Sono sempre preso da qualche

svago mentale, quando passo davanti a quel cancello, e ogni volta quel cazzo di cane del vicino  mi abbaia contro, d'improvviso, infilando il muso tra le sbarre di ferro, e ha sempre la bava alla bocca, i denti aguzzi, le fauci di un bel rosa acceso e mi sembra una fica infernale, più orizzontale, che verticale, e in quel momento, quando mi si para davanti, così incazzata e mordace, penso sempre che sia una patonza in missione punitiva, inviata dall' inconscio diurno, che mi vuole scuotere dal torpore sessuale degli ultimi 15 anni.

 Ma non c'arriva, quel pezzo di cretino dell'inconscio, a capire che mi spavento mortalmente, tutte le volta che i miei dolci ricordi della morbidezza, della fragranza e del leggiadro profumo di mare misto a muschio di macchia mediterranea - che la passera ha depositato nei mio immaginario erotico -  rischiano di scomparire per sempre, obnubilati da quella aggressività pregressa?

Il bello è che non giro mai a sinistra. Mi basterebbe evitare di girare a destra, quando esco di casa, e il gioco sarebbe fatto. Se girassi a sinistra, passerei davanti alla panetteria, da dove esce sempre un profumo di pane buono e la faccia della fornaia che mi sorride da dietro il banco, quando mi fermo apposta, al ritorno dal mio giro, aspettando che lei guardi verso di me. Non so com'è, ma ogni volta che mi fermo davanti alla vetrina, dopo un attimo - giusto il tempo di mettermi a posto il cappello sulle orecchie - lei si ferma, appoggia le mani sul banco  e alza lo sguardo verso di me. E ci guardiamo, per qualche secondo. Sorridendo.

La prima volta che l'ho incontrata, stavo qui da poco. Era domenica mattina, e avevo già girato a destra, come al solito, e avevo già subito lo stesso trattamento da parte del cane, che mi ha ringhiato contro, incazzato come sempre. 

Ancora preso da quella visione inquietante, stavo camminando sul marciapiedi lungo il parchetto, con gli occhi abbassati, quando ti vedo due belle gambe, lunghe, in calzamaglia verde scuro, un ginocchio, caruccio, un pezzetto di coscia, e poi la gonna, rosso porpora, di velluto, a coste sottili.

"Ciao! " sento che mi dicono quelle gambe, prima che riesca a vedere la loro faccia.

"Ehi, ciao, dico a te? insiste, e poi sento un sorriso, trattenuto.

Io giro appena la testa, di sbieco, verso la voce, senza voltarmi del tutto. Vedo gli occhi di Antonella che mi guardano, curiosi.

"Cosa ci fai qui, di domenica mattina, a quest'ora?"

"Cosa ci faccio?"

"Sì, cosa ci fai, qui?" 

"Ci faccio... un giro"

"E dove vai?"

"Non lo so, esattamente"

Vedo che scoppia a ridere, e la sua mano aperta davanti alla bocca. Ha le dita sottili, le unghie curate, senza smalto.

"Non ho sempre fatto la fornaia, sai?"

"Ah no!?"

Nel frattempo mi avvicino alla panchina dov'è seduta. Ora sono davanti a lei, in piedi, con le mani nel cappotto, che la guardo. Ma più che altro guardo le sue mani. 

"Guarda che le unghie si possono tenere curate, e averle belle, anche se fai la fornaia"

"Non lo sapevo" rispondo io, non sapendo cos'altro dire.

"Perché non ti siedi?"

"Non lo sapevo?" rispondo ancora, mordendomi le labbra, mentre lei scoppia ancora a ridere.

"Volevo dire... che sì, mi siedo volentieri, ma mentre ti ho detto che non lo sapevo, in realtà, stavo pensando che non lo sapevo, che stamattina, facendo il mio solito giro, avrei incontrato una ragazza che mi avrebbe chiesto di sedermi accanto a lei. Però te l'ho detto lo stesso... una specie di pensiero a voce alta, non so se hai capito"  e rido anch'io.

"E così, ora fai la fornaia?" le dico ancora, riuscendo a guardarla, per la prima volta. Ha due occhi verde felce, un naso sottile e una bocca che sembrano due spicchi sottili di coscia di monaca, quasi viola. Intriganti.

"Ma tu metti il rossetto, o ..."

"No no" mi fa lei " ce l'ho così di mio"

"Belle, io... io, non faccio l'amore da quindici anni!" le rispondo, dissimulando l'imbarazzo  per la mia uscita.  Poi accenno un sorriso, e continuo a guardarla.

"È un po' tanto" prosegue lei.

"Si, credo di si"

"E come mai?"

"È una storia lunga..."

Poi siamo rimasti lì a sedere tutta la mattina, a chiacchierare, e le ho raccontato che ero separato da quindici anni, che avevo un figlio di venti, e, che, tutto sommato, pensavo di essere ancora normale, anche se avevo accumulato desideri e voglie per tutto quel tempo.

"E come fai? Non ti viene mai la voglia, di fare l'amore?

"Certo che mi viene. Te l'ho detto no, che in fondo penso di essere normale, anche se non faccio l'amore da quindici anni."

"Anche se vedi il cane del vicino, ogni volta che ci passi davanti, che ti fa quel muso che mi hai appena descritto? e scoppia un'altra volta a ridere.

Rido anch'io, e le prendo una mano. Lei mette l'altra sulla mia. Io continuo a tenere la mia mano libera nella tasca del cappotto. Le guardiamo entrambi, le nostre mani, e vediamo che si intrecciano, come se l'avessero sempre fatto.