È che si fa sera e non può impedirsi di uscire. L’aria intorno è incolore, ma ha una trasparenza luminosa, e i fiori in giardino brillano. La donna controlla il bocciolo dell’agapanto: viene su bene. Tra poco esploderà, proprio come un piccolo fuoco d’artificio, d’azzurro. Non ricorda più i nomi di molte piante, ma dell’agapanto sì. Agapanto, fiore dell’amore. Il ricordo del greco antico l’aiuta molto, può ricostruire alcune parole. Ci sono parole che l’assillano, le arrivano quando meno se le aspetta: se le rigira in bocca, le assapora, poi le pronuncia a voce alta, per ascoltarne il suono - bezoar, galaverna, scialbo, garrule. Garrule sono le rondini, che a quest’ora saettano in cielo. Se l’aria intorno è incolore, lassù no. È anzi un colore intenso, tra l’azzurro e il blu - indaco, forse. Indaco è una bella parola. Le rondini intrecciano i loro voli, sono talmente veloci che sembrano lasciare una traccia, o meglio un ricamo a punto croce. Troppo veloci, fuggono via come le parole dalla sua testa. Inafferrabili. Le vengono in mente sempre dopo, le parole giuste, quando non servono più. Magari di notte, a disturbarle il sonno. O le confondono i passi durante una passeggiata. La distraggono, perché hanno troppi lati e troppi angoli, e accenti che le distinguono. E brucia il soffritto, che invece dovrebbe friggere piano piano, mentre lei cerca un’associazione di suoni. Non passerà molto tempo, da ora a quando dovrà scrivere dei biglietti da appiccicare alle cose - TAVOLO, SEDIA, BICCHIERE, PORTA. La porta non dovrà essere aperta. E se poi le parole perderanno il loro senso? Se - meglio, più probabile - non assocerà il suono giusto alle lettere? Questa cosa dei suoni. In qualche modo è già successa: era in prima elementare, la maestra disegnava le lettere dell’alfabeto alla lavagna e ne indicava la pronuncia. La maestra Maria era vecchia, e vestiva di scuro. Portava i capelli grigi raccolti dietro la nuca, e scarpe basse allacciate. Ma aveva una bella bocca, con denti grandi inclini al sorriso. Era di origini slave, chissà se si chiamava davvero Maria. Aveva riempito la lavagna di lettere, e chiesto alle alunne di ripetere i suoni. Lei chiese Perché. Perché, cosa. Perché devo chiamare A quel segno. Questo? Sì, quello. Perché non posso chiamarlo B. Erano andate avanti un bel po’ a discutere, la maestra Maria sorpresa, entusiasta, lei intestardita a non accettare le sue risposte. Poi la maestra aveva chiuso il discorso: Si chiamano convenzioni, e vanno accettate. Ora lei le direbbe che le Convenzioni possono uccidere, che il mare è pieno di cadaveri di donne e uomini e bambini. Che in alcuni luoghi del mondo si costruiscono strade solo per nascondervi sotto i rifiuti di cui altri Stati si devono liberare. Convenzioni, accordi - i benefattori si stringono le mani senza rimorso (non sentono né il primo né il secondo morso) per un bimbo spiaggiato, per coloro che perdono i capelli a manciate, per un uomo ammanettato e buttato chissà dove. E noi lo sappiamo. Perché non può immaginare, maestra Maria, che oggi tutto possa essere condiviso, messo a disposizione in un modo che lei non ha conosciuto: possiamo vedere cose che accadono nell’altra metà del mondo nel momento stesso in cui accadono, non è incredibile? Possiamo essere informati, conoscere. Oppure possiamo impedirci di guardare, cucinare un piatto di zuppa e mostrare al mondo intero come utilizzare gli avanzi. Magari, questo sì, con umano rimorso. Ma che nostalgia della scuola, le sembra ancora di essere lì, nella sua classe delle elementari. Perché è così: a volte passa un anno luce tra la buonanotte e il buongiorno, e cinquant’anni volano via in un secondo. E questo bocciolo d’agapanto potrebbe aprirsi adesso, ed esplodere d’azzurro. Poco è il tempo che le resta per scegliere quello che c’è da dire o da non dire. Che certe cose non andrebbero pensate, figuriamoci dette. Per dirle poi, perché i pensieri si trasformino in parole, bisogna che le parole arrivino al momento giusto. Non dopo. Quando il non dire è importante le parole si formano a migliaia nella sua testa, pressano per uscire, le sente nitide e pronte a costruire catene perfette di logica. Quando invece occorre spiegare - svolgere, distendere, o anche chiarire, farsi capire, fare capire - allora le parole si staccano alla rinfusa dal luogo dove sono nascoste (ma poi, chi ce le ha messe, lì?), sciamano via, frullano lontano come queste rondini, gioiose e garrule, o come piccole ombre separate dal corpo che le proiettava. Inutili.

Il muso bianco di un gatto si affaccia sul muretto del giardino, Poi spicca un salto deciso, con il corpo teso verso l’alto. Vorrebbe acciuffare una rondine? Stolto! Ricade sui quattro piedi con un piccolo tonfo, si volta a guardarla e strizza gli occhi a fessura. La donna si avvicina, l’accarezza. Il pelo è morbido, sembra un piumino. Perché pensa a qualcosa di sensuale, ora? È un ricordo che affiora, una storia. Sì, ecco, un racconto erotico di Vargas Llosa, dove c’era una donna a letto con tutti quei gattini bianchi. Un pensiero stupido in questa sera di maggio, così trasparente e fresca. Un pensiero di cui vergognarsi, e la vergogna fa fuggire le parole È tempo di rientrare, ormai. Tra poco arriverà suo marito, e le darà un bacio lieve. Un bacio fraterno, ma posato sulle labbra per ricordare quello che c’è stato.