Finita la canzone del JubJub, il silenzio tornò a prendere possesso del litorale. Il Roc assunse la posizione totemica, eretto, con le ali aperte, il viso verso l’orizzonte.

«Sono come l’Olivo nella gabbia del Diavolo, le ombre viola delle foglie grigie scagliate sulla sabbia con la forza di un Ercole, qui, sul lato oscuro del Pianeta Terra, in attesa della Pasqua in cui ascenderò alla Spiaggia Iperurania: immacolata, perché monda da chiazze di mera apparenza».

Così parlò il Roc. Sognante Kurosawa piantato sul bagnasciuga inondato dalla luce del mattino, sembrava un’offerta allo Scrollalanza o a Kobiela e Welchman, gli Dei del Mare.


Tale almeno appariva a Jay dal roof garden della Fortezza Bastiani – aperta alla domenica dalle dieci di mattina, per consentire agli ariminensi di consumare lì il rito del brunch. Era una di quelle domeniche in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: ho bevuto troppo ieri sera. In pratica, una domenica qualunque, ad Ariminum. Lui se ne stava seduto sulla poltroncina Louis Ghost disegnata da Philippe Starck, accanto a una delle installazioni di Paolo Calzolari che sostituivano le tradizionali stufe a fungo per il riscaldamento degli ambienti esterni: lastre di piombo con potenti candele accese al di sotto che ne modificano senza tregua la superficie, protraendo in un tempo infinito il processo innescato dall’artista anche dopo la sua scomparsa.

Con la mente il giovane stava indugiando vagamente su Daisy bevendo una vodka al sandalo, quando la visione dell’uccello in riva al mare focalizzò il corso dei suoi pensieri. Ok, ok, il Roc era solo ubriaco fradicio, tuttavia un’offerta… Daisy era un enigma: più le si avvicinava, più gli sfuggiva. Ma, avendo fatto proprio il motto di de Chirico “Che cosa amerò se non l’enigma?”, sentiva crescere l’attrazione per lei. Doveva trovare un modo per fare breccia nel cuore della ragazza. Se fosse ricorso all’espediente antico della lettera d’amore?

Una lettera che esprimesse il desiderio di vivere con lei la molteplicità della vita senza rinunciare a nessuna esperienza. Superando il problema anche alla base di molte patologie di cui soffrivano i ricoverati del Fulgor, l’Ospedale psichiatrico di Ariminum, così descritto da Jung: “la Persona è un complicato sistema di relazioni fra la coscienza individuale e la società, una maschera che serve da un lato a fare una determinata impressione sugli altri, dall’altro a nascondere la vera natura dell’individuo. La società esige che ciascuno rappresenti una parte il meglio possibile: ciascuno deve stare al suo posto; l’uno è calzolaio, l’altro poeta. Non è previsto che si sia l’una e l’altra cosa a un tempo. Un uomo simile sarebbe differente dagli altri, non del tutto fido. Nel mondo accademico sarebbe un dilettante, in religione un libero pensatore”. 

Al diavolo la società e tutti i sergenti Hartman dell'Universo! Perché limitarsi ad avere una sola identità: l’Insegnante o il Batterista, il Burattinaio o il Neuroscienziato, il Pittore o il Saggista? Per poter essere incasellati nelle categorie commerciali di Amazon, di Netflix, di Pornhub? si chiese Jay.

Rammentò il caso di Andy Warhol. Originariamente era stato un grafico pubblicitario di successo e proprio per questo ebbe grande difficoltà a farsi accettare come artista. Io, pensava, sono uno che beve vodka, possiede la copia di un Boldini, ama il calcio, la pittura moderna, Wislawa Szymborska, i Led Zeppelin e Stanley Kubrick; uno a cui la riflessione ponderata è sempre piaciuta più dell’azione sconsiderata, la volontà più della rassegnazione, l’eccezionalità più della consuetudine. E, che, in assoluto, è dedito al feticismo dei piedi. Daisy magari adora il cinema, ama i gatti, indulge al sesso orale (povero illuso, N.d.R.), preferisce Dickens a Dostoevskij, il verde al rosso, i tatuaggi alle carte d’identità, sfogliare la realtà come una cipolla priva di nucleo invece che come un carciofo di cui estrarre il cuore. Quante cose avevano in comune, qual era il terreno condiviso del loro passato individuale su cui costruire una vita insieme? Un passato reinventato come quello degli innamorati, che trascorrono ore nell’anelito a fare proprio ogni singolo tratto dell’altro?

I dettagli sono tutto, aveva detto Helen; su questo, aveva ragione. Dettagli che cambiano e si rimescolano e si trasformano e si contraddicono e si dimenticano e a volte ritornano, ma non proprio come prima: “Nulla due volte accade/né accadrà”, dice la poesia. Scegliere e modificare la propria identità a piacimento, trovando sempre nuove figure in cui incastrare i pezzi unici che ne determinano comunque la singolarità: questo è il punto di arrivo di una libertà totale. Qui risiede il segreto della gioia di scrivere, per sperimentare la quale non occorre essere un Premio Nobel per la Letteratura: nella scoperta che esiste un regno di cui io, lo Scrittore, reggo le sorti indipendenti; che è possibile un esistere sotto il mio controllo; che sono in grado di costruire Universi in cui non si muove foglia che io non voglia. Di più: che si può realizzare un divenire condiviso, un’intelligenza collaborativa, un vivere conviviale, uno scambio continuo come avviene su Facebook o sui social network – quando riescono a essere comunità significative e non la mera espressione di chiacchiere esibizionistiche.

Il novello Orlando ricordava quanto Daisy vivesse in simbiosi con il suo iPad: dunque, forse avrebbe apprezzato il testo di una lettera scritta utilizzando il digitale e le opportunità offerte dal Web, che rende disponibili materiali infiniti, sui quali si può lavorare di taglia e cuci. La bravura consiste nella sapiente mescolanza degli elementi scelti, che nel risultato finale devono trovare la giusta proporzione, come in un cocktail. Ecco, pensò, allo Scrittore contemporaneo si attaglia il ruolo del Barman; la parte della vodka potrebbe essere attribuita al giacimento di notizie alle quali egli attinge.

 Jay conosceva la critica a questa concezione: si tratterebbe di un’idea epigonale di letteratura, involta nella rete dell’autoriferimento, nei cui nodi lo Scrittore è ridotto al ruolo di bricoleur, di “scrivano”, di eterno copista del già scritto. Eppure, gli aveva detto Kenneth Goldsmith durante un sit-in per sostenere la depenalizzazione del reato di plagio, grazie al Web siamo tutti dei John Cage, dei Marcel Duchamp: già con semplici copia-e-incolla ricontestualizziamo parole e immagini in diversi frame (un profilo Instagram, un tweet, un blog), facendo assumere loro significati diversi. Internet, aveva concluso l’attivista, è un gigantesco, continuo readymade.

Durante gli studi per conseguire l’abilitazione all’insegnamento nei nosocomi, d’altronde, Jay aveva seguito un corso di Poetry Therapy Online: lì aveva appreso che poeti e romanzieri hanno lavorato per la maggior parte così da sempre, pur non avendo avuto a disposizione la Rete. La figura romantica del genio solitario anche in passato era più un mito che una realtà. Già Leonardo da Vinci inveiva contro i letterati, capaci solo di ripetere ciò che hanno letto negli altrui libri. Eppure, se avesse conosciuto il più grande di tutti, Shakespeare, avrebbe dovuto prendere atto di quanto il Bardo fosse bravissimo nel comporre storie traendone gli elementi di fondo dal repertorio che la tradizione o la cronaca fornivano. Su queste basi creava capolavori. Basi che spesso erano le stesse. Come l’idea della giovinetta che si finge morta per amore: meccanismo che produce esiti diversissimi in Romeo e Giulietta, Molto rumore per niente e nel Racconto d’inverno – le opere shakespeariane preferite di Jay.


Il nostro innamorato prese dunque lo smartphone e aprì Messanger deciso a buttare giù una lettera per Daisy. “Chiamami Romeo, baby, chiamami folle, chiamami sognatore: ma non appena il mio sguardo ha sfiorato il tuo viso (stava per scrivere: le tue gambe) ho capito che tu eri la mia Giulietta, la mia Cura, la mia Utopia”. Troppo melvilliano, questa era roba buona per il Capitano. Delete. “Forse la rosa profumerebbe lo stesso anche se non si chiamasse rosa, ma come altro posso chiamare ciò che provo per te, se non Amore?”. Shakespeare… Lasciamo perdere. “Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile”. Anche Heidegger non aiutava. Delete, delete, delete. “Amor che a nullo amato…”: un cavolo. Jay si rese conto che difficilmente la richiesta scritta di trascinarla in una nuova vita insieme avrebbe avuto maggior successo di quando la aveva espressa parlandole faccia a faccia.

Innanzitutto perchè lui era convinto che il colpo di fulmine fosse decisivo in amore e in generale che la “prima impressione” (blink, in ariminense) fosse un effettivo strumento di conoscenza intuitiva del mondo. Forse in questo consisteva la capacità di provare empatia verso perfetti sconosciuti che Borges riconosceva a Swedenborg e ad alcuni mistici. Di certo, l’esperienza quotidiana gli portava casi inoppugnabili. In due secondi Earnest decideva, senza mai sbagliare, che tattica usare per vendere servizi aggiuntivi a un nuovo cliente del bordello (come manette, fruste, preservativi al gusto di fragola). In due secondi Lloyd Snark, il Barman del Mocambo, riusciva a prevedere che tipo di vodka l’avventore appena entrato gli avrebbe ordinato (per quanto, in questo caso, la scelta fosse ristretta: vodka liscia o bianca). In due secondi, qualche anno prima, il Maestro si era accorto che era falsa la statua greca rubata dal Capitano durante l’assalto a un cargo portavalori e rivenduta al Grand Hotel per allestire una Wunderkammer. Però erano tutti uomini. Daisy invece era una donna – pragmatica, ma miope: di quella miopia che, come aveva potuto constatare nelle ore passate insieme, le impediva di vedere oltre l’immediata evidenza. Anche perché, secondo la metafisica sua e di Nonno Emilio, oltre le apparenze non c’è altro da vedere.


C’era poi una questione formale. Il significato autentico della lettera d’amore risiede in un passaggio essenziale: quello che intercorre fra la spedizione della lettera e quello della ricezione. È lì che si consumano le attese, le speranze, le gioie e i dolori: è in quel Vuoto che si nasconde il significato del pieno costituito dal testo scritto. 

«Il momento è colto ne La lettera d’amore di Vermeer: una domestica ha appena consegnato una missiva alla padrona. La serva guarda curiosa l’altra donna tenere in mano il messaggio dell’amante, indecisa se aprirlo o no. L’episodio successivo della storia sarà raccontato dall’Artista olandese in un altro quadro, Donna che legge una lettera davanti a una finestra aperta. Che la lettera sia la stessa è confermato dal Cupido che guarda lo spettatore ammiccando, mentre lei scorre il foglio di carta sgualcito» insegnava Jay ai suoi alunni del Fulgor. 

A significare che l’autenticità, il senso ultimo, della lettera d’amore, spiegava, coincide con la sua latenza: la condizione di quanto non si manifesta, che resta nascosto finché non si rivela all’esterno. In altre parole, la latenza è una misura della velocità di risposta. Che tende allo zero sui social network, dove l’input si confonde con l’output, ciò che è nascosto con ciò che appare, la Verità individuale con la bugia collettiva. Aveva senso allora produrre una lettera d’amore attraverso l’instant messaging di Facebook o di WhatsApp?

E infine, ammesso che fosse riuscito ad accendere l’amore di Daisy superando la distanza radicale fra loro, non correva il rischio di cadere nel paradosso formulato così dal Pescivendolo: «se due persone che si amano non si capiscono, è tragico. Se due persone che non si capiscono si amano, è comico»?

La scintilla del dubbio scatenò il fuoco dell’incertezza che bruciò il suo entusiasmo iniziale. Come l’Olivo del Roc sulla riva del mare e Amleto nel castello di Elsinore si sentiva in una gabbia, in una trappola diabolica. Sospirò, mise da parte lo smartphone e buttò giù un altro bicchiere di vodka, prima di alzarsi per andare a fare una passeggiata fino alla sede della Publiphono, dove avrebbe trovato di certo qualcuno degli altri insieme al JubJub.


In quello stesso momento si stava svolgendo una riunione carbonara, nel retrobottega di un frequentato negozio di Ariminum. Una copertura perfetta per chi era animato da cattive intenzioni.

«Ormai ci siamo. Alcune teste sono cadute e altre devono cadere. E poi sferreremo l’attacco finale» disse una figura nella semioscurità. Dal tono autorevole della voce, oltre che dalla posizione a capo tavola, era facile capire che era quella di chi aveva il comando.

«Hai să facem cont… Facciamo il punto» aggiunse.

« Edward Newgate senior è stato giustiziato. Annegato nelle acque del porto» rispose una delle persone presenti.

«Già, quel negriero schifoso. E gli ariminensi lo chiamavano filantropo!» rispose la prima. A seguire, uno sputo catarroso per terra. L’esempio fu immediatamente seguito dalle altre ombre intorno al tavolo macchiato di sangue.

«E Woody Allen è stato decapitato».

«Quel porco stupratore di bambine!».

«Abbiamo poi stilato una lista di altri possibili obiettivi: Frank Rizzo, ex-sindaco italo-americano e razzista di Gabicce; Federico Fellini, che ha vinto cinque oscar con film antifemministi; Ugo Foscolo, che avevamo già gambizzato anni fa».

«Sarebbe bello beccarli tutti, ma non c’è più tempo. Ci limiteremo a colpire ancora uno di questi, prima di scatenare l’Armageddon. Piuttosto il comunicato per la HBO è pronto?».

«Eccolo».

«Vediamo… perfetto. Spediscilo. Usa il solito server segreto» disse la figura che aveva il comando, accendendosi una sigaretta. 

Ben presto la penombra del retrobottega fu illuminata dal luccichio di una dozzina di piccole braci.