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Narrativa

Cuore a maggese

Pubblicato il 07/12/2018

È tutta la vita che ti scrivo

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Nel momento in cui ho cominciato a scriverti era caldo, di quei caldi che viene il fiatone al solo muovere le dita troppo velocemente sulla tastiera. Non che io corressi questo rischio, perché avevo dieci anni e trovavo una lettera ogni quarto d’ora. Le inseguivo su una vecchia Underwood 5, una di quelle macchine da scrivere che ti costringono a una paziente manovalanza come se avessero paura che, nel perderti tra le parole, ti dimenticassi che sei fatto anche tu di meccanica, proprio come loro.

La tastiera era un pozzo di cui non scorgevo il fondo, da cui affioravano i tasti tondi di madreperla, arcani come rocce in equilibrio precario a Stonehenge. Mi si paravano davanti in un muro impervio da salire pazientemente, un dito alla volta. Ed io mi ci aggrappavo, saltando da un muro all’altro, scoprendomi un po’ più salvo a ogni nuovo balzo. Ogni tasto era un piccolo rito di morte e rinascita, ed è con quello strano sprezzo di me che ho cominciato a scriverti.

Man mano che la prima riga prendeva millimetri sulla carta, e poi centimetri, il caldo cominciò a scemare. Quando i martelli della “p” e della “a”, le prime due lettere del tuo nome, s’incastrarono davanti al rullo come dita di innamorati alla stazione, stava nevicando. Il tempo di staccarli, e compivo quindici anni. La tastiera intanto cambiava. I tasti mutavano forma, si facevano grigi, tiepidi di plastica e quadrati, mentre si appesantivano tanto da sprofondare verso il fondo del pozzo fino ad adagiarvisi. I martelli, dal canto loro, non andavano più a intrecciare le dita davanti al rullo, proprio come le vecchie coppie che non si accompagnano più l'un l'altra alla stazione per salutarsi. Anche il foglio di carta doveva oramai avere di meglio da fare che presenziare alla mia lenta cerimonia, e così il secondo paragrafo si stagliò in un verde brillante, senza intoppi, su uno schermo nero e ronzante, così asettico e puntuale da sembrare assorto in tutt'altre faccende. Presi a muovere le dita sempre più agili, producendo il ticchettio svelto di una donna taccodotata in un vicolo buio. Ed è con questa urgenza che ho finito la prima pagina.

Al compiere dei vent’anni, lo schermo era diventato blu e le lettere bianche. Man mano che digitavo le parole sulla tastiera piatta e silenziosa, le vedevo montare come schiuma sulle onde di un mare agitato, per sparire pagina dopo pagina nei fondali di una memoria costituita da un misero mega di RAM. Qualcosa non mi permetteva di immergermi, forse il dolore, forse la rabbia. È con questa scarsa capacità di andare a fondo che ho concluso il primo capitolo. Nonostante il chiarore della tastiera, i tasti delle iniziali del tuo nome, la “p” e la “a”, non tradivano il logorio della mia insistenza. Non facevo che chiamarti, dunque.

Quando ci fu quell’inverno spaventoso in cui la corrente andava e veniva come una vicina di casa pettegola, i tre capitoli che ti avevo scritto se ne rimasero in qualche binario morto di una stazione in codice binario, a svernare buoni buoni. Come in un campo a maggese, i semi dei miei ricordi se ne rimanevano nascosti dentro la tastiera a decidere se morire per lasciar germogliare qualcosa di nuovo. Ma qualsiasi cosa ne fosse uscita, non sarebbe stata te, per cui non ho mai permesso che succedesse. Dalle mie dita, ormai era chiaro, non poteva sbocciare nient’altro.

Il giorno del mio matrimonio i capitoli erano cinque. Quando nacque mio figlio, erano dieci. Mentre scrivevo, ammiravo le parole correre come cavalli liberi in una prateria sterminata di 27 pollici. Il tuo nome era lì in mezzo al branco, il più bello e veloce di tutti. Lo inseguivo con ammirazione, senza sentirmi la capacità né la voglia di domarlo.

Quando mio figlio mi si sedette accanto, chiedendomi cosa stessi facendo, gli mostrai il tuo nome. Era un nome che conosceva, certamente, ma non sapeva nulla di te. E non capiva perché ti scrivessi.

Per fortuna lui non conosce il mesto lavorio di accontentarsi di una tastiera, del ticchettio delle proprie dita, dell'inerte durezza dei tasti, e del non potersi meritare né quello né, d'altronde, il contrario, e non sa del silenzio che serve a braccare la parola giusta, quando invece servirebbero braccia, e baci, e il borbottio della voce di una persona e solo di quella, e piuttosto i suoi urli che il silenzio.

Nonostante tu non possa leggermi, figuriamoci rispondermi, è tutta la vita che ti scrivo, papà.

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Come in un campo a maggeseSegnala il commento

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