Nico non ha segni particolari sul viso. Lo conosco da tanto tempo, e non mi sembra diverso. O forse ho smesso di accorgermi dei nostri cambiamenti. Ci incontriamo un paio di volte al mese, sempre allo stesso posto, da cui si vede il mare. Perché io e Nico siamo isolani, e il mare per noi è Dio, o la cosa più simile a dio. Io porto un thermos di caffè amaro e due tazze di ceramica, perché so che anche lui detesta bere il caffè dai bicchierini di carta: rovinano l’aroma e lasciano in bocca il sapore di un piacere frustrato. La sera prima preparo i biscotti di mandorle e mele, con la scorzetta di un limone del mio giardino. Lo zucchero a velo non lo metto, perché a noi le cose troppo dolci non piacciono. Quando arrivo al nostro appuntamento, gli stampo un bacio sulle labbra, gli dico “Ciao, come stai?” Non aspetto la risposta, perché Nico dice che gli leggo nel pensiero. Ma non è vero, la verità è che tante cose sono scontate e, se nella vita non hai fatto altro che osservare gli altri, non hai bisogno di molte spiegazioni. A volte ci fissiamo, come due estranei che s’incrociano sul marciapiede o due vecchi sullo stesso bus. So che vorrebbe prendermi le mani e scrocchiarmi le dita. Con Nico non sono mai a disagio, neppure quando restiamo in silenzio per ore a guardare in direzioni opposte. Forse perché ci siamo conosciuti da bambini e siamo cresciuti allo stesso ritmo. 

Eravamo in campagna. Lui mi spiava dal balcone, ma non osava scendere a giocare con gli altri bambini. Un giorno sua madre mi aveva invitato a salire a casa sua. Aveva lasciato di proposito la porta aperta per raggiungere le altre signore, che si riunivano tutti i pomeriggi sotto i grandi noci nell’orto di mio padre. Ero entrata in punta di piedi. Nico era nascosto sotto il muretto e tentava di sporgersi per spiare di sotto, senza farsi vedere dai ragazzi. Gli ero arrivata alle spalle. “Cercavi me?”. Gli avevo preso la mano, e avevo capito che ci cercavamo entrambi. Con gli anni abbiamo cambiato città, ma non ci siamo mai persi di vista. 

Oggi gli ho portato otto gambi di cymbidium del mio giardino. Sono così carichi di fiori, che ne sono bastati cinque per riempire il vaso. Tre li ho lasciati sulla lapide. Tra qualche giorno è il mio compleanno, ma so già che non mi farà gli auguri: lo dimentica sempre.



A Roberto Calabrese.