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Non-fiction

Cosa ci faccio qui

Pubblicato il 27/06/2019

In difesa della scrittura. Anzi, indifesa della scrittura.

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Cosa ci faccio qui è una domanda chiave per una vasta gamma di situazioni umane cruciali e non vedo perché Typee dovrebbe sfuggire a questa legge. Non bazzico il mondo dell’editoria e quindi mi sfugge un po’ tutto il contesto. Nobile come Pollyanna, appendo prismi negli angoli bui della stanza sperando di rischiarare la vita a tutti e illuminare il mondo con cieca fiducia nel fatto che neanche sulle parole debba esistere proprietà privata. Possessiva e calcolatrice come Erode, mi chiedo poco dopo perché dare in pasto quel che considero la sola vera ricchezza, le parole, a chiunque passi e possa appropriarsene indebitamente, manipolare, avanzare addirittura diritti. Ma comunque troppo ignorante per sapere le implicazioni del tutto, sprovveduta come una vecchietta in coda alla posta, come molti in una giungla in cui non sappiamo come muoverci, scrivo qui per vanità e perché, fondamentalmente, non c’è superficie al mondo che non sia buona per scrivere. Scrivevo di voler fare la stilista su un diario col lucchetto sentendomi pazzamente dandy e romanticamente incompresa, equipaggiata di adesivi e follia, al davanzale della finestra dei nonni con il fienile di fronte, in un’epoca e un humus culturale non sospetto. Ricamavo ragazzi che non mi degnavano di uno sguardo, molestatori di passaggio e amiche in ultima istanza deludenti su un diario ben più sfigato e dal lucchetto più spesso nella Mirafiori dei primi anni Novanta, mentre dall’ottavo piano lo sguardo abbracciava ciminiere a perdita d’occhio. Riempivo Zibaldoni estivi, Smemorande esauste e temi infervorati per salvarmi da un’adolescenza incompresa ma entusiasticamente spalancata su un futuro di classici tutti da leggere e, chissà, da scrivere. Scrivevo lettere lunghissime di banali pettegolezzi e sbalzi sentimentalormonali spacciati per romanzi epistolari su fogli accuratamente ripiegati in buste fatte di carta di giornale ritagliate e sigillate con lo scotch, indirizzate ad amiche della campagna e delle più svariate località marittime che, per quanto superficiali, per un certo periodo pazientemente mi leggevano e rispondevano (chi lo fa più, buon Dio?): mi resta uno scatolone di fatti compromettenti sulla giovinezza di donne di paese precocemente invecchiate che oggi a malapena mi salutano, probabilmente munite a casa loro di analogo scatolone contenente i miei aneddoti (oh cosa darei per saperlo e poter chiedere loro, dopo 25 anni, facciamo cambio restituendo a ognuna il proprio irripetibile patrimonio? Uno swap party di lettere nella piazza del paese o in garage, che evento sarebbe).

Scrivo sui margini delle riviste nei tragitti e nelle soste, prima che l’epifania se ne vada e io torni a dubitare di me. Scrivevo con un bambino attaccato alla tetta per chiudere un cerchio di nutrimento che non sazia mai fino in fondo e abbastanza a lungo. Scrivevo in ospedale dopo un’operazione, dolorante e rammendata come un calzino, resoconti e anche semplici liste, perché le liste vanno tanto di moda e un professore di estetica disse un giorno che “l’unico modo per fregarsene della moda è seguire la moda”. Scrivo per lavoro, o per meglio dire compilo report su lampadine bruciate e contaminazioni sotto la lente di fanali per auto, ma che c’entra, vogliamo fare gli snob? Sempre scrivere è. Provate voi a spiegare in tedesco come e perché una guarnizione si è staccata e gli effetti del calore sulla colla, poi mi dite se anche questa non è ricerca della parola esatta. Da quando ho letto che Fenoglio per guadagnarsi da vivere faceva il Corrispondente in Lingue Estere per una ditta di vini di Alba mi sono ringalluzzita e mi piace definirmi così, come se in fondo fosse solo una delle evoluzioni delle missive di un tempo.

Scrivo per digerire la vita e comunque smetto quando voglio. Scrivo anche e soprattutto per voi, che volete solo selfie e tette rinforzate e un like a una parola scritta non lo mettere neanche a forza di schiaffi e non sapete cosa vi perdete, fedele come un talebano al motto di Zadie Smith “dai alla gente quel che la gente non sa di volere”. Scrivo votata al fallimento nel tentativo di raccontare le cose come stanno. Scrivo opinioni non richieste e invettive, polemizzo per passione ma col tempo ho imparato a selezionare parole e bersagli perché lo spreco energetico è un’emergenza globale. Scrivo copiosamente per combattere questa epoca di abbreviazioni, per se(le)zionare anche se poi vengo scartata io e ne soffro. Scrivo poesie in rima per i compleanni di famigliari e amici perché mi sono calata nella parte. Scrivo anche se o perché mi manca una stanza tutta per me e con un po’ di trasandatezza e autoindulgenza. Scrivo messaggi minatori sulle scadenze, le bollette e le cose da fare in casa a chi la presidia in mia assenza.

Scrivo quando sono felice ma è vero soprattutto il contrario. E in tutto questo non ho mai smesso di leggere, tollerata a malapena da famigliari e amici, perché è di gran lunga la cosa che preferisco fare e che mi ha portata, viva, qui. 

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Lisa Ma ha votato il racconto

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Bella riflessione! Segnala il commento

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DONATO ROSSO ha votato il racconto

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Ti Maddog ha votato il racconto

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Franco 58 ha votato il racconto

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Insistendo credo di aver capito quello che non mi piace, quello che non credo di essere... E forse tu me ne dai conferma...Segnala il commento

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Tella ha votato il racconto

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Laura Chiapuzzi ha votato il racconto

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Idem :)Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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Ondine ha votato il racconto

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Lorenzo V ha votato il racconto

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Etis ha votato il racconto

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Roberto Ballardini ha votato il racconto

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Personalmente credo che conservare quella che riteniamo la parte migliore di noi, anche se ci porta pochissima fortuna, sia già un successo.Segnala il commento

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di Sara Albertin

Esordiente