi dell’età come un abisso chiaro e vivo, un muscolo, rigato anch’esso come polpa che lo imbraccia e per la prima volta non si sente scomodo, che gli sembra tutto così duro da quando si è tornati a casa. È la materia viva che lo prende e lo riporta, una prolunga al mondo da cui è venuto, e subito si rende conto che davvero è unico quello che ha davanti. Subito si preme sul suo ventre, a cercare quel cassetto sulla pancia, che lo aveva visto di sicuro. Liscia e dura, ma non si interrompe, una tavola piallata tutta un pezzo, che lei ride, poi, lo prende in giro, non si guarda dentro le persone senza prima chiederlo. E quindi da dove comincio?


Se tocca il polpaccio quello destro un po’ più grosso sente bene ch’è un coperchio a ricoprire gl’ossi e forse qualcos’altro. Polpastrelli corrono sul bel ripiano, venature in ordine e di quei nodi scuri niente, ma sente il suo dito che affonda troppo lesto, come un concavo imprevisto e sente, più leggero, il rumore di uno schiocco. E lo sguardo distoglie da quegli occhi belli di nocciola e si fionda sulla gamba, preoccupato, che è successo? La pelle si è cristallizzata tutta dura un pezzo come placca, e sporge tutto come una bandiera, uno sportello di una vecchia cassettiera come quella di sua nonna. È un cassetto nuovo per davvero, e Schioppetti non vaneggia. Tira leggero, non le vuole fare male, ma lei ansima va bene, non ti mai fermare.


Nella gamba c’è una ruota, una ruota piccola ma di bicicletta, e non arriva ed esser grande come la rotella invece, di quelle dei bambini. Ce l’ho anche di là, fa lei, da quando ero piccina. E perché mai ci starebbe una rotella nel polpaccio di un’arredatrice? È una storia lunga, ma io ho tempo, e così va bene.


Che quando era bambina le piaceva tanto correre con le sue amichette che faceva a gara a chi s’arrivava prima al fiumiciattolo che c’era ai pressi della scuola, e tutto in bicicletta ovvio, che i ragazzi al tempo dei suoi figli vanno tutti in skate ma lei solo la bici ma si faceva sempre male, imparava molto piano. Che era stata una giornata tanto bella fino a quando non si era entrati nella casa della bidella vecchia di nascosto, che l’avevano trovata con dei tubi addosso come un robot che le entrava dentro qualcosa che stava in un sacco di plastica e l’avevano vista che si sfilava via i capelli ricci e li posava sopra al tavolo. I bei capelli che portava a scuola fino a qualche settimana prima. Si erano sgonfiati sciatti e spenti senza lei di sotto a coccolarli che aveva altro da fare sta sdraiata a vomitare dentro un secchio, che però quei bei capelli piacevano ancora alla sua amica Anita, che quindi prende su e cala sulla fronte, vede poco e corre via, via da quella casa, via dalla bidella, non una parola, e si fa seguire. Ma prima, prima lei, che l’aveva vista nel cortile, era il triciclo del suo figliolino ultimo, che voleva lei e non c’erano soldi, mamma era disoccupata, che così, ormai era cavaliera, e ritornata a casa la bici con le ruote accanto e i genitori troppo litigiosi per badarci. La bidella s’era spenta quella sera. Il bambino aveva perso le rotelle e si era messo in istituto.


È passato tanto tempo adesso, e io credo un po’ di resina appiccicaticcia che le casca giù dagli occhi. Cos’aveva fatto, e cosa si portava, perché mai si deve essere giovani e stupidi insieme... ma non doveva pensarci, non poteva farci niente, vai avanti, e quando Schioppetti la consola, toglie l’indumento e la prende per il petto e tira un poco a provocarle il riso, un altro di quei piccoli cassetti gli rimane appeso tra le dita e perde una catena gialla con un’ancora s’incaglia al materasso. Silvia copre il buco con la mano e sorride come fanno i limoni. Il ciondolo è più lungo, tanto che indossato arriverebbe all’inguine, riflesso d’oro sul tessuto verde.


Lo portava la sua mamma l’anno ch’era morta, l’anno ch’era morta in piedi dentro l’armadio che non n’era uscita per due settimane. Si era un po’ fissata la sua mamma dopo ch’era morto il suo papà, cioè vale a dire il nonno, essendo sola al mondo, perché mai quella bambina che piangeva sempre un aiuto aveva dato a lei, povera sorella, madre e figlia sola al mondo, che era andata avanti a respirare il legno e tutta la colla e la naftalina a palle che cascava a terra, e l’armadio s’era fatto la sua casa, il suo cesso e tutto ciò che c’era al mondo. Neanche si era accorta del suo ciondolo rimasto fuori col pendaglio a forma di conchiglia, ma una piatta, sola valva e vuota. Quella forma così nuova, così strana che chiamava ad alta voce la figliola sola, di farsi coccolare e prendere in bocca, tutto il sale del mondo e forse una perla, e quell’altra si era addormentata e neanche s’era accorta e la trachea bucata a forza di giocare con il ferro e troppo debole di cuore e la volontà c’era mai stata, abbandonata come la bambina dalla disperazione di chi non è capace di veder le priorità.


E ce n’è ancora di rugiada, che le cade dagli occhi, e sussultano le foglie, cadono le secche sulle lenzuola pallide, che si stringe come un albero di kiwi addosso al petto di Schioppetti, e lui mai avrebbe mai pensato di incontrar qualcuno tanto triste e disperato da abbracciare.


E si spostano dal letto, è il caso di riprendere una volta detto tutto, che c’è altro da sapere e forse è anche vero che il desiderio si è scemato già da un pezzo nel Simone, che poi senza le bolle non ha niente per barare. Ma però non si riveste, è giusto che lui la conosca tutta quanta a questo punto, ha più cassetti addosso di quanti non si creda, un segreto per ognuno, un ricordo da dimenticare, e c’è poi quello grosso, quello che fin dall’inizio lo ha chiamato a conversar con lei, che è una cosa troppo grande, troppo forte da tenere dentro e quindi sappila anche tu. E quindi prende, tira, sfila, via mutande, gomiti, ginocchi, piedi, scatolette di oggettini, azioni piccole, più grandi, più grandi dei cassetti, a malapena alcune se le tiene dentro, che la stanza ora trabocca dal ciarpame che profuma bene come lei. Le vede di traverso, l’aria fredda che la passa, il suo soggiorno incorniciato da una libreria ch’è come sembrano le cassettiere vuote. Che poi n’è rimasto solo uno, quello sulla pancia. Si era innamorato prima, guardandole la pancia. Del suo corpo la parte ch’è più viva e mobile, sempre di legno tratta, liquido stavolta, che si piega morbida quando si muove, ed ogni tanto sporge un poco come gonfia e subito ritorna piatta e secca come la spiaggia del meriggio. E il pomello del cassetto non esiste più, non vuole farsi aprire, tanto che Schioppetti deve faticare. Deve aprirlo lui, lei ormai non ha diritto. Allora il ragioniere prende un cacciavite su consiglio, voleva usare i diti, ma lei fidati che è meglio. E difatti quel cassetto non si apre facilmente, è qualcosa di cui si prova vergogna, ma ha deciso, deve dirglielo, lui che è stato così dolce e comprensivo tutto questo tempo.


E poi finalmente il cassetto cede, e viene fuori lesto, ricoperto di una gelatina bianca che fa puzza. Al suo interno c’è un gomitolo di lana un poco svolto, e un girino bianco e questa storia, anche se io già la conosco a questo punto dice non la riesce a raccontare. Si raccoglie sul suo letto e piange, e Schioppetti terge gli occhi, suoi e propri, e rimangono in silenzio a portare i suoi rispetti.


Schioppetti s’alza, toglie la camicia, i pantaloni che si abbracciano svuotati. Poi i calzini, ed altro ancora. Gli occhi pizzicano, si toglie gli occhiali. Passa le mani e i polpastrelli pinzano tra gli ossi del naso. Non lo sa perché, ma tira, tira forte, finché, non ce la fa. Si sfila anche il suo cassetto, il pomello, il nasello, un vassoio liscio come un leggi CD. È un pensiero troppo forte che gli dà fastidio, lo tocca con mano, lo sente sul piattino. È viscido, vischioso, che si attacca, un’ossessione che lo ha preso, che lo chiama, ma giunge al cestino, che lo butta via.

Torna da lei, che se lo abbraccia, grazie sai, sei stato grande a sopportare tutto questo insieme a me, che non mi conoscevi, ero stanco di campar così in un mondo vuoto, qualcuno io lo voglio conoscere davvero e mi eri sembrata una ch’era tanto a posto e invece guarda quanti cassettini che ti porti dentro. Però adesso io lo faccio ordine qua dentro, te lo giuro, ricomincio. E cominciamo in due a mettere ordine. Sposti un vaso, via il lenzuolo sporco, il cibo del gatto, quel tappeto vecchio. Lei sorride, forse è libera, Schioppetti le sorride ormai le vuole bene e tasta i polsi, cerca bolle che ne ha voglia più che mai.

Ce l’ha ancora nella testa, quel girino nero. Quel girino ch’era a forma di bambino.

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Ingrid ha votato il racconto

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Graziano ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Laure h ha votato il racconto

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Una lettura che impegna tutti i sensi tutti gli organi gli arti e i cassetti. Una lettura per me faticosa ma benefica, come quando si cammina in salita e poi all.improvviso un panorama a 360 gradiSegnala il commento

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Sonia Jurlina ha votato il racconto

Esordiente

Un viaggio in un mondo parallelo un poco sottopelle. Che per vederlo bisogna essere un po' sensibili, un po' visionari, un po' cercatori. Sempre bello il tuo modo di scrivere e raccontare. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Eh sì... Caro mio Lorenzo, questo è uno dei tuoi due o tre migliori, senza ombra di dubbio. Maneggi il disagio, la sofferenza, l'amore la bellezza della "complicazione necessaria" come sai fare solo tu, ribaltando e moltiplicando il tuo punto di vista, creando una scrittura barocca, sensoriale e straniante...Segnala il commento

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Isabella☆ ha votato il racconto

Esordiente

Mai letto niente di simile!Segnala il commento

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Hollyy ha votato il racconto

Esordiente

Mi pare ci sia più “ sentimento” del solito, più profondità! Bravo.Segnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Soggetto e personaggi piaciutissimi. Mi pare che Schioppetti sia un ritorno, ricordavo le bolle, e questa storia d’amore in un certo senso mi ha commossa. Lo stile è quello a cui ci hai abituati ma in questo mi pare che la narrazione perda a tratti scorrevolezza. In compenso anche qui non manca quel tocco di poesia che si riscontra in molti dei tuoi testi.Segnala il commento

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Ondine ha votato il racconto

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BravissimoSegnala il commento

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Amid Solo ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Adriana Giotti ha votato il racconto

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Dopo aver letto il tuo racconto, mi sono chiusa un dito in un cassetto della cucina. Ho urlato: Bastardo di uno Schioppetti. Poi sono scoppiata a ridere e non riuscivo a fermarmi. Mio marito e i miei figli si sono guardati preoccupatissimi. Ho dovuto leggere il tuo racconto per tranquillizzarli.Segnala il commento

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Ezio Falcomer ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Bellissimo Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

Esordiente

Mi viene da piangere. Anch'io vorrei abbracciarli e sento di voler bene a entrambi. Più che bravo :)))Segnala il commento

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Naoomi ha votato il racconto

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Che dire... :) bravo!Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Wow!!! :-)Segnala il commento

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Andrea S. ha votato il racconto

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

Esordiente

Sei bravissimo Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

E' bellissimo. Macché Mc Ewan. E' tuo da "E' dura" a "forma di bambino" (a questo proposito, quasi quasi la toglierei la frase finale: sminuisce il pathos incredibile che hai creato - tanto si è capito bene del girino, bianco o nero che sia). Un racconto davvero tanto emozionante: amo quei cassettini. ***Segnala il commento

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di Lorenzo V

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