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Narrativa

Cinque

Pubblicato il 03/03/2019

Venticinquesima ora

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Va bene, non l’ho proprio visto, ho capito che era saltato dai cerchi sull’acqua, dal plif del tuffo di rientro. E non è che io sia proprio venuto qui a pescare. Ho deciso di fare così: cinque blocchi da cinque.

La prima volta che l’ho visto è stato in pieno giorno. Il sole rendeva trasparente l’acqua della darsena. Ero lì, seduto a leggere, quando ho intercettato il movimento. Non i soliti gabbiani, ho percepito qualcosa di più grande. Un forte odore improvviso di birra e l’immagine di qualcosa di bianco, grande, che planava. Ho esplorato prima la scia olfattiva: un tizio grande e grosso, gambe larghe, ben piantato, giacca a vento aperta su una felpa verde fluo con un grande numero nero sul petto, bottiglia alle labbra; poi, mentre ancora cercavo di individuare i due cigni, ne è planato un altro.

“Belli eh?”.

Ho ripreso a leggere.

“Ne avevo visti sempre e solo due, mai tre tutti insieme”.

Mi ostino a tenere la testa bassa, muto, finché non mi ritrovo senza libro. Lo chiude, non faccio in tempo a dire dannazione, il mio romanzo vola sotto la superficie trasparente, i cigni svolazzano spaventati, mi tiro su.

“Era ora! Vedi quel passaggio?”.

Sono arrabbiato ma seguo il suo dito e guardo.

“Una volta era possibile passarci dentro e si arrivava a Porta Romana, è un passaggio segreto, lo sapevi?”.

Non rispondo, riprende a bere. Un plif sull’acqua; guardo, mi sporgo, seguo l’ombra. I pesci in darsena e nel naviglio li ho visti tante volte, ma quello. E’ gigante, enorme, bello, sfuggente. Faccio appena in tempo a guardarlo negli occhi, piccoli, furbi, intelligenti. Un colpo di coda. Sparito.

Devo rivederlo, non può finire così.

Il primo blocco è andato, insieme al ricordo del tipo ben piantato del pesce gigante dei cigni. Sono le quattro di domenica mattina ormai, il freddo si è deciso ad arrivare con dicembre. Il velo di nebbia sul naviglio rende denso e cremoso il riflesso delle luci nell’acqua. Un’auto mi ha superato, è ancora sabato notte per lei, sta rientrando a casa.

Io invece me ne sto qui, un folle insonne poggiato alla ringhiera del naviglio, in attesa. Sono lontano almeno sei chilometri dalla darsena, nella parte periferica del naviglio. Mi stringo il collo della giacca a vento fino all’ultimo dentino della zip, calco meglio il cappellone di lana che mi arriva fino alle sopracciglia. Ieri volevo andare a sfoltirle e aggiustarne il disegno.

E’ quasi finito il terzo blocco e non ho nemmeno fame.

Ho aspettato, e guardato, ho seguito lo scorrere dell’acqua per ore, ricordando quel giorno, quegli occhi, quel numero cinque nero sulla felpa verde fluo, il passaggio segreto, i cigni, il pesce. Arrivato all’ultimo blocco, la speranza si è fatta umida, che scemo che sono, come poteva ritrovarmi, che ne sa di me?

Raccolgo tutto, mi carico in spalla l’enorme zaino, un’auto passa, presto sarà lunedì, mi incammino.

Ho aspettato ventiquattro ore per niente. Alla venticinquesima ho capito che cigni pesci e amanti volano via o si inabissano a loro piacimento.

Ho intercettato un flip nell’acqua, una mano sulle spalle, la voce.

“Era ora! Sali”.

Mi strappa di dosso lo zaino, lo butta in macchina. Non ha la giacca a vento, però indossa la stessa felpa verde fluo col numero nero, ora lo vedo bene, è un venticinque.

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Dalcapa ha votato il racconto

Scrittore

Piaciuto molto lo stile e il ritmo. Davvero particolari ed efficaci. Segnala il commento

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Tella ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

Esordiente
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Il_dandy ha votato il racconto

Esordiente

uno stile inconfondibile, che ritroveremo negli anni futuri. Segnala il commento

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Franco 58 ha votato il racconto

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gionadiporto ha votato il racconto

Scrittore
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di Grazia Palmisano

Esordiente