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Narrativa

Claustrofobia

Pubblicato il 09/02/2019

Un giovane uomo deve affrontare una sfida dell'epoca moderna ma per farlo dovrà prima superare un ostacolo di natura opposta, quasi primordiale.

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Era un freddo lunedì di Novembre quando Simone, 25 anni, varcò la soglia di quell’enorme grattacielo che aveva sempre ammirato da fuori, col naso all’insù, sin dai tempi dell’università. L’orologio segnava le otto e trenta in punto. Indossava la sua giacca migliore e persino la cravatta, cosa avvenuta solamente alla sua seduta di laurea sotto costrizione di un padre fin troppo ansioso. Si sistemò il nodo e dopo aver fatto un grosso respiro si recò alla reception, stringendo nella mano destra la sua ventiquattr’ore di pelle nera. “Buongiorno, sono qui per il colloquio con la Fernatec” si rivolse deciso alla segretaria, dandole il foglio con la mail di conferma e un suo documento allegato. La donna disse buongiorno, inserì qualcosa al computer, dopodichè annuì e sorrise al giovane uomo. “L’ufficio è all’ultimo piano, gli ascensori sono in fondo a destra. Ma i colloqui inizieranno solo tra un’ora, può attendere nella sala qui accanto. Si accomodi pure.” Simone ringraziò la donna e sorrise, quasi a volersi scusare per il largo anticipo col quale si era presentato, si recò nella piccola sala d’attesa e notò di essere solo: scrutò la stanza in cerca di finestre e ne trovò due, di cui una fortunatamente semiaperta. Inspirò profondamente e poi espirò, sollevato. Una macchinetta automatica del caffè era in un angolo ma la ignorò, pensando di esser già troppo nervoso di suo: era evidente che l’unico modo per raggiungere l’ufficio per il colloquio era un enorme ascensore d’acciaio, chiuso, opprimente ed angusto. Una vera tortura per una persona che soffre di claustrofobia.
Iniziò a sudare freddo, seduto su una delle sedie di plastica blu di quella piccola stanza: non poteva fare a meno di pensare alle porte d’acciaio brillante degli ascensori, che si aprivano e chiudevano in continuazione, con un ritmo per lui quasi disturbante. Guardò il suo orologio da polso e si accorse di avere solo 49 minuti per riuscire a convincere se stesso ad affrontare quella sua paura primordiale. Cominciò a fare respiri profondi, con i palmi delle mani sulle ginocchia e la schiena dritta: era il colloquio più importante che avrebbe mai avuto l’occasione di fare e non osava neanche immaginare di rinunciare per colpa di quella sua fobìa. Le lancette sembravano correre e la situazione non pareva migliorare, così decise di prendere dalla tasca il suo smartphone alla ricerca di una qualsiasi distrazione che potesse, anche minimamente, calmarlo.
“Vediamo...”
Trovò un wi-fi libero, con una veloce connessione in fibra. Cliccò su una iconcina azzurra e bianca, entrando così nel suo profilo Twitter. “Ah, interessante. Ondate di indignazione per la nuova manovra economica del governo, insulti vari, urla in capslock ed ecco il riferimento ad Hitler e ai nazisti. La legge di Godwin colpisce sempre. T’oh guarda: ministri che scrivono usando faccine come dei quattordiceni brufolosi, ma in che Paese sto vivendo? Da chi siamo governati? Che ansia, meglio chiudere qui.
Cambiamo aria, andiamo su Facebook. Click sulla rassicuramente iconcina blu scura e... zac! Fidanzato ufficialmente, oddio. Ma c’era bisogno davvero di scriverlo? Beh, congratulazioni amico.
Scrolliamo la home, ah sì. Ecco le solite bufale sull'immigrazione, i commenti sotto quei post sono delirio all’ennesima potenza, un perfetto ritratto dell’italiano medio. Prima erano divertenti ma rileggendo quei commenti sgrammaticati, racchiusi in quei rettangoloni...oddio mi manca il respiro.
Tizia ha cambiato foto profilo, tizia ha di nuovo cambiato foto profilo, tizia ha ricambiato per la terza volta foto profilo in meno di 5 minuti. Cavolo, ma non ti accontenti mai? Esco, basta! Sono stanco di tutte quelle notizie di poco conto, quello che mi serve è una bella raccolta di immagini e foto rilassanti. Magari foto di paesaggi naturali, profili di città che un giorno visiterò. Magari mi aiuterà a calmarmi.
Loggo sul mio Instagram.
Ecco, come non detto: hashtag amazing, hashtag selfie. Oddio ma la gente quanti selfie al giorno si scatta? Perchè ai concerti invece di godersi il concerto pubblica decine e decine di video dell'evento? Godetevi l'attimo, santo cielo! Tutte quelle persone lì, ammucchiate coi cellulari verso l’alto. Sto per andare in iperventilazione, aiuto. Scorro da un riquadro all’altro, mi sembra di rimbalzare come la pallina di Pong, un vecchissimo videogioco degli anni Settanta.
Ma non si sentono soffocare da quei confini entro i quali racchiudono la propria vita, al solo scopo di ricevere likes di appagamento? Mi sento soffocare, non ce la faccio più!”
Spense il cellulare, lo infilò in tasca e si fiondò in ascensore affannosamente, aveva il fiatone. Mancava ancora un po’ al colloquio ma al ragazzo non sembrava importare: in quella grossa scatola di acciaio, assieme ad alcune persone, inspirò profondamente dal naso.
“Tutto bene, giovanotto?” chiese un uomo d’affari di mezza età.
“Ora sì, grazie” rispose Simone “Va molto meglio qui dentro che lì fuori”.

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Laura Camposeo ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Piaciuto sia il soggetto che la trama, anche se non li considero mai importanti. Quel che guardo è lo stile, e il tuo è buono.Segnala il commento

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Davide Marchese ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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