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Narrativa

Come una bolla d'aria

Pubblicato il 23/11/2017

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L’inverno si sta srotolando fuori dalla finestra. Sento il suo gelido respiro tra gli aghi dei pini, lo vedo nelle sciarpe dei passanti, ne percepisco il lieve profumo. Profumo d’inverno, di neve, di sogni fatti di cioccolata e carta regalo.

Profumo di solitudine.

Mia mamma mi diceva sempre che certe cose non hanno profumo; possono avere un colore e un sapore, mi diceva, ma un odore no, quello non l’hanno quasi mai. L’amore, ad esempio: per la mia mamma era rosso, rosso e agrodolce. Era brava la mia mamma, io non sono mai stata capace di distinguere il colore dell’amore. Chi l’ha mai visto? Mai l’ho incontrato per strada, mai l’ho visto in tv. E come faccio a sapere di che colore è? E il sapore? Non posso entrare in un bar e dire “Una fetta d’Amore, grazie”. Non posso mica. E allora come faccio a sapere che è agrodolce? In questo la mia mamma era brava, riconosceva i colori senza vederli, percepiva sapori senza assaggiarli.

Io invece ho sempre sentito i profumi. Quello dell’amore è intenso, pungente, ti pizzica il naso. A volte ti fa anche starnutire. Forse l’amore sta davvero tutto nel suo odore. Entra dal naso, come un’impalpabile lava rovente ti invade la testa, la gola, il petto, e da questo momento non sei più tu, diventi quel fuoco che ti muove le labbra, quel flusso che ti fa bruciare la pelle, quel calore insostenibile che ti fa desiderare di abbandonare il tuo corpo per scivolare oltre la pelle di un’altra persona. Questo è l’amore, entra dal naso con il suo profumo e ti conquista centimetro dopo centimetro fino a lasciarti esausto e svuotato, il tuo corpo gettato mollemente sul ventre e sul cuore di chi ti sei ritrovato a dover amare.

Ma ora, quello che sento ora è solo il profumo di solitudine. È appena percepibile, appena un aroma, si nasconde. Sa mimetizzarsi, la solitudine, scompare calpestata da chi non vuole sentirla, da chi crede che il piatto di pasta cucinato per uno profumi solo di aglio bruciato e pomodoro. Ma c’è odore di solitudine in quei pochi grammi di spaghetti, c’è solitudine tra le lenzuola di un letto matrimoniale scaldato da corpi troppo casti, c’è solitudine in ogni istante della nostra affollata vita, eppure siamo così fottutamente spaventati da noi stessi che abbiamo imparato a tapparci il naso e a non sentire più nulla. Un perenne raffreddore ci salva dalla consapevolezza di essere soli, di avere vite che forse si intrecciano per brevi istanti con quelle degli altri, si sfiorano appena, ma rimangono soltanto nostre. Un po’ come noi due ora: io con la mia vita, lei con la sua, ci siamo sfiorati appena ma non ci sentiamo, lei mi vede, mi sente, ma chi sono davvero per lei? E lei, lei per me tra poco non esisterà più, rimarrà a malapena una sua traccia nella mia vita, come l’ultima impronta sulla neve prima che la primavera la cancelli per sempre. Sciocchi cumuli di solitudine, ecco cosa siamo noi, cosa siamo tutti. 

D’inverno però dimenticare il nostro isolamento diventa più difficile: il suo aroma si diffonde tra le strade deserte di questa città, corre sotto i cornicioni innevati, fuori dalle finestre di chi pensa di nascondere la sua solitudine sotto un tavolo imbandito a festa e un albero addobbato.
Tutti sono soli d’inverno, la mia mamma lo diceva sempre.

Era saggia la mia mamma, sa? Eppure io non le credevo all’inizio. Pensavo esagerasse, che non potessero essere davvero sole tutte quelle persone che intonavano canti di Natale davanti al centro commerciale, o quelle che si scambiavano un bacio sotto il vischio.
Ma poi ho iniziato a sentirne l’odore.
La prima volta che annusai la solitudine, mi si gelò nel naso. Novembre era iniziato da poco, ma violente pennellate di vento innevato tingevano le giornate d’inverno. Ero poco più di una ragazzina allora, con la testa leggera di chi ha vent’anni e esce di casa per riempirsi gli occhi e la pelle di quella vita che si srotola davanti ai suoi piedi. Fu allora che lo sentii per la prima volta, troppo distratta prima, troppo ingenua, troppo attaccata alla vita per riconoscere l’odore di solitudine. Seguii quel debole aroma fino ad un vicolo troppo stretto e buio perché potessi averci mai fatto caso prima di quella mattina; lui stava appoggiato con le spalle al muro, lasciando che il fumo della sua sigaretta accarezzasse il profilo gelato del suo volto, rallentato nella sua ascesa solo dalla rada peluria che gli screziava le guance.
In quel vicolo i nostri sguardi si intrecciarono per la prima volta, i miei occhi ancora vergini si immersero in due voragini di caos e solitudine. Vi si tuffarono e subito vi annegarono.

Ero bella allora, sapete? Portavo i capelli lunghi, lunghissimi e rossi. Me lo dicevano tutti che ero bella. 
Ma poi ho incontrato lui, l’uomo con gli occhi tristi e l’odore di solitudine. Per lui avrei rinunciato a tutto, per veder svanire quel velo di tristezza dal suo volto gli avrei donato la mia libertà. Lo avrei fatto, e lo feci.
Gli diedi la mia giovinezza e la mia bellezza, la mia forza da ventenne, la mia ingenuità, ma fu tutto inutile: non sono mai riuscita ad allontanare da lui quel senso di solitudine che ci aveva portati a incontrarci.
Ho respirato solitudine per ventitré anni, la respiravo in chiesa mentre mi infilava la fede al dito, nella nostra camera da letto ogni volta che faceva l’amore con me, quando tornava a casa stanco dallo studio. La sentivo quando mi tirò il primo schiaffo e quando per la prima volta mi picchiò fino a farmi perdere i sensi. Quel maledetto profumo di solitudine ha vissuto con noi per anni e sono arrivata a convincermi che nessuno avrebbe mai potuto alleviare la tristezza di mio marito. Eppure quando mi porgeva un cerotto da mettere sul sopracciglio spaccato, o mi passava una tazza di latte e miele in segno di pace, mi pareva di sentire la sua solitudine scemare, l’ombra che gli oscurava lo sguardo svaniva per un istante. Erano quelli i momenti per cui valeva la pena vivere.

Signore, mi ascolti: io ero bella, bellissima, ma come può credermi lei, vedendomi ora? Ed ero anche allegra, sa? Ridevo sempre, amavo divertirmi. Sono vent’anni che non sorrido neanche più. Ma se c’è una cosa che ho imparato a fare col tempo, quella è piangere. Piangere in silenzio e senza lacrime, con la testa nel cuscino o sotto la doccia, soffocare i singhiozzi nella notte mentre il ventre caldo di mio marito si stringeva contro la mia schiena livida. Con gli occhi ghiacciati guardavo fuori dalla finestra.

Lo vede, abito all’ottavo piano. Nessun passante alza mai lo sguardo fino alla mia finestra, nessuno mai mi guarda. Quante volte sono stata sul punto di sporgermi oltre la balaustra e urlare al mondo di guardare in alto. Alzate gli occhi verso di me, parlatemi. Un sorriso, una carezza. Salvatemi.
Quella balaustra è vecchia, sa? Se avessi trovato il coraggio di sporgermi appena più del dovuto probabilmente avrebbe ceduto. Si sarebbe spezzata, insegnandomi a volare in picchiata, mentre una morsa violenta allo stomaco mi avrebbe fatta sentire viva, viva per un’ultima volta. Mi avrebbe resa libera, libera di volare, giù, giù, sempre più vicina a quei passanti distratti, e loro allora finalmente mi avrebbero vista, si sarebbero ricordati di quella vicina sempre zitta che di rado metteva piede fuori di casa. Si sarebbero ricordati del brutto livido che un giorno le avevano visto sul volto e del dubbio che quello aveva fatto sorgere in loro. Avrebbero ripensato a come avevano abbassato lo sguardo, agli andiamo via bisbigliati a se stessi. Non sono fatti nostri. E forse allora ci credevano davvero a quelle quattro parole rassicuranti. Costruivano così un muro tra me e loro, e ogni volta che distoglievano gli occhi dai miei lividi potevo sentire la loro indifferenza prendere a schiaffi le mie membra già martoriate. Trovavo schiffi dove speravo di ricevere carezze. 
Un sorriso, una carezza. Salvatemi.

Se fossi volata di sotto, loro mi avrebbero vista, e forse avrebbero pensato che il mio ultimo volo fosse anche colpa loro. Ma come vede non mi sono mai sporta oltre quella balaustra.
Se mi fossi affacciata più del dovuto almeno una volta, ora non ci troveremmo qui io e lei, signor agente. Lei non mi starebbe puntando una pistola contro e io non sarei qui a terra con questo coltello tra le mani. Non staremmo guardando il sangue di mio marito rovinare la moquette nuova. Sarebbe stato tutto più semplice, credo.

Lei ha mai preso un aereo? Che domande, certo che lo avrà preso. Io ci sono andata solo una volta, un milione e mezzo di lacrime fa. Era una giornata grigia e senza pioggia, sopra le nostre teste il cielo era nascosto da una coperta omogenea di nubi che si rifletteva negli occhi vuoti dei passeggeri pronti a partire insieme a me. Ci staccammo da terra, mi staccai da una terra che mai come in quel momento mi aveva attratta, mai mi ero sentita tanto legata al duro asfalto come nel momento in cui quell’aereo mi strappò le radici. Sentii una forza schiacciarmi contro il sedile e temetti che la mia pelle non bastasse a tenermi tutta insieme. Ero un macigno scagliato in cielo e ogni fibra del mio corpo urlava di dolore e paura.
Poi l’aereo superò la marmorea coltre di nuvole grigie, nessuno schianto, nessun boato, solo un lieve fremito scosse le ali e il mio respiro e un nuovo panorama mi scoppiò negli occhi. Il grigio aveva lasciato spazio al bianco più leggero che si possa immaginare, un mare di nuvole e zucchero rosato sfilava sotto la calda pancia dell’aereo e prometteva di sostenere i nostri sederi sradicati da terra e schiacciati su sciupati sedili. Piansi senza far rumore finché una stilla salata non sfiorò il punto in cui le due labbra si fondono in un’unica bocca lasciando un’impercettibile apertura, permettendo alla prima lacrima di ripararsi dal mondo che l’ha generata. E così rimasi, non più macigno strappato da terra ma bolla d’aria del cielo, non avevo più un peso, un corpo, una consistenza, non avevo più forma, ero parte di quelle nuvole sode bagnate dal sole, fluttuavo su di loro, rotolavo sulle loro scoscese dune rosate e ne godevo, finalmente libera.

Vede, signor agente, mio marito ha scoppiato la bolla d’aria in cui quel viaggio aereo mi aveva trasformata. L’ha presa a pugni e calci, l’ha graffiata e svuotata, l’ha appesantita con violenza e rancore. Mi ha sbattuto la testa sul pavimento fino a farmi desiderare di non staccarmi più dal suolo, di diventarne parte, di sdraiarmi una volta per tutte e farmi seppellire da gelidi cumuli di terra smossa. Macigno tra i macigni, di nuovo.
Mio marito mi ha resa quella che sono, signor agente. E quando lo guardo ora, pallido ai miei piedi, mi sembra sereno finalmente. Non sembra anche a lei?

Forse ora è libero, libero dalla solitudine, libero dai suoi rancori. Libero di essere una bolla d’aria.
E forse un giorno lo sarò di nuovo anche io insieme a lui, signor agente.

Due bolle d'aria d’aria su un mare di nuvole e zucchero. 

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di Claudia Brizzi

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