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Narrativa

Conseguenze di una distrazione

Di Walter White - Scritto da Esordiente
Pubblicato il 21/04/2017

Il protagonista di questo racconto lotta con la sua follia, cerca di mettere ordine alla sua confusione, lo fa dal letto di un ospedale nel quale è ricoverato a seguito di un incidente stradale.

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maledetto tremore maledetto stupido io che mi sono distratto a guardarmi le mani bastardo chi stava nel sedile posteriore e mi ha istigato mi ha provocato è sua la colpa solo sua di quel bastardo e anche di quello schifoso albero proprio lì doveva essere con chilometri quadrati di nulla di campi incolti o di campi coltivati con innocui piselli e pannocchie e grano un maledetto albero proprio sul ciglio della strada begli amministratori che abbiamo proprio belli voglio proprio vedere chi ripagherà i danni della mia auto la mia auto era nuovissima e non è giusto che ora sia cosi, non è proprio giusto che ora…

… io sia così, abbandonato su un letto d’ospedale, scrutato da tre idioti che non capiscono una minchia, confuso da un vecchio ricoverato che è entrato clandestinamente nei miei sogni; non è giusto che io debba prestare attenzione a quel viscido demone che mi parla e che mi confonde le idee, che vuole farsi passare per me, che vuole andare a letto con mia moglie, che vuole plagiare mio figlio autistico. Non è giusto che mio figlio sia autistico, non è giusto che io resti inchiodato su questo materasso in attesa delle visite della mia compagna e del mio collega e forse anche del mio vicino -il folle Ugo-

Non riesco a fermarmi un attimo, a bloccarmi su una situazione, su una determinata ora, sono come sopra un’altalena impazzita e volo tra giorno e notte, dolore e la sua assenza, persone che mi scrutano e totale solitudine, un attimo parlo con la mia compagna e l’attimo dopo vago in nebbie grigie, un attimo scruto il ragazzo adagiato nel letto a fianco al mio, e subito dopo sono nella palestra dell’ospedale dove medici e infermieri mi si affannano intorno per cercare di rimettermi in piedi, un attimo dialogo mio malgrado con quel bastardo e qualche istante dopo sono solo, nel letto d’ospedale, quello che ormai è il mio letto. Tutto è lontano, guardo al mio fianco e penso a quando ero un ragazzo.

Il ragazzo al mio fianco ha la bocca spalancata, è magro e pallido. Il ragazzo al mio fianco è un bravo ragazzo e su questo non ci piove. Ha la bocca spalancata e se solo potessi alzarmi dal mio letto mi piacerebbe mettergli dentro un grillo, un bel grillo nero canterino, mi piacerebbe osservare la bestiola vagare confusa all’interno di quella bocca spalancata, probabilmente il grillo canterino dopo aver esplorato la cavità orale senza aver trovato nulla di suo gradimento, cercherebbe di uscire fuori dalla bocca, di andar via dalla faccia di questo bravo ragazzo, ma io sarei lì, a fianco al letto e getterei nuovamente il grillo giù in bocca, in attesa di vederlo sparire giù per la gola.

Non sono mai finito in ospedale, se si esclude quel banale ricovero di tre mesi fa, ma è stato un cazzoso incidente, solo per un attimo avevo dato ascolto a quel demone, avevo dato ascolto al suo consiglio di fermare il tremore alla mia mano destra, in effetti il tremore era alquanto preoccupante e imbarazzante, ma non per questo avrei dovuto dar retta a quel maniaco, invece l’ho fatto, gli ho dato retta e, come lui mi aveva suggerito, ho posato la mano su un tronco di legna, con l’altra mano mi sono piantato un chiodo al centro di questa, e poi ho martellato quel chiodo, per bloccare il tremore inchiodando la mano al tronco. Che cazzo di dolore.

In giro è pieno di gente pazza, gente che non bisognerebbe lasciare libera, perché potrebbe creare seri problemi alle persone intorno. Io sono a favore dei manicomi, o delle case famiglie, e non credo che chi è sfortunato, chi ha problemi mentali debba essere trattato come è successo nella struttura di Old Nur, credo che chi decide di lavorare con questo tipo di persone, debba sentirselo, altrimenti che vada a fare altro. Occorre avere passione, e per certe professioni occorre quasi una vocazione. Fortuna che io non mi sono mai dovuto confrontare con la pazzia. Non credo di doverlo fare neanche in futuro. La mia compagna è molto equilibrata. Mio figlio è autistico.

Mio figlio è autistico e questo è un problema, ma non lo è per me. Io ci convivo, ci convivo come un vero uomo deve fare. La mia compagna non riesce, forse dovrei lasciarla per questo, in effetti non esiste un solo valido motivo per cui io debba lasciarla, ma forse, la sua rabbia verso la condizione di nostro figlio, dovrebbe bastare, dovrei cacciarla via e dovrei occuparmi io di mio figlio, dovrei licenziarmi dal lavoro per stare più tempo con mio figlio, dovrei scacciare dalla mia vita anche quell’altro, naturalmente, dovrei liberarmi prima di lui che della mia compagna. Se non avessi questo tremore agirei, ma questo tremore, in un modo subdolo, mi spiazza.

Sono nuovamente presente a me stesso, non percepisco nulla dalla vita in giù e devo ricorrere a tutta la mia arte di mentirmi per tranquillizzarmi e per non dover pensare al perché non sento nulla dalla vita in giù. Mi volto alla mia sinistra e vedo il bravo ragazzo sempre con gli occhi spalancati fissi a guardare il nulla o a fissare un mondo che solo lui vede. La sua bocca è spalancata e per un attimo mi pare di vedere un grillo che si affaccia. Al suo fianco una donna, presumibilmente madre arresa e disperata, poco più dietro un uomo, presumibilmente padre furioso e schifato. Lei ha in mano un cucchiaio carico di liquido brodoso, prova ad alimentare il corpo del bravo ragazzo.

Il presumibile padre mi osserva, un sospiro gli casca dalla bocca e dal naso e con esso parte della sua furia, la sua faccia sembra sgonfiarsi, rilassarsi, la mascella si abbassa, lo sguardo non si sposta da me. Indirizzo verso di lui un cenno con la testa, mi sembra doveroso, mi sembra un modo per farlo voltare, invece risponde al mio gesto con un suo cenno del capo, un cenno deciso, e continua a fissarmi, in fuga dal volto immobile del bravo ragazzo, il suo bravo ragazzo con il cervello folgorato. La presumibile madre sembra non accorgersi di questo rapporto di cenni appena nato, è tutta concentrata nel far scivolare liquido brodoso dal cucchiaio alla bocca spalancata.

Che fine ha fatto il vecchio e il suo cancro? Vorrei saperlo. Vorrei sapere che fine a fatto cosi come vorrei sapere perché non sento le mie gambe, anche se temo di saperlo; perché quel farabutto non si è più fatto vivo, anche se sono felice di questo, perché la mia compagna non ha ancora portato nostro figlio autistico qui da me, in ospedale, perché l’infermiera dal sedere abbondante non è ancora venuta a cambiare la flebo appesa al mio fianco. Vorrei sapere se il mio capo si è accorto della mia assenza dal lavoro e vorrei sapere da quanto dura questa mia assenza, soprattutto vorrei sapere se il mio tremore è sparito e se un grillo vaga dentro la bocca del bravo ragazzo.

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Gianluca Zuccheri ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Anonimo ha votato il racconto

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Mi piace molto la cascata di nervosismo che il protagonista butta fuori, ma lo stile ha qualcosa che non riesce a convincermi del tutto...Segnala il commento

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Kadermaria Aly ha votato il racconto

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Jean per Jean ha votato il racconto

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