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Non-fiction

Chi ama tromba

Pubblicato il 31/01/2021

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“Chi ama tromba, chi tromba chiava e chi non tromba si mena la fava”. La riflessione teologica degli ultimi decenni ha portato al ridursi dell’utilizzo del termine “peccato”, spesso sostituito con “male, fragilità, debolezza, inspiegabile evento tragico nella perfetta creazione dell'Essere”. La parte oscura, l’ombra, direbbe Jung, la cosa di cui non si deve parlare. Dukkha, malattia, vecchiaia, morte, mentre la logica del red carpet impone la smaglianza, il glamour, bellezza, giovinezza o la sua imitazione. Dagli anni Sessanta è stato via via costruito un tabù che impone di non nominare la parola “vecchiaia”. Bisogna trovare delle parafrasi o evocarla col termine “giovinezza” accompagnato da aggettivi o avverbi (non ottantenni ma diversamente giovani). La retorica del pensiero positivo e la centratura sulla forza eroica dell’io (cara ai marketing mental… coach e di tutto e di più) impone la castrazione della parte oscura. Tutto precipita in un campo di abbagliante luce totalitaria (Ganzfeld). I listini borsistici sono sempre aperti anche quando sono chiusi. La luce del duty free evoca la psichedelia della vita eterna ma anche l’asetticità della sala operatoria. Ecco che cos’è l’idolatria. L’adorazione del feticcio materiale (il prodotto, lo status symbol, il corpo a vent’anni… che dovrebbero essere l’apogeo dell’umano…), feticcio intriso di vuoto e nulla, l’immagine preconfezionata che non consente la libera fantasia erotica e metafisica sul divino (il totalmente Altro come istanza liberatoria da questa realtà alienante, o lager, Egitto, esilio, malattia). Una volta ho sentito dire “il sesso è la cosa più convenzionale che esista”. La nuova borghesia heroin e cocaine chic planetaria ha riesumato l’antico fascino indiscreto tramite l’esibizione terroristica della propria sprezzatura nella vita sessuale ed estetica e cinicocannibalesca. Nella catena alimentare della rappresentazione, l’imitazione adeguata per le fasce più deboli della società sono le vicende dei personaggi del “Grande Fratello VIP”, la rappresentazione di potenza sociomediatica e monetizzabile in Instagram, You Tube ecc. (Kim Kardashian). Non essere sexy, belli o attraenti è il nuovo peccato mortale, la ragione di una frustrazione radicale, un’impurità, una macchia che impone o l’autoesilio nell’invisibilità e nella vergogna (il lebbrosario, l’area degli “sfigati”) o il ricorso alla chirurgia estetica. Ma un giorno arriveranno i robot toys, replicanti avanzatissimi che reciteranno il partner, senza più bisogno del rischio della complessità dell’altro. Ma forse qui sto facendo boutades distopiche d’accatto. Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio…


***


Lo scopo della mia vita


Lo scopo della mia vita è restare a letto il sabato e la domenica mattina e fantasticare su come uccidere due o tre persone che più mi hanno amato… in modo letale. La mattina non friggo le uova, non faccio nemmeno il caffè, anche se lo vorrei tanto. Il caffè è fatto per essere portato a letto da qualcun altro. Ho voglia di caffè ma mi passa la voglia, guardo la moka con desiderio e indolente nostalgia del paradiso perduto. Lo scopo della mia vita è essere riverito e servito. Così mi ha allevato mia madre. Non essere un individuo autonomo e responsabile. Ho bisogno di dare continuamente la colpa a qualcuno delle mie scelte. Ho bisogno di un oggetto su cui indirizzare la rabbia. La rabbia è la mia forza oscura, mi dà la furia e la gioia (potrebbe dirlo Al Pacino). Mi eleva alla gloria. Sono il primo di un solo figlio unico. Sono il solo. The big one. L’Unigenito.

Ho paura della mia ombra. Striscio contro i muri, la notte, passando oltre i tossici, gli africani, i guappi e gli spacciatori, le prostitute sessantenni (marocchine o dell'Est?). Sfioro gli spiriti dell’aria chiedendo scusa. Madonna solitudine. A cinquantanove anni il futuro è un lusso. Ludra spianata di eventi accatastati alla rinfusa sui decenni scorsi. Il filo rosso? Che se lo trovino gli storici. Il secolo breve. Il secolo beve. (La Milano da bere). (Il Roxy Bar). (Majakovskij ed Hemingway che si sparano, come prima Van Gogh).


***


Crisi di governo


La crisi di governo è bella. È un genere teatrale ellenico-italico messo a punto soprattutto da Aristofane e Plauto. Contrasti, rivalità, differenti verità per ogni piano di realtà, dichiarazione e smentita quasi simultanea, equivoci, una persona tante maschere, inganni, trappole, cambi rapidi di costume. Ogni individuo ha una sua strategia. Poi c'è l'appartenenza. Ma è relativa. Sì è del gruppo ma non del tutto. Il Rinascimento italiano (ma anche Boccaccio, prima, poi Guicciardini) ha esaltato l’agire per il "particulare", l’interesse privato, familiare, lobbistico, tutti si alleano con tutti e li possono tradire. Firenze Roma Milano, tutti contro Venezia (meglio se scomunicata). Ma se Firenze diventa troppo potente, il giorno dopo tutti contro Firenze (le guerre di mafia hanno una dinamica simile, come l’anarchia feudale o la crisi militare del III secolo d. C.). L'importante è pararsi il culo. Nel gioco fallico priapico degli antichi italici (fescennini) penetrare, fottere è essere vincenti, essere penetrati è essere sfigati, perdenti, passivi (se non si prova piacere). Lo stesso capita nel condominio, al lavoro, in società, nei siti. (Mio padre, icastico, cinquant’anni fa: “Il mondo è tutto un frega-frega”). Tutti gli italiani praticano la crisi di governo, l'italiano profondo è trasformista fregoliano. La crisi di governo è la foresta dell'Orlando Furioso. Tutti desiderano un oggetto, lo cercano, lo inseguono, l'oggetto sfugge. Allora il desiderio cambia oggetto (Angelica mi sfugge, allora cerco l’elmo, poi il cavallo, poi la spada, poi ancora Angelica, poi perdo il senno e vado a cercarlo sulla luna). L'equilibrio è solo temporaneo. La stabilità è la fase, possibilmente non troppo lunga, della preparazione della futura crisi. (L’infinito genio di Shakespeare farà suo tutto questo immenso patrimonio).

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Rosnikant ha votato il racconto

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Urbano Briganti ha votato il racconto

Esordiente

"chi ama brucia" era il famoso slogan pubblicitario degli anni ottanta!! Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Tanta roba, sì, e tanta capacità di "scriverla"...Segnala il commento

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Helena ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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🥵 tutto d’un fiato l’ho letto! Senza parole perché : Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio… Segnala il commento

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StefanoS ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Cinzia M. ha votato il racconto

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blu ha votato il racconto

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ma che bello. tutto una “perla”Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Spezzoni di ordinaria follia. Consiglio la visione del film Lei suona il piano e lui la tromba.Segnala il commento

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Roberta ha votato il racconto

Scrittore

le crisi di governo nella luce dei duty free. mentre nessuno ci porta il caffè.Segnala il commento

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MMarianella ha votato il racconto

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Che bella raccolta di attimi. Segnala il commento

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Che dire? C’è poco da aggiungere. Bravo, Ezio.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Tanta roba. Segnala il commento

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di Ezio Falcomer

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