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Narrativa

COVID 19

Pubblicato il 03/04/2020

Tre personaggi e tre modi di affrontare il corona virus.

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Il parchetto è silenzioso. Nessun gridare di bambini che si rincorrono, nessun vociare di mamme indaffarate a chiacchierare, nessuno che corre o vada in bicicletta.

Sembrerebbe che solo Proserpina sia autorizzata a uscire da casa. Il suo arrivo è anticipato dai canti d’amore degli uccelli, gli unici che riempiono il silenzio. Sugli alberi, del percorso salute, le gemme sono diventate turgide foglie verdi. Intorno ai giochi dei bambini le margheritine sono sbocciate indisturbate.

Sembrerebbe che tutti siano chiusi in casa. Sembrerebbe, in realtà il suono ritmato di passi veloci e pesanti mi distrae dai miei pensieri. Qualcuno ha deciso di uscire nonostante le raccomandazioni. Cerco di visualizzare il suono e mi ci vuole un attimo per vederlo arrivare verso di me. È in tuta da ginnastica, le cuffiette nelle orecchie e corre sulla pista ciclabile.

Il mio balcone è al primo piano del palazzo che si affaccia sul giardino pubblico. Ho le braccia appoggiate sulla ringhiera e quando mi passa davanti gli grido: “Vada a casa!” Non so se non mi sente o mi ignora, il risultato è che continua la sua corsa. Percorre il perimetro del parco e ritorna davanti a me.

“Deve smettere di correre! Lei è un incosciente!” Grido con tutta la forza e la voce che ho.

Si ferma. Si toglie gli auricolari e mi guarda stupito. “Ehi nonno, posso correre. Sono solo, non vedi? Comprati un paio di occhiali.” Si rimette le cuffiette e ricomincia a correre.

Io ci vedo benissimo, molto più in là di lui; questo è certo. Attendo che torni.

“Si fermi un attimo, per favore. Le vorrei raccontare una storia.” Con mio grande stupore si ferma. Non fa battute. Mi guarda con la pazienza che i giovani hanno per chi, come me, è ormai fuori dal tempo. Un vecchio mangianastri dimenticato in soffitta.

In lontananza la sirena di un’ambulanza lacera il silenzio.

“Io non ho fatto la guerra; ma l’ho vissuta. Avevo dieci anni quando con mio padre, mia madre e i miei tre fratelli siamo andati a prendere la bara di mio zio.” Il giovane abbassa la testa e prende in mano gli auricolari. “Lui era un soldato. È morto sotto il bombardamento della sua base militare. La sua salma, insieme a quelle di molti altri soldati, viaggiava su un treno militare.” Vedo la sua testa alzarsi e guardarmi, sono riuscito a ottenere la sua attenzione. “Quando siamo arrivati alla stazione c’erano molte famiglie come la nostra, sui carri, in attesa del treno. Venivano da tutti i paesi dei dintorni. Ricordo ancora il rumore della locomotiva e lo stridere dei freni sulle rotaie. Un sergente leggeva i cognomi dei militari morti e indicava il vagone in cui erano stati messi i feretri. Nessun bambino piangeva. Nessun adulto parlava. In un silenzio, che si poteva toccare, mio padre ha fatto mettere la bara di suo fratello sul carro e siamo tornati a casa. Il giorno dopo, alla presenza del prete e di tutta la famiglia, abbiamo celebrato il funerale e lo abbiamo sepolto accanto a sua madre.” Una lacrima lascia il mio occhio sinistro e segue il profondo solco, che il tempo ha lasciato, sulla mia guancia. “All’epoca mi sembrò un dolore fortissimo. Ma oggi che si muore da soli in ospedale e non si può nemmeno celebrare il funerale, la morte mi pare ancora più tragica.” Mi sollevo dalla ringhiera e gli dico: “Questa mio caro Signore è un guerra. Non deve uscire da casa o covid 19 la ucciderà. Ha capito cosa Le ho detto?”

Il giovane sorride. “Si tratta solo di un’influenza più forte, una polmonite, niente di più. Io sono giovane, non corro rischi” mi risponde come se volesse rassicurarmi. “E poi vivo in un appartamento piccolissimo con altre due persone. Se non corro impazzisco.”

Sto per replicare quando, dalla finestra del balcone a fianco, esce una bambina con sua mamma. Hanno in mano un lenzuolo su cui è disegnato un arcobaleno sostenuto da due nuvole; in mezzo, a caratteri cubitali, hanno scritto ANDRÁ TUTTO BENE. Lo legano alla ringhiera e lo sistemano affinché si legga meglio. Il ragazzo applaude e con la mano fa il segno del pollice all’insù alla bambina che sorridendo ringrazia.

Sono troppo vecchio per queste sciocchezze e, mentre una rondine volteggiando alta nel cielo dell’imbrunire mi chiama con il suo verso stridulo, decido di prendere il mio bastone e, lento, entro in casa.

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Urbano Briganti ha votato il racconto

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Ghiren73 ha votato il racconto

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Grande spettacolare scrittice Segnala il commento

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Violeta ha votato il racconto

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ANNA STASIA ha votato il racconto

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Hai colto in pieno i tre diversi stati d'animo, paura speranza e convinzione di essere immortali, che secondo me si alternano in ognuno di noi. Complimenti! Segnala il commento

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Barbara ha votato il racconto

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Rosalba Nappo ha votato il racconto

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Un nell'intreccio di egoismo, diffidenza e speranza! Bello.Segnala il commento

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Sofia Nebez ha votato il racconto

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di Cellegato Guendalina

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