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ConcorsiIL TITOLO E ALTRI RACCONTI

Con le mani in mano

Pubblicato il 03/06/2018

"Con le mani in mano" racconta della scelta di non scegliere. Chi sta "con le mani in mano" resta a guardare gli avvenimenti, la storia, il tempo che passa senza incidere. A Enrico manca il coraggio, ad altri personaggi potrebbe mancare l'opportunità. A nessuno mancherebbero le scuse.

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Quello era il giorno. Non il giorno successivo, né quello dopo ancora. Enrico si sentiva pronto per il grande passo. Avrebbe detto finalmente a Lucia quello che sentiva. Le avrebbe detto del sorriso che lo aveva fulminato. Si conoscevano da sempre, ma in quel pomeriggio d’estate per lui così difficile, quel sorriso lo aveva cambiato. Enrico a gennaio aveva mollato l’università, ma i suoi progetti di vita indipendente erano malamente naufragati in primavera. Il sorriso galeotto arrivò il mattino della gara podistica che, insieme a un gruppo di amici del paese, organizzavano ormai da tre anni a metà giugno. Enrico era arrivato in ritardo, gli altri avevano già allestito le transenne sulla linea del traguardo. Lui, sul marciapiede, aveva incrociato lo sguardo di lei, dall’altra parte. Lucia gli aveva sorriso, ignara dell’ennesima delusione che lo aveva colpito il giorno prima. Lui con quel sorriso era rinato. Si era innamorato di lei. O forse aveva capito di essere innamorato. Il pessimismo sparì. La forza di quel sorriso, per qualche motivo imperscrutabile, aveva fatto nascere in lui nuove speranze. Il suo atteggiamento cambiò radicalmente: quell’estate fu l’estate della sua rinascita. I problemi non sparirono, ma scoprì la forza per combatterli.

L’estate era passata, ormai, e anche l’autunno era verso la fine. Enrico, nonostante la rinascita, non aveva ancora avuto il coraggio di spiegare a Lucia i motivi del suo cambiamento. Enrico era cambiato e lei, come tutti i suoi amici, se ne era accorta. Enrico aveva smesso di lamentarsi, non bidonava più gli appuntamenti del sabato sera, non tardava alle riunioni del gruppo podistico, era un vulcano di idee. Enrico era cambiato, ma lui sapeva che mancava ancora un mattoncino da posare.

Quel sabato 15 dicembre era il giorno della posa. Enrico, Lucia e Paolo si sarebbero dovuti incontrare per abbozzare una richiesta di fondi da inviare al comune. Paolo, il presidente dell’associazione, li aveva avvisati un paio di giorni prima che non sarebbe riuscito a esserci. «Voi però incontratevi e cominciate, poi ci aggiorniamo via email» aveva detto. Il 15 dicembre di Enrico era iniziato con la sveglia alle 7 e una corsetta leggera. Non voleva affaticarsi troppo, ma sapeva bene che l’attività fisica all’inizio della giornata lo faceva stare bene fino a sera. Si era preso tutto il tempo necessario per doccia, shampoo e per sistemare barba e unghie, anche dei piedi. Non lo faceva per l’aspetto estetico, quantomeno non solo per quello. Era più per sentirsi a posto con sé stesso, affinché l’ordine fisico rispecchiasse quello morale. Aveva passato la mattinata a riordinare i propri libri ascoltando i suoi dischi preferiti. Aveva controllato l’agenda per pianificare la settimana successiva. L’appuntamento era alle 11, ma alle 10.15 l’auto era già pronta fuori dal garage, nonostante la pasticceria dove si erano dati appuntamento fosse a meno di 10 minuti di strada. Si fermò in edicola a prendere il giornale, ma lo lasciò sul sedile del passeggero. Arrivato al tavolino, dopo aver parcheggiato con tutta la lentezza possibile per gustarsi il momento, rimase a guardare con atteggiamento distaccato i pandori e i panettoni in mostra sul bancone. Mai un uomo si concentrò tanto quanto Enrico sulla visione periferica, necessaria a tenere sotto controllo la porta d’entrata. Non voleva che Lucia, arrivando, potesse incrociare subito il suo sguardo. Aprire il proprio cuore di mattina gli era sembrata un’ottima idea. Secondo lo stereotipo certe dichiarazioni andrebbero fatte di sera, o al massimo al tramonto. Parlare di quel sorriso d’estate in un mattino, benché invernale, rispecchiava l’idea di nuovo inizio, di luce, di vita, secondo Enrico. Mentre Lucia percorreva i dodici passi – li aveva contati – per raggiungere il tavolino, Enrico diede l’ultimo sguardo alla vetrina dei confetti e scelse una posa rilassata, che non desse però impressione di svogliatezza.

Mentre Lucia sistemava la sedia e si salutavano, Enrico capì che se ne sarebbe rimasto lì, con le mani in mano. Anche in quel giorno non sarebbe stato in grado. Anche in quel perfetto sabato 15 dicembre non avrebbe parlato di quel sorriso, che aveva descritto a sé stesso centinaia di volte. Il «ciao» che si erano detti non aveva lasciato intendere malumori da parte di Lucia. Il sorriso era lo stesso di sei mesi prima. Enrico non fu nemmeno deluso da sé stesso. C’era solo, forse, una punta di rassegnazione nella sua voce, mentre elencava i punti che secondo lui dovevano essere toccati nella lettera per l’assessore. La speranza non era sparita, confidava ancora in sé stesso. Forse, nel parcheggio, prima di dividersi per raggiungere le rispettive auto, avrebbe piazzato finalmente quel mattoncino. Confidava in sé stesso come in un amico fraterno o in un Dio che non può deludere. Sì, sarebbe riuscito a mettere in fila quelle parole che da mesi gli si bloccavano in gola.

Ci sarebbe riuscito, forse un’altra volta.

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Dem74 ha votato il racconto

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Descrivi con semplicità e verosimiglianza una situazione che ogni ragazzo si è trovato ad affrontare almeno una voltaSegnala il commento

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Emilia ha votato il racconto

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Debora ha votato il racconto

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Molto carino e per niente noiosoSegnala il commento

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michela.m ha votato il racconto

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Bee ha votato il racconto

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di AlessandroB

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