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Narrativa

Confessioni di un reduce

Pubblicato il 24/05/2017

Continuare a cercare di salvarti ogni volta che qualcuno ti rovesciava gli occhi addosso, ecco cos’era diventato il mio amore per te, un vecchio sterile coyote inacidito tra le pensiline dei bus, quando ad ogni arrivederci mi saliva il lezzo tiepido del dubbio dall’esofago alla gola...

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Continuare a cercare di salvarti ogni volta che qualcuno ti rovesciava gli occhi addosso, ecco cos’era diventato il mio amore per te, un vecchio sterile coyote inacidito tra le pensiline dei bus, quando ad ogni arrivederci mi saliva il lezzo tiepido del dubbio dall’esofago alla gola. E ancora altre stazioni piovigginose, e di stazione in stazione e altri tabelloni orari, perchè scappavi come la farfalla, e io a braccarti a mo’ di pugile, mi sentivo niente ed eri il mio sgabello all’angolo, eri nulla e sapevi di trovarmi là, riflesso nelle pozzanghere grige, dritto contro il temporale obliquo, per te.

Non ci siamo allontanati per un amen, cinque anni di sciolina addosso, e poi di colpo camere separate e tu in un dopopranzo qualunque con le tue cose e i tuoi scatoloni sottobraccio e ovunque, e le mie rose a gelare sotto il letto, tu con i lacrimoni agli occhi a chiudermi il tuo sorriso sul muso. Roba da non credere quando ci scambiavamo i bicchieri e le tue dita non lasciavano scampo ai miei desideri, e col sorriso a pieni denti mi cacciavi la lingua tra cuore e cervello, lambiccandomi l’ego.

Non battere i denti amore, ti ho seguita per difetto di coglioni, non avere freddo, ora so che tra di noi non c’era più niente, solo una vecchia irriducibile promessa, morta quando ti sei tagliata i capelli ad aprile, e io a contarmeli sul pavimento uno ad uno, a raccoglierli e a ricordarmeli infiniti e castani e annacquati nel letto, quando ti facevi la doccia e venivi a dormire nuda, e sapevi di talco, e ti svegliavi la mattina canticchiando i tuoi pezzi satisfaction. E al mattino lasciavi la lucina accesa e io mi rigiravo tra le coperte, e un saluto, un bacio, e altre facezie, buongiorno tesoro mio ti amo e altre promesse a perdere, tutto nel grande appiccicoso inganno dello stiamo bene insieme, e sì dobbiamo cercare di stare bene insieme, e non ci sarà mai nessun altro al mondo mai se cercheremo di tenere la barra dritta.

E all’inizio non c’era scampo, la mia dea selvaggia tu, ogni volta che bum bum bum ti inseguivo le gambe con lo sguardo, e nei collant ben tesi nascondevi a malapena la voglia di farti toccare l’inguine sacro. Ferma nella pioggia, una sera, piazza Castello e tutt’intorno acqua, e i tombini rigurgitavano creta e topi, e io potevo contarti i brufoli mentre mi baciavi i denti gelati, e tra le nostre bocche cascate d’acqua e un vecchio clown ci prendeva sottobraccio accompagnandoci per metri, tu imbarazzata, io divertito. E gli ombrelli prendevano il vento, danzandoci attorno esili.

E poi le sere a piangere su quel qualcosa che se n’è andato per sempre e non tornerà piu’, arrampicati al solito energico giuramento, lasciami stare tesoro, non c’ho un cazzo, e io col cazzo che ti lasciavo stare, perchè ho sempre voluto arrivare in fondo al tunnel, riversare e ricevere tutto attraverso i pori della pelle, vedere la luce e capire cos’eravamo per davvero, come ci volevamo e se ci volevamo ancora, per davvero. E me la rinfacciavi quella mia voglia preistorica di sfondare gli specchi, ma non potevo farci niente, era piu’ forte di me, affogavo in quei silenzi di gelatina, tu impenetrabile, io battuto come un cane. Perchè ho sempre voluto sciogliere i nodi in fretta, e ho sempre cercato la via piu’ breve per la pace, la guerra. E tu muta come un tempio, mentre mi consumavo a stuzzicarti e a fare il ventriloquo. A grattarti le ginocchia per paura di non saperti piu’ scopare.

E allora guardarsi intorno, e tornare a crescere, e guardarsi intorno e non guardare mai indietro mai, m’hai aspettato per non perdermi, mi sono dileguato, credendo mi volessi perdere non ho lasciato a terra neanche mezzo sassolino. Camminavo e ritornavo a casa giusto in tempo per sentirmi in colpa, per guardarti muta, come una sfinge rabida sulla tua poltroncina bluette, perfettamente a disagio nella nostra Guerra Fredda. E come Forrest me ne scappavo nel VietFottutoNam, e ribadivo dalla trincea il mio ok alla guerriglia, ed erano cazzi stare in piedi, ed erano cazzi andare giù. Ma alla fine cascavo dal sonno e dalla rabbia, e tu eri contenta, nessuna soddisfazione per il coyote.

Non era previsto che cadessimo sul campo, che appassissimo fino al punto da non mettere piu’ foglie, che morissimo come l’araba fenice. Tu mia Ermione sotto la pioggia rancida di Torino, una sola immagine prima della Fine: cammini con le mani cacciate nelle tasche e le ballerine fradice, il cappuccio fucsia calato fin sul naso. Ti colano gocce dalle ciglia, nere. E io avanti di un cinque minuti che ti aspetto un’ultima volta di fronte al portone di casa, con i fiori che ti sei raccolta da sola in un’aiuola dove ci cagano i cani.

Eppure, c’eravamo tanto amati.

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Davi. ha votato il racconto

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Lucia Cerretti Bensi ha votato il racconto

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di nubius dee

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