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Narrativa

Chiusa in casa

Pubblicato il 15/10/2020

E' difficile soffrire di depressione quando si vive da soli in casa. Tutto sembra finire quando si esce, gli altri ci vedono come persone senza problemi. Quando ritorniamo a casa e richiudiamo la porta, siamo in due anche se siamo soli.

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Se domani non dovessi svegliarmi, lasciami dove sono, avvoltolata nelle coperte leggere se è estate, in panni pesanti se il ciliegio che si vede dalla finestra è scheletro.

Tu va’ dove vuoi, solo una cosa: lascia la porta socchiusa. L’anima deve uscire da qualche parte.

Vorrei ritornare sul pavimento a piedi nudi che non ho, calpestare le mattonelle che tu stessa hai incollato, all’inizio, sudata e convinta della tua vita insieme a me. Vorrei anche sfiorare il passamano in legno massello che c’era già quando abbiamo comprato questa casa. Liscio e specchiante in cui non mi vedo più. Sorriderei nel farlo, gradino dopo gradino, fino alla fine della scala e l’aldilà.

Mi avvio all’esterno, non mi fermi?

La verità è che sono morta, e tu non puoi fermarmi. Ti ho chiesto di lasciarmi lì, assopita senza respiro perché forse non ti sei neanche accorta che io non ci sono più.

Avresti ripetuto parole: “dormigliona”, “scansafatiche” o espressioni: “meglio se ti trovi qualcosa da fare” , “L’appuntamento dallo psicologo te lo fisso io se tu non ti decidi”.

Volevo solo dormire un altro po’ seguito da altri istanti a sommare, fino a darmi una giornata completamente innocua, in cui dormo e non soffro. Dormo e non soffro.

E invece sono morta. Sto scendendo le scale e sento in cucina l’odore di frittelle americane che ogni giorno cucini.

Mi sono sempre chiesta come facessi a fare tutte quelle cose nonostante tu lavorassi. Ti svegli e cucini per due, vai a lavoro, torni e ripeti il cibo, mi ascolti, porti fuori il cane, ti occupi dell’auto, della casa e di pagare le bollette. Io invece non riesco neanche ad alzarmi dal letto, aspetto che il ragno mi venga a mangiare. Sono una mosca senza ali, dopotutto.

In cucina non c’è niente. Non un piatto di frittelle, né una caffettiera sporca di caffè amaro.

In fin dei conti io sono morta, perché avresti dovuto cucinare per me?

Cammino nel chiaro della cucina, tra ripiani beige e tavoli marroni in legno chiaro. Lo decisi io questo arredamento. Forse tu. Molto più probabilmente tu.

Io non decido mai niente, da sola.

E così andasti al centro commerciale a scegliere i rivestimenti, te li consigliò la tua amica del cuore. Forse lo feci io. Non ricordo. Mi mangiavo le unghie. Solo quello seppi fare quel giorno. Mangiarmi le unghie mentre tu chiedevi informazioni ai commessi che a me sembravano mostri spaventosi, che mi guardavano mangiarmi le unghie fino a vedere il sangue.

Nel bagno, mi avvolgesti sul dito un cerotto trasparente con un pezzetto di carta igienica sotto. Quanto bruciava l’acqua ossigenata! Ma tu dicevi che era per il mio bene e io dovevo resistere.

Sai, io non è che sapessi bene cosa fosse per il mio bene. Io faccio le cose solo automaticamente, solo le cose che so.

Così stamattina niente colazione. Poco male, tanto sono morta.

Ritorno sopra, facendo la strada al contrario. Salendo le scale, appoggiandomi alla ringhiera. E’ così difficile quando sei viva, quasi leggero quando muori. In fin dei conti non ho corpo adesso.

Ma devo andare. Ritornare nella nostra camera con un letto ad una piazza e mezza che scegliesti su internet. Ricordi quando arrivò? Il corriere suonò il clacson e lo aiutasti a portare il pacco di sopra. Forse gli facesti gli occhi dolci per farlo perché sul pacco c’era chiaramente scritto “consegna piano strada”. Salire quei gradini in più era per lui qualcosa che non avrebbe dovuto fare.

Ma fu gentile e tu me lo dicesti. Io non dissi niente, sparì dalla faccia della terra non appena tu gli dicesti “buongiorno”.

Perché io sparisco sempre ogni volta che tu inizi a parlare con qualcuno.

Però fino a quel momento, poco prima dello scampanellio io ero lì: sentì il furgone, il clacson, il campanello. Forse riuscì anche a urlare “arrivo!”

Ma poi entrasti nella vita tu e io sparì.

E sparirò di nuovo tra poco, perché io sparisco sempre ogni volta che tu esci di casa. Per adesso sono ancora qui mentre mi metti addosso la giacca blu che ritirasti ieri dalla lavanderia. Sono ancora qui mentre mi infili le scarpe col tacco basso che Giorgio dice sempre essere troppo da vecchia. Sono ancora qui mentre mi sento stringere il collo dal foulard che comprasti in vacanza.

Quando vai allo specchio per metterti quel poco di trucco sulla faccia siamo in due, ma non ci vediamo.

Due donne uguali. Simili, ma difformi.

Esci e io mi rincantuccio in un angolo, morta provvisoriamente, mentre tu lavori e parli con i colleghi, ti arrabbi, giri fatture e documenti, fai la vita delle persone normali. Ridi, anche.

Io sono qui e ricomincerò a essere non appena saremo sole.

Tu e io. A fasi alterne.

Tu e io, in questa casa, appena richiudi la porta d’ingresso dietro di te.

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Silvia Lenzini ha votato il racconto

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Sempre affascinante il tema del doppio. (segnalo uscii invece di uscì)Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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di Carolina Fabrizi

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