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Narrativa

Cholos

Pubblicato il 27/11/2019

Racconto chicano

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L’estate del 2000 era alle porte, mi ero da poco lasciato con la mia ragazza dell’epoca e avevo bisogno di cambiare aria, ma non sapevo cosa fare.

Andai a scolarmi un paio di birre con Armando Ramirez, detto il Sureño, e gli raccontai la situazione. Mi propose di partire con lui per la California, due settimane.

– Vado a trovare mio padre – mi disse. – Non lo vedo da tre anni. Devi solo tenere pronto il passaporto e pagarti il viaggio, al resto ci penso io.

L’idea mi piacque subito. – Veng cu te.

Padre messicano e mamma napoletana, il Sureño era nato a Los Angeles nel 1974 e dall’età di sette anni aveva vissuto a Napoli con la madre. Com’era prevedibile, crescendo volle approfondire le proprie origini e riallacciò i rapporti col padre. Sapeva parlare spagnolo, il suo corpo era istoriato di tatuaggi ispanici ed era affetto da una forma lieve di ptosi palpebrale all’occhio destro. Fu a casa sua che ascoltai per la prima volta No Sunshine di Kid Frost e conobbi il Chicano rap.

Tutto ciò che vidi della California furono l’aeroporto di Los Angeles, il LAX, e la strada che conduceva al sobborgo di Santa Ana in cui abitava il papà del Sureño, señor Gustavo. In compenso, feci una full immersion nella vita quotidiana dei cholos, e quel viaggio si rivelò molto diverso dalla classica vacanza da turista.

Il Sureño mi avvertì che non avremmo avuto libertà di movimento, poiché in quei giorni la situazione sul territorio era abbastanza tesa. Il señor Gustavo era un veterano de La eMe, la famigerata organizzazione formata negli anni Cinquanta da un manipolo di detenuti ispanici provenienti da diverse bande latine di East Los Angeles, e se ci diceva di non allontanarci dagli altri e non superare certi confini, aveva i suoi buoni motivi. Di sicuro non smaniavo per beccarmi una raffica di MAC-10 da un’auto in corsa e crepare dall’altra parte dell’oceano a diecimila chilometri da casa, vittima di una guerra in cui non c’entravo una beata mazza.

Così trascorremmo la maggior parte del tempo nel giardino sul retro della casa del señor Gustavo, che presto diventò un porto di mare. I vatos mi presero subito in simpatia; io parlavo in dialetto napoletano e loro lo slang chicano, il Sureño faceva da interprete.


Fin dal nostro arrivo mi aveva stregato una delle donne che bazzicavano intorno alla gang, di nome Clarena. I suoi occhi erano neri e impenetrabili, emanava un fascino dominante e mi sorprendevo a scoprirmi eccitato come una preda sottomessa ai suoi voleri. Ma mi tenevo alla larga da lei, perché conoscevo le regole. Mi avevano accolto senza remore e non volevo mancare di rispetto a nessuno. Una di quelle sere però lei prese a puntarmi apertamente. Mi avvicinai al Sureño. Aveva fumato PCP, la polvere d’angelo, ed era bello fatto. A me non sono mai andati a genio gli allucinogeni.

– ‘O Sure’ – gli bisbigliai, – ma mi posso buttare con Clarena o è legata? Non vorrei che qualcuno se la prende a male.

– Compa’, ma ch stai aspttann? – mi rispose biascicando, con un sorriso da ebete. – È da quando stiamo qua che ti ha messo gli occhi addosso. Era sposata ma il marito se n’è andato due anni fa, perciò vai tranquill.

Non mi soffermai a farmi chiarire con se n’è andato cosa intendesse, andai da lei e non ci dicemmo una parola. Si alzò, con i tacchi mi superava in altezza, mi prese per mano e mi portò via da lì. Clarena mi donò una notte di sesso bollente: un grande felino dalle labbra carnose che inghiottì in un solo boccone i miei occhi azzurri.


Durante la mia permanenza non ci furono mai problemi e non assistetti a nessun episodio violento. In una sola occasione ebbi il sentore del pericolo imminente. Era pomeriggio e stavamo ammirando la Pontiac lowrider di un vato, Husky, quando un’auto sospetta, dai vetri oscurati, sbucò da una via laterale e rallentò. Oltre a me, al Sureño e Husky, c’erano altri quattro homies. Li vidi irrigidirsi e infilare le mani sotto le t-shirt bianche oversize per stringerle intorno ai calci delle pistole. Non successe nulla, ma quel singolo evento fu emblematico nel mostrarmi quanto la cultura di cui erano permeati quei ragazzi li portasse ad accettare l’eventualità che la loro vita potesse essere spezzata così, da un momento all’altro.

Nella macchina dai vetri scuri c’erano tre membri dell’Aryan Brotherhood, una gang suprematista bianca nata nel penitenziario di San Quentin negli anni Sessanta, conosciuta all’interno delle prigioni anche come The Brand, il marchio. Il señor Gustavo uscì fuori e li accolse come se fossero vecchi amici venuti a fare un picnic. Avevano simboli dell’ideologia nazista tatuati dappertutto, oltre alle iniziali AB e al trifoglio che richiamava l’Irlanda, patria dei fondatori della gang. Incuriositi dalla mia presenza, chiesero cosa ci facesse un bianco in mezzo ai chicanos. Il señor Gustavo, baffi folti e una maglietta nera infilata in un paio di Dickies color cachi, gli spiegò chi ero e da dove venivo. Al che uno di loro sollevò la canotta e mi mostrò il busto di Mussolini con l’elmetto tatuato su un fianco. Non sapendo che altro fare, mi limitai ad annuire.

Per quel che ne sapevo, se negli Stati Uniti eri un povero ragazzetto bianco senza amici e finivi nel carcere sbagliato, l’unico modo per non diventare il giocattolo di qualcuno e avere le spalle coperte dagli attacchi delle bande di altre etnie, era affiliarti a tua volta a una gang di bianchi; razzisti o bikers poco conta, l’importante è che facevi il possibile per farti accettare, e questo possibile consisteva spesso nella regola del Blood in, Blood out: sangue per entrare, sangue per uscire. Quindi, e come sempre, non mi permettevo di stare a sindacare.

Il señor Gustavo li condusse in casa. Entrarono anche gli altri. Fuori rimanemmo io, il Sureño e Husky.

– Ma che so’ venuti a fare questi qua? – chiesi al Sureño.

Mi informò che quelli della Fratellanza erano alleati storici della eMe, e facevano affari insieme.

Il White Power e la razza pura andavano bene fino a un certo punto, poi c’era il business.

– Incontro ad alti vertici, eh Sure’?

Lui rispose con un ghigno, poi si allontanò per raggiungere il padre.

Me ne tornai con Husky alla macchina e ci fumammo un cannone d’erba. Ero ancora mezzo stranito per il fatto che il Sureño non mi aveva detto nulla dell’incontro, ma non avrei mai vissuto un’esperienza del genere se non fossi partito con lui.


Il Sureño fu assassinato quattro anni dopo a Ponticelli con tre pallottole calibro 7,65. Aveva trent’anni.

Il señor Gustavo giunse a Napoli per il funerale. Lo abbracciai col volto bagnato dalle lacrime e il cervello offuscato dal veleno. Mi confessò che aveva creduto in un futuro diverso per il figlio, lontano dalla logica delle gang di strada, ecco perché all’epoca aveva accettato senza battere ciglio la decisione della madre di portarselo con lei in Italia. Invece il Sureño aveva finito per trovare la stessa sorte, forse perché quando nasci tondo non puoi morire quadrato, e perché la mela non cade mai lontano dall’albero, e tutte le altre stronzate che ci diciamo alla ricerca di una giustificazione che dia una parvenza di razionalità al caos delle nostre vite. La mente rifugge il mondo circostante e si aggrappa a ciò che di buono resta. Per me, durante il funerale, equivaleva a catapultarmi in quell’assurda vacanza di quattro estati prima a Santa Ana; il Sureño era lì davanti a me, come se non fosse passato neanche un giorno.

– Neanche un giorno, ese – sussurrai mentre richiudevano la bara.

E così sarebbe rimasto nei miei ricordi: con un occhio mezzo chiuso e quel sorrisetto da bastardo, strafatto di PCP e circondato dai carnales.

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Messina Giuseppe ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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esteban espiga ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Graograman ha votato il racconto

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M. Mark o'Knee ha votato il racconto

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Direi perfetto il tono piatto, quasi rassegnato, che amplifica e sottolinea l'assurdità di certe vite quanto di certe morti.Segnala il commento

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Biodegradavide ha votato il racconto

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Barbara ha votato il racconto

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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

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Bello. Scrittura pulita, ruvida il giusto. E una trama, finalmente una trama, che raramente se ne trovanoSegnala il commento

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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palu ha votato il racconto

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Federico D. Fellini ha votato il racconto

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Bella scrittura: secca, pulita, senza sbavature né cedimenti. L'avevo già letto, e continua a Piacermi. Segnala il commento

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Otorongo ha votato il racconto

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di BULLET

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