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Narrativa

Cenere

Pubblicato il 01/07/2019

Una vita in fumo.

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Il vento gelido della notte soffia violento e inesorabile. Gli alberi che costeggiano la strada si piegano al suo passaggio, tanta è la forza con cui arriva. Porta con sé odore di pioggia, e malinconia. L’inverno.

La stanza, buia e fredda, mi ricorda quella dell’ospedale. Di un bianco accecante, vuota salvo per le attrezzature mediche, anonima fino all’estremo. Una stanza di ospedale come tutte le altre. Nessun mazzo di fiori, nessun bigliettino di “Guarisci presto!”, nessun spruzzo di colore che bucasse la monotonia di quelle giornate. Il tempo per me pareva non voler trascorrere mai. Io lì, relegata a letto, non potevo far altro se non pregare che scoccasse l’ora in cui avrei ricevuto un’altra dose di morfina, per alleviare il bruciore e la stanchezza che sentivo penetrarmi fin dentro l’anima. La noia mi stava uccidendo. Il cancro aumentava questo processo. Ci sono stati momenti in cui ho desiderato farla finita, prendere tutto e uscire da quello schifo di ospedale. Non mi reggevo in piedi, ma almeno sarei morta lottando con le mie gambe e non sotto anestetici in una deprimente stanza bianca. Ci sono stati altri momenti in cui piangevo, un pianto senza lacrime, il pianto disperato di una richiesta d’aiuto. Avevo la morte negli occhi, e nel cuore. Sono stati i giorni più difficili, ma non quelli più tristi. Sapevo che avrei anche potuto non riuscire più ad uscire da quel buco, ma non accettavo di non poter più cambiare la mia vita. “Non voglio che questa sia la fine” pensavo, “Voglio poter avere una seconda possibilità per fare qualcosa di cui possa valer la pena aver vissuto”.

Alla fine le mie condizioni si stabilizzarono. Per i primi tempi mi aiutavo con le stampelle, perché ero ancora molto debole; poi anche quelle non mi servirono più. Ero di nuovo libera. Spesso ci sono persone che, dopo aver sfiorato la morte, cambiano del tutto vita. Prendono in mano se stessi e, come un calzino, si ribaltano e ne escono come rinate. A me non successe.

Ho il vizio del fumo. Non ricordo la mia prima sigaretta, ma ho ben impresso nella memoria di essere stata sempre circondata da una coltre grigiastra, inconsistente, sospesa nell’aria che respiravo. Anche dopo essere guarita, e certe volte di nascosto dalle infermiere in ospedale, avevo una sigaretta sottile incastrata tra le mie dite affusolate. Seppur non fosse concesso tenere in stanza oggetti personali, ero riuscita – in cambio di qualche servizietto – a ottenere un pacchetto a settimana da un tipo del reparto di psichiatria. L’accendino dovetti procurarmelo da sola: lo rubai dalla tasca di un visitatore, mentre era chinato a raccogliere dal distributore automatico la sua Pepsi. Forse non avrei dovuto entrare in confidenza con “certi soggetti”, per dirla tutta, non meno instabili di quanto io non fossi; eravamo gente che non aveva nulla da perdere, e lì dentro giocavamo con la nostra vita appesa a un filo come un burattinaio manipola le sue marionette. Caramelle all’anice e Arbre Magique per nascondere il sapore di cenere che impregnava la bocca e la stanza subito dopo un paio di tiri, me le concedeva “solo perché sei la più brava nel tuo ruolo”. Diceva che avevo delle belle mani, e me la faceva usare parecchio. Bianche e grezze, si intonavano con l’intonaco delle pareti.

Il fumo in quei mesi di reclusione evitava di farmi impazzire. Il suo effetto su di me era meglio della morfina. Aspiravo, boccheggiavo con le nuvole biancastre che uscivano dalla mia bocca, e mi facevo avvolgere dalla sensazione di appagamento che ne scaturiva. Mi faceva bene all’anima. Entrava dentro il mio naso, giù per la gola, fino ai polmoni. Penetrava nei tessuti della pelle, dentro le orbite degli occhi, si insinuava sotto le unghie e trafiggeva le mie ossa. Ne ero pervasa in pieno. Le preoccupazioni si dissolvevano e la mia mente offuscata dava tregua agli ingranaggi arrugginiti del cervello. Ritornavo per qualche minuto a vivere. Prima di accenderne una, giocherellavo con la stecca tra le dita, leggera e letale. Assaporavo il momento in cui l’avrei avvicinata alle mie labbra e avrei inspirato la mia linfa vitale, tutta d’un fiato. Ad ogni sigaretta che accendevo, davo un nome e mi inventavo una storia.

Questa è Nancy, la sigaretta del primo bacio. Ha il sapore del mare in burrasca, del vento salato e della spiaggia bagnata dalla pioggia. In cielo non ci sono stelle, solo una macchia scura senza luci. Nancy non ha l’ombrello, la pioggia è sempre più fitta e lei è tutta fradicia. I capelli rossicci le si appiccicano al viso, così come gli abiti al corpo. Nancy è sola sugli scogli, non ha paura delle onde che vi si infrangono contro. È stata appena lasciata dal suo ragazzo. O almeno, questa è la conclusione a cui è giunta. Lui è scappato non appena ha sentito i tuoni avvicinarsi, vado a prendere un ombrello, aveva detto, torno prima che tu possa baciarmi. Ma lei gli aveva rubato un bacio, lui era corso via con le guance fumanti. Non era più tornato.

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di Inazuma Yoru

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