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Autobiografia

Ciclobiografia

Pubblicato il 13/03/2019

non è autobiografia, è ciclobiografia

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Devi essere qualcuno per dire autobiografia, chi è nessuno può essere chiunque, ad ogni modo mi avvalgo della facoltà di non essere.

Fatta non fui per scrivere, per cosa allora, ancora me lo domando. Certo è che lo scrivere non mi ha portata al cosa ma mi tiene per la via. Se mi chiedo come ebbi la folle idea di scrivere il primo romanzo, la risposta la conosco: per leggere, leggere e leggere fino alla fine dei miei giorni, pomeriggi, sere e notti. Sì, perché il piano era semplice: piazzo un best-seller e poi mi dedico alla lettura sempre e per sempre. Non andò così, il romanzo non fu né best né seller; il secondo meno ancora. Il successivo, per la legge del non c’è due senza tre, mi permise di non sfigurare. Non rientro nel genere “volevo scrivere fin da bambina”. Io da bambina volevo fare la missionaria, quando poi scoprii che poteva alludere a una copulazione passiva e succube, lasciai perdere. Rimasta senza un fine, né basso né elevato, mi imbattei nell’inquietudine. Mi si affezionò più di quanto io gradissi ma a lei devo l’avvio dei miei primi memorabili diari. Uno solo in verità, perché, scoperto che la genitrice ci affondava occhi avidi di segreti, strappai ogni singolo foglio, giurando che mai più avrei scritto. Non mantenni la promessa, i temi a scuola li svolgevo e i voti sempre alti furono la vendetta del diario assassinato. Gli insegnanti insistevano che dovevo assolutamente continuare con il liceo classico ma, causa acredine con la genitrice spiona, mi impuntai per poter lavorare, lavorare, lavorare. Come per il best-seller, il piano era semplice, diventare ricca e uscire dal raggio d’azione della madre, angustiante più dell’inquietudine. Mi restarono addosso entrambe; la ricchezza invece rifiuta da sempre anche solo di avvicinarmisi.

Le autobiografie rispettano la cronologia e non hanno limiti di spazio, io di caratteri ne ho solo 5000; con tecnica circense salto di una ventina d’anni e dall’adolescenza atterro più avanti, con la pura arte dello scribere, con la b, non è un errore.

Internet viaggiava ancora alla velocità dei criceti in coma, 56 k, ma venni traghettata di nuovo fino alla tastiera. Mi veniva più facile scrivere che parlare e così amici e conoscenti e compagni erano oggetto di chilometriche comunicazioni. Se avessi saputo quante volte avrei traslocato, non avrei stampato e archiviato ogni mail riempiendo una ventina di dossier. Ogni spostamento è stato un editing selvaggio, di tagli così massicci che nel 2009 mi ritrovai con un solo piccolo trolley, e infine anche senza più parole, che a un certo punto svanirono perché non sapevo come dire e come dare forma e come dare senso e come strutturare e come farmi capire.

Silenzio.

Di anni, di secondi, di cicli e ricicli, di me e di ogni cosa, sapone e olio su cui la discesa diventava inarrestabile, scavando per andare oltre il fondo, riuscendoci alla grande anche a mani nude. Tutti abbiamo almeno un talento, magari sconosciuto, il mio lo è ancora.

Volge dunque al termine questo ciclo di salti e balzelli fra perché e per come, fra fogli vergati e carte stracciate, tra concorsi e premi letterari fallimentari dinieghi rifiuti porte mai aperte e lavori di ripiego.

Un ultimo salto, di quelli fondamentali, alla capanna dello zio Tom. Che io ricordi fu il primo libro che mi venne regalato e che lessi. Poi ci furono il piccolo lord e la bella addormentata nel bosco. Da noi non circolavano libri, era una casa di simil braccianti agricoli tuttofare, di sani principi e con nulla in comune con me, secondo me. La scuola mi piaceva per questo, perché potevo leggere e perché potevo avere libri. Pagine e parole stampate mi davano qualcosa che non sapevo spiegare ma sapevo che mi piaceva. Non divoravo romanzi, non ne avevo, ma rimasi con occhio attento in attesa di ogni segnale che potesse portarmi a un libro. Ricordo con un sentimento vicino all’amore l’armadio di metallo chiuso a chiave che il professore di italiano apriva per farci prendere i romanzi da leggere. La cruna dell’ago fu il mio primo prestito della minuscola biblioteca scolastica. Quando anni dopo guardai il film con Donald Sutherland, le mie emozioni di quei giorni di pioggia nella casa umida sulla poltrona rivestita di cotone verde restando incollata alle pagine, tornarono immediate.

Se dovessi scegliere fra la lettura e la scrittura, sceglierei la lettura, perché è leggere che mi ha fatto venire voglia di scrivere. Col tempo ho però scoperto che anche scrivere intensifica la voglia di leggere, di scoprire come hanno risolto altri i miei dilemmi e le mie difficoltà e per scoprire cosa li abita cosa li agita cosa li calma.

Partita con 67 termino con 52, dalla nascita alla maturità che maturità non è, perché la mia ciclobiografia continua a girare e non so fino dove mi condurrà né per quanto andrà avanti. Nell’attesa, posso di certo continuare a leggere e forse, di tanto in tanto, scribere, con la b, non è un errore.


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Paolo Sbolgi ha votato il racconto

Esordiente

Bello. Scorre che è un piacere, ironico e malinconico Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto molto lo stile ironico, il dialogo con il lettore, il ritmo e il "giocare". Piacevole. Segnala il commento

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ANNA STASIA ha votato il racconto

Esordiente
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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente

Non siamo mai sazi di leggere e scrivere, o "scribere" come dici tu. Bello stile, ironico ed elegante.Segnala il commento

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Orso Bruno ha votato il racconto

Esordiente

Cronaca, bella, di un'intensa e struggente storia d'amore.Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

Esordiente
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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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Tella ha votato il racconto

Esordiente

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Il_dandy ha votato il racconto

Esordiente
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di Grazia Palmisano

Esordiente