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Narrativa

CERTE COSE SI FANNO

Pubblicato il 18/07/2021

Un indegno omaggio a una canzone

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Prima di spegnere dette ancora un’occhiata alla sveglia per essere certo che fosse puntata alle 05:30, contò le gocce di vetro del lampadario che pendeva sopra il letto, realizzò di detestarlo un po’ di più del giorno prima, ma era un cimelio di famiglia e sua moglie si rifiutava anche solo di pensare di cambiarlo. Poi augurò una buonanotte che nessun altro sentì: si era sempre addormentata prima di lui, anche quando entrare nudi nel letto dichiarava ben altre intenzioni. Era il suo modo di negare attenzione alla vita.


Gli andava bene così. Amava quei minuti di veglia che erano solo suoi, la sua tregua da una esistenza affollata: leggeva, combatteva le zanzare, immaginava come rimettere in fila la propria vita dopo che era successa quella cosa. Se i pensieri si ormeggiavano alla banchina sbagliata doveva impegnarsi per non farsi raggiungere dall’angoscia, che nel buio avrebbe trovato una maniera tutta speciale di salire a bordo. Il pericolo arrivava in forma di domanda: aveva il diritto di essere felice? Quello che provava era felicità o solo desiderio? Era intitolato a vivere quel desiderio? Quando non sapeva tirarsene fuori il trucco era focalizzare l’immagine di sé al supermercato, dietro al banco del pesce, dalla parte della bilancia, e tornare a farsi sommergere dalla noia salvifica nella quale galleggiava per la maggior parte del tempo. Solo allora riusciva a dormire o a proiettare daccapo il film delle ipotesi.


Si toccò e girò la testa verso la moglie, ne vide i capelli scomposti, illuminati dal chiarore che entrava dalla finestra spalancata. Dormiva un sonno così fiducioso che, se anche stanotte fosse andato altrove, non si sarebbe accorta di nulla. Da sotto arrivavano i rumori della strada: sarebbero cessati più avanti, quando anche i ritardatari avrebbero ceduto alla dittatura delle lancette. Rodolfo voleva andare, si chiese se fosse giusto, ma la risposta che si dette prescindeva il giusto e lo sbagliato: avrebbe fatto quello che desiderava senza domandare il permesso ai sensi di colpa.


Si affacciò alla finestra. Dette solo uno sguardo per controllare che l’abbaino, solo un po’ più in alto, fosse illuminato. Dal terrazzino della cucina si arrampicò per pochi metri fino a quel buco sul tetto che, di notte, sembrava un faro per naviganti dispersi, per lui che era l’unico naufrago che conoscesse, anche se non era così certo di essere solo in quel mare di desiderio. Di sicuro sentiva l’urgenza persino nelle mani che faticavano a stringere i pioli della scala d’ispezione. Di questo soltanto voleva preoccuparsi.


“Sei arrivato”, gli disse la voce, “ti aspettavo”.

Non ci fu bisogno di altre parole né di spegnere la luce, il faro non avrebbe attratto altri. S’impegnò a gioire con ogni singolo centimetro della propria pelle, ad assaporare ogni goccia di sudore che gli capitava tra le labbra, a godere di quel corpo così simile al suo che gli sembrava di annusare se stesso ogni volta che un sussulto lo faceva inspirare. Prima di perdersi osò chiedersi se fosse la comunanza delle forme a farlo stare così bene, oppure si trattasse di una perversione maligna, un puro caso, come tutto nella vita. Trovò che la domanda non avesse risposta e non si dette modo di farsene altre.


Dall’abbaino vide che il blu si era fatto più chiaro e, sotto, i rumori annunciavano che il tempo era finito, le lancette stabilivano l’urgenza di tornare a canoni più convenzionali. Ma chi era che l’obbligava a percorrere la strada al contrario, quei pochi metri di tegole che emettevano quel suono di fango e il fresco della notte appena finita, quando ci camminava sopra sperando di non romperle? Ci aveva pensato per buona parte della notte e il numero delle persone, delle paure gli era parso così vasto che aveva quasi finito per rimpiangere la fuga della sera prima. C’era il terrore della verità; c’erano gli amici, ma di quelli poteva fare a meno; sua moglie, che si sarebbe arresa non potendo combattere; suo suocero, invece, sarebbe stato spietato: lo era in maniera naturale, e se lo costringeva ancora in pescheria era per dimostragli tutto il proprio disprezzo per non avergli dato nipoti: «Bè, almeno uno me lo dovete». Ma non era arrivato, e solo lui pareva farsene un cruccio.


Girò la testa verso quella appoggiata sullo stesso guanciale, che sapeva di entrambi. Il respiro era così lieve che, durante la veglia, più volte lo aveva spaventato: non era possibile essere vivi e non emettere alcun rumore. Ricordò come si erano riconosciuti salendo le scale di casa: una battuta, un invito per una birra una sera d’estate, un anno prima. Si levò piano dal letto, baciò la fronte spettinata e ricevette un abbraccio assonnato che lo trattenne ancora. Inspirò il suo odore sordo e maturo.

Poi prese la strada del ritorno, attento a non precipitare sul terrazzino, in mutande. Il mare brillava in frammenti. I piedi rimandarono il ruvido delle tegole, le mani la sensazione di essere impolverate. Da lassù, la prospettiva dei vicoli, pareva una ragnatela disordinata. Rifece la scaletta al contrario e si preparò il caffè, sorpreso di essere sopravvissuto a un’altra notte in un altrove così vicino.

Sarebbe andato sotto la doccia, poi avrebbe raggiunto il punto vendita, in attesa di… No, nella ferrea speranza che lo andasse a trovare tra i primi clienti, per la gioia minima di toccarsi le mani nel passargli il sacchetto con la spesa.


Se non aveva imparato abbastanza, se non aveva accumulato coraggio in tutte le notti che avevano preceduto questa, aveva sempre la meraviglia di essersi innamorato. Senza preavviso.


Sua moglie dormiva nella stessa posizione e sembrava non volersi porre domande. E già s’impantanò nel gioco subdolo di delegare a lei le soluzioni. Non funzionava così, non poteva neppure sperarlo.

Si lavò, non troppo a lungo per conservare addosso l’odore dell’altro: gli avrebbe fatto compagnia sotto i panni consueti dei quali si sarebbe rivestito, e avrebbe chiesto tregua alle decisioni che non voleva prendere.

“Almeno fino alla prossima notte, grazie”, pregò.

Rodolfo chiuse la porta dietro di sé e lasciò la casa silenziosa com’era la sera precedente: i rumori detestano i luoghi dove non succede mai niente. Fuori il mondo reclamava la sua attenzione. Avrebbe riacquistato il contegno che sapeva di poter mantenere senza soffrirne troppo. Degli altri si sarebbe occupato più avanti.

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Scrittore

Nelle mie ormai rare incursioni su typee vado cercando letture per cui valga la pena, e questa tua lo è. Condivido in toto il commento di Adriana, e aggiungo che ciascun elemento di questo racconto si integra perfettamente con il soggetto scelto senza scadere mai nella retorica, come spesso accade quando si parla di omosessualità. Se posso permettermi, non avrei aggiunto quella breve spiegazione sul primo incontro dei due amanti. Scrittura ottima davveroSegnala il commento

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Antonio M. ha votato il racconto

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Maceto Pobbi ha votato il racconto

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Mi dispiace, il tema mi è ostile. Fermamente ostile. Alla faccia del Sig. Zan. Però scrivi così maledettamente bene, che non posso fare a meno di votarti.Segnala il commento

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Clarissa Kirk ha votato il racconto

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Nicol70 ha votato il racconto

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Germinal68 (Sandro) ha votato il racconto

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Simone Dell'Omodarme ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Il Verte ha votato il racconto

Scrittore

Il tuo tratto pacato, di calma apparente nasconde movimenti tellurici, di pancia, di testa sangue e ormoni, e li fa solo percepire Anche a me arriva la percezione di più i livelli emozionali che si intersecano. Scritto molto bene, almeno per me Segnala il commento

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Shalafi ha votato il racconto

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Agata99 ha votato il racconto

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Vittoria Abbo ha votato il racconto

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Helena ha votato il racconto

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Emil M. ha votato il racconto

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Zoyd Gravity ha votato il racconto

Esordiente

Il pericolo viene sempre in forma di domanda? Devo ancora rifletterci, mi ha incuriosito. Uno stile leggero che a tratti ha stimolato molto la mia immaginazione. Mi è piaciutoSegnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

Esordiente
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Anonimo ha votato il racconto

Esordiente

un "dette" ormai poco diffuso all'ingresso mi ha incuriosito. l'ho ritrovato più avanti. c'è una introspezione densa e ben trasmessa, oggettiva e delineata. calata nel reale. trovo invece forzata (rocambolesca) la scena del protagonista che sale dall'amato in quel modo (abitualmente se ho ben inteso). in qualche periodo la mia lettura si incastra. ma sono gusti, abitudini, deformazioni. buon testo. non uso i pallini.Segnala il commento

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Imago ha votato il racconto

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Bella complimenti Segnala il commento

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Artèmide ha votato il racconto

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Violeta ha votato il racconto

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caio bongiorno ha votato il racconto

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Certe cose si fanno quando non puoi dormire. Quando viene la luna e ti chiede di uscire. Non c’è altro momento, perché è impossibile trovarne altri, nel caos del quotidiano, che possano permetterti di volare senza ali. E senza poterti fare male.Segnala il commento

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Loretta 68 ha votato il racconto

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Il puma del Sîambù ha votato il racconto

Esordiente
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Franco 58 ha votato il racconto

Esordiente

Molto bello, complesso ma di "facile" lettura, considerando tutti i livelli di riflessione che ci fai attraversare. Segnala il commento

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Sonia A. ha votato il racconto

Esordiente
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Davide Marchese ha votato il racconto

Scrittore

Mi hai costretto a leggere fino all'ultima riga! Un racconto pieno di sentimenti perfettamente bilanciati fra la loro impetuosita' e repulsione. Realtà e fantasia vanno a braccetto e il senso del vuoto di vivere contrapposto all'angoscia della brama di un amore. Di un amore. Punto, appunto. Complimenti!Segnala il commento

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Anonimo ha votato il racconto

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Valentina B ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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piaciuto tanto tanto. bravissimo Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

Scrittore

Che bravo, Giampiero! Un racconto così ben costruito, un linguaggio così misurato, come lo sono i passi del protagonista quando salgono verso la felicità o scendono verso l’abitudine e il perbenismo. Davvero un grande pezzo.Segnala il commento

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Adriana Giotti ha votato il racconto

Scrittore

Un testo cesellato con maestria. L'autore scompare, e lascia ai protagonisti la scena. Un racconto che ha tanto da insegnare su cosa siano la tecnica e il talento.Segnala il commento

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Annacod ha votato il racconto

Esordiente

Concordo con doktor uno dei tuoi racconti migliori. Complimenti Segnala il commento

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Katzanzakis ha votato il racconto

Scrittore

Scritto con grande sapienza.Segnala il commento

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doktor ha votato il racconto

Scrittore

notevole, Giampiero, una delle tue cose migliori. Un vai e vieni fra due dimensioni diverse e opposte dell'essere, con uno stile adeguato e una scansione temporale ben articolata. Bravissimo.Segnala il commento

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Antonella Avolio ha votato il racconto

Esordiente
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Urbano Briganti ha votato il racconto

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di Giampiero Pancini

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